Resuscito, quindi sono.

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Yet another useless writer.

Palahniuk’s essays – #25 : Uccidere il tempo [parte 1]

“Immagina una ballerina di strip-tease che sale sul palco, la musica a tutto volume, luci colorate, il momento in cui entra, e la ballerina si leva il vestito ed è già nuda. Completamente. In quel primo momento alla luce lei è già nuda, non balla, e sta semplicemente ferma la sua faccia severa e dice: ‘Questa è la mia vagina, qualche domanda?”

E’ così che riprendono le lezioni di Don Chuck Palahniuk. Per le prime 24, pagate, mentre queste saranno gratuite a patto di aspettare un mese di ritardo dalla messa online ufficiale.
Posso dirvi che alcune meritano, altre meno. Altre non dicono nulla. Alcune vi faranno scrivere come lui e basta.
Riprendiamo.

“Questo è il motivo per cui la fiction – o nonfiction – necessita di un buon plot per rivelare i segreti di una storia in maniera graduale, tenendoci alla corda così come ci insegnano molte cose della nostra vita. E’ un constante gioco di presa in giro e gratificazione. Una specie di tensione tantrica. Se la stripper si strappa i vestiti troppo in fretta, non abbiamo bisogno di arrivare fino in fondo. Troppo lenta e noi perdiamo interesse, stufi di troppa tensione protratta per troppo tempo. E se la stripper balla nuda per troppo tempo, la scena diventa stupida, priva di tensione. Se la ballerina si mostra nuda troppo poco, allora noi rimaniamo confusi e ci sentiamo presi in giro.
[...]Quest’anno mi concentrerò sui metodi che potresti considerare per tenere il tempo e i personaggi in movimento durante il tuo lavoro. Nella realtà il tempo ha il vizio di passare. Nella fiction… bisogna aiutarlo.[...]
Poche storie sono scritte in tempo reale. Una storia che descrive dieci minuti in dieci minuti porterebbe il lettore a logorare quella storia. Uno scambio minuto per minuto. No, nella fiction il tempo si condensa, riassumendo giorni e anni in poco tempo di lettura. Pensa a tutti i film che dicono ‘Dieci anni prima…’, ‘Un anno fa…’: queste frasi sono come segnaletiche smussate che fanno in modo che tu non ti perda cronologicamente, che tu possa seguire il percorso narrativo nonostante il fatto che la trama non sia lineare.
Prova con frasi collaudate.
‘Due ore dopo, Stephanie non aveva ancora chiamato’. Oppure ‘Dopo giorni di guida, arrivarono nella baracca isolata…’. [...]
Prima di questo, considera gli altri metodi per implicare nella narrazione il tempo che passa o per far saltare il tuo lettore sulla linea temporale. Controlla i tuoi film preferiti e nota gli strumenti usati per comprimere il tempo. [...]
Un modo effettivo per uccidere il tempo è di far usare due narrazioni parallele, una presente e una piazzata nel passato. Ad ogni salto tra le due narrazioni puoi rientrare a raccontare il momento successivo che avevi abbandonato. [...]
Un vecchio trucco degli scrittori per uccidere il tempo, per rallentare, è chiamato “scarico di informazioni”. Questo è il passaggio in cui lo scrittore si perde in dettagli o nella storia di qualcosa, partendo per la tangente e spiega qualcosa al lettore. Tutte le tue preziose ricerche finiscono qui.
Ovviamente, deve essere un gesto bilanciato. Non stai scrivendo un libro sulla aristocrazia francese.
Per prima cosa, Lo “scarico di informazioni” implicano che il tempo sia passato. Ogni volta che tagli la storia con queste informazioni potrai riprendere a raccontare da un punto successivo.
Secondo, informazioni e dati danno peso alla tua autorità o a quella del narratore.
Terzo, puoi usare lo “scarico di informazioni” per descrivere meglio un stato mentale dei tuoi personaggi.
Quarto, i fatti necessitano di una qualità di narrazione differente, che contrasta con il modo di raccontare la tua storia.
[...]
Ricordati che tutto ciò che non è fiction non deve competere con la storia. Rendi queste informazioni interessanti e comprensibili. Non dare conoscenze ai tuoi personaggi che il loro passato non includa.
Ma anche, fregatene se tutti i tuoi personaggi sanno o meno di cosa stai parlando. Appiccica i fatti alla storia, anche se non hai reso chiaro il livello culturale dei tuoi personaggi.
Quello che stai facendo in una storia è mimare una vita reale. Di rado percepiamo ogni pensiero con la completa coscienza del concetto applicato a quel pensiero.
Pensiamo ‘Il sole splende’ e non ‘Il sole splende perchè Mrs. Francisco in terza elementare ci lesse un libro chiamato ‘Il nostro sistema solare’ che spiegava che quella luce era causata dalla reazione di atomi di idrogeno all’interno della fusione nucleare…’
[...]
Come esercizio, riguardati i tuoi film preferiti e prendi nota di come lasciano scorrere il tempo. Leggi un romanzo e nota lo ’scarico di informazioni’ [...]
Fai una lista di cose veramente interessanti che il tuo personaggio potrebbe sfruttare. Di nuovo, rendi ogni fatto contaminato. E rendili brevi e curiosi.
[...]
E ora starò zitto…”

Nulla di nuovo.
Però non le leggerei se non mi sforzassi di scriverci un post. Quindi non ringraziate.

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Sulle Six Words Novels.

In questi giorni ho letto diversi buoni tentativi, altri incentrati solo sul conteggio del numero di parole.
Alcuni hanno condensato stucchevoli ricercatezze per elevare una frase a “romanzo”.
Non chiedetemi chi, ma non sono stato io.
Il video che precede il post, che sembra ripreso da una telecamera di sicurezza, è tutto quello che volete ma non è casuale.
Ora, torniamo a Hemingway: “For sale: baby shoes, never worn.”
Prendiamo Dave Eggers: “Fifteen years since last professional haircut.”
Louise Doughty: “Everyone who loved me is dead.”
La prima cosa che chiunque ti direbbe per iniziare a scrivere è quella di vomitare abbastanza parole su cui lavorare. Forse persino di saltare parti della tua storia e raccontare quello che riesci seguendo il tuo flusso.
Il problema primario, per molti, è la quantità.
Sei parole invece sono ridicole per quanto sono poche.
Leggendo i tentativi però nessuno ha pensato alla riscrittura di sei parole.
Ci sono quattro punti fondamentali.
Il significato letterale è il primo.
Non deve essere comprensibile dopo aver fumato mezzo Afganistan.
Il secondo è il contrasto.
E’ il risultato della compressione di tensione, climax e di tutta la trama. “Vado al mare, che cosa fantastica!non è un romanzo in sei parole. For sale: baby shoes, never worn: bambino e morte, quello lo sono.
Il terzo è il moto a luogo.
Scarpe nuove, scarpe usate, per esempio. Oppure ancora il bambino e morte.
Per il romanzo di Dave Eggers sono i capelli tagliati bene e i capelli tagliati male.
Quale storia non racconta una mutazione attraverso un percorso?
Il quarto fattore è l’allusività.
Il doppio senso, la metafora, chiamatela come volete. In sei parole c’è la storia di bambini morti troppo presto, oppure di qualcuno che era designato a fare qualcosa, ma non l’ha mai fatto.
Quel video in alto è tutto questo.
“Constant state of Puttra” dei Lingua è tratto da un disco intitolato “The smell of a life that could have been.”
“L’odore di una vita che sarebbe potuta esistere”. E questo è l’obiettivo di un romanzo in sei parole. Farti sentire un odore, farti partire per la tangente con le ipotesi, farti supporre un probabile finale.
Darti una riflessione.
E’ difficile che non abbiate letto un romanzo di sei parole come un titolo di un disco.
Il migliore che ricordi è “Down on the upside” dei Soundgarden. L’ho sempre tradotto sbagliato di proposito come : “Giù al piano di sopra”.
Mi suggeriva una storia assurda e piena di allusioni.
Detto questo, la mia scelta rimane la stessa.
“Attraverso la nazione, vendo felicità. Condannatemi.”

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Lost: il “character driven novel” contro il “plot driven novel”

Molti pensano che per scrivere la prima cosa che devi fare è avere in mente un riassuntino di questo tipo.

Quindi e_s__p___a___n____ d_____ e _______r________e.
Nah.
Una volta vidi Lucarelli fotografato in un’intervista. Pelato, polpastrelli su polpastrelli alla Dylan Dog, giacca di velluto marrone, pantaloni fuori dal riquadro della foto. Quindi pensate qualsiasi tipo di pantalone possa stare male su una giacca di velluto a coste larghe marroni e la vostra immaginazione andrà bene. Dietro la schiena aveva una lavagna e una miriade di post-it gialli, quadrati, scribacchiati, messi in un certo ordine. Formavano una specie di quadrato.
L’intervista diceva che stava scrivendo un nuovo libro, e suppongo che quel nuovo libro oggi sia un vecchio libro che io non ho letto.
Quei foglietti erano la struttura completa del suo romanzo. Era una storia dettata dal plot.
La “plot driven novel” è consigliabile per gialli, thriller. Soprattutto per quel genere di storia dove il personaggio è funzionale alla storia, non dove la storia è scaturita dai personaggi.
Lost ad oggi è parsa una storia di questo genere. Dettata e raccontata da sceneggiatori macchiavellici, cerebrali, pieni di marchingegni, di algoritmi e calcolatrici.
La verità, dimostrata alla fine della terza stagione, invece è diversa.
Il tono della storia è diventato più umano e disperato. Meno numeri, più empatia.
Ha smesso di farmi chiedere cosa sia quell’isola per farmi chiedere perchè Jack piangeva.
Così Lost sta diventando una “character driven novel”. Ne è una dimostrazione l’improvvisazione degli sceneggiatori, le otto puntante girate e le otto in sospeso senza un’idea su carta.
Se Lost fosse stata scritta da Lucarelli, beh, io non voglio pensare a quanti post-it avrebbe dovuto usare.
Se “Anna Karenina” è scritta partendo dai personaggi ed “Almost Blue” è partendo dalla storia stessa, Lost è l’incrocio bastardo dei due stili.
Io credo che in fondo una storia vada pensata a enormi linee, pallidissime tracce, che vada scritta seguendo i personaggi e poi vada riscritta seguendo unicamente la logica.
E’ per questo che un libro di Lucarelli non mi tira particolarmente un cazzotto nello stomaco.
O perchè Anna Karenina è una tassa pagata in fazzoletti da qualsiasi lettore.
Ed è per questo che mi aspetto che Lost in fondo mi deluderà.
La soluzione sarà qualcosa di improbabile e inimmaginabile, totalmente di fantasia. I personaggi non saranno mai reali e completi, ma solo approssimazioni.
E il finale sarà come un Sherlock Holmes che all’ultima pagina prenderà l’arma del delitto è dirà: “E’ stato il protoneutrino positivo dell’antimateria”.
Lost non urlerà mai “l’assassino è il maggiordomo”.
E voi non rimarrete realmente sorpresi.

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William Strunk Jr.

Ogni tanto capita che mi leggo uno dei suoi libri. [Eio mi ha letto nel pensiero, ieri.]
William Strunk ha scritto questo un libercolo intitolato “Elements of Style”.
Credo sia estremo, diretto, inoppugnabile.
Potresti farci a cazzotti, ma difficilmente ne usciresti in piedi.
Se ti rimetti a lui, come se fosse una religione, è poco ma sicuro che scriverai meglio.
William Strunk dice cose come: “Non usare mai frasi passive.”
“Marco era stato morso da un cane. NO.
Un cane addentò Marco. SI.”

Il pdf è qui. Forse ci troverete delle ovvietà. Ma tutto quello che trovi ovvio spesso lo dimentichi. Ti bruci con l’accendino, ti tagli con un coltello, inciampi per strada. Ovvietà.
Leggetelo.
Stampatevelo.
Credeteci.

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