Resuscito, quindi sono.

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Yet another useless writer.

Di bullismo e Youtube

E’ probabile che dieci anni dopo lui si sarebbe chiesto il perchè della sua spalla. Davanti allo specchio, invece di aggiustarsi la cravatta, si sarebbe chiesto il perché di quel centimetro abbondante in meno.
E quel centimetro abbondante in meno, che una qualsiasi posizione con deltoidi e dorsali contratti avrebbe nascosto, era il figlio di un’arma di difesa.
Portare la cartella sulla spalle, mettersi un Peuterey, è mimetizzazione scolastica.
Lui porta un’intera mattinata di libri su una spalla, per un periodo variabile tra i cinque e i dieci anni, e un ortopedico indovinerà per sempre il suo passato.
Meno le tue scarpe sono taroccate, meno il tuo maglione ha le stelle troppo grandi o troppe piccole per essere originali, e sopratutto meno i tuoi capelli sono lunghi, e più è la probabilità di disperderti nel mucchio. Come un pesce.
Mettiti un Docce&Gabinetti e li hai tutti addosso.
E succederà comunque che un giorno lanceranno una sigaretta. Dal collo partirà puzza di bruciato, piume d’oca al fuoco.
Una tecnica di mimetizzazione è “fare finta di niente”.
Stai prendendo a fuoco, stai bucando cinquecento euro di giacca e le opzioni sono “essere sfigato” o “fare finta di niente”.

Il lancio della sigaretta era una narrazione orale tra Bulli.
Il pestaggio del mongoloide che si vede in tv, anche quella è un’altra micro-narrazione da migliaia di visite.
Uccidere qualcuno nella collana “bullismo” vuol dire aprire nuove frontiere al genere.
“Bullismo” potrebbe voler dire thriller o fantascienza o fantasy.
Youtube un immensa macchina di produzione e distribuzione dell’opera.
E’ una casa editrice.
E’ il myspace delle tue storie, il player delle tue canzoni.
Il nesso tra Youtube e bullismo è la necessità di raccontare.
Tutto questo serve per mostrare una storia vera che comunichi qualcosa in più di storia creata a tavolino.
L’idea fa parte dello stesso meccanismo che vuole “tratto da una storia vera” in grassetto bold bianco nel buio di un cinema.
Con Youtube, se puoi avere un grande pubblico, la tua storia è migliore, e puoi far nascere più opere, puoi “bulleggiare” in più video.
Puoi essere più scaltro, più veloce, più popolare, più sconosciuto.
Ad oggi, sparati nel futuro abbastanza veloci che forse non c’è così tempo per guardarsi indietro, i bulli sono narratori, queste sono altre storie, nuove parole, nuove sintassi, nuove necessità. Nuovi parametri per il giusto e lo sbagliato.
Quello è un nuovo pubblico giovane che cerca dello “snuff” meno illegale, più abbordabile. Che si è stufato di Cannibal Holocaust, di Stephen King e delle torture iraqene del tg.
E’ gente che cerca ancora un modo per passare il tempo, per tramandare storie che non passino attraverso la scrittura.
Questo è il modo che le leggende metropolitane, le gesta eroiche della giovinezza, cercano di sopravvivere al tempo, cercano di diffondersi, cercano di sopravvivere ai propri autori.
“Language is a virus”, dicevano, ma le storie sono ancora peggiori.

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Il Grande Capo

Come film, la trama non mi è piaciuta molto. In verità sono sicuro che ci sia un messaggio nascosto, da qualche parte, che non ho recepito.
Però, narrativamente, insegna.
Lars Von Trier mette il becco proprio nei momenti giusti.
Dice cose come: “Ciao, sono la ringhiera che se non ci fosse ti schianteresti per terra.”
E tu ti accorgi di quella ringhiera, perchè se non te l’avesse detto tu l’avresti usata senza sapere che esisteva.
Si chiama “dare cose per scontato”.
Metabolizzarle, analizzandole, ascoltando la voce doppiata di Von Trier che è piuttosto brutta, si capiscono molte cose.
Forse anche il secondo senso di tutto il film.
Lars, il narratore, si ferma e dice: “Questo è il momento in cui una commedia si deve fermare, prendersi uno stop. Allora io ci infilo un nuovo personaggio.”
Se qualcuno, inoltre, riuscirà a trovare la spiegazione ai momenti fuori luogo inserite nella pellicola, vince 10.000 dollari e una parte nel suo prossimo film.
Non sarò io, comunque.

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