Alice in catene, altro che paese delle meraviglie
Degli Alice in Chains mi ricordo la faccia di Layne Staley riversa sul suo vomito e la puzza di cadavere vecchio di due settimane. Tapparelle o persiane socchiuse, la polvere di una galassia intera nella stanza, i pavimenti macchiati di piscio e sangue e vomito.
Quella scena me la sono immaginata un miliardo di volte.
Layne Staley che si fa una dose, si accascia e per quindici giorni, un tempo utile per fare la spesa 3 volte, fare una cinquantina di telefonate, diverse scopate, qualche offerta di un operatore telefonico, almeno trenta viaggi in metropolitana, due o quattro serate alcoliche, una mezza dozzina di prove in sala, per tutto quel tempo lui viene ignorato.
Me lo sono immaginato, e mi sono chiesto come una persona possa essere ignorata per tutto quel tempo.
Un albero fa rumore se cade in una foresta dove non c’è nessuno che possa sentire lo schianto?
E lo schianto di Layne ha fatto rumore?
Quattordici anni dopo, come le la band dovesse scontare un anno di reclusione per ogni giorno che hanno ignorato il loro cantante, gli Alice in Chains tornano.
Ed il pezzo è buono, il nuovo cantante sembra Lenny Kravitz ed è nascosto e tampinato da Jerry Cantrell.
A Looking in View mi fa ancora quell’effetto tipico degli Alice in Chains.
Un esemplare di essere umano dalla bellezza così annichilente che non puoi immaginare possa essere posseduta da qualcuno. Da qui ecco l’assurdità delle catene nel loro monicker. Ti passa vicino, sullo stesso marciapiede e nel senso inverso, ed è un incrocio bastardo di asiaticità e tratti negroidi che ti guarda dai suoi due metri nordici di altezza.
Gli Alice in Chains scivolano.
Di tutte le persone che domattina si alzeranno, prenderanno il telefono, oppure allungheranno l’orecchio per sentire di cosa vibrano le tue cuffie e cercheranno la tua attenzione per dirti “Dovresti sentire / leggere / vedere / assaggiare”, potresti fare a meno.
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