Slipstream

Dice: “Questo film rappresenta la mia percezione del mondo e della realtà.”
Dice: “E’ la mia metafora della vita. Mi sono stufato di guardare film con il solito svolgimento. La vita non è così, la vita è caotica e anarchica, io volevo incasinare tutto.”
Antony Hopkins scrive e dirige il suo terzo film in preda a Memento e Lynch.
C’è del Mullholland Drive lì dentro, ovunque. E’ un opera sul confine labile tra reale e onirico, tra il ricordo e il déjà vu.
E’ il flusso ingarbugliato di uno sceneggiatore assillato dai suoi personaggi nati dalle sua mani e vengono incompresi, massacrati dalla produzione del film.
Ho persino dormicchiato durante i 96 minuti. Non c’è molto da capire. E dormire quel tipo di sonno in cui non tieni gli occhi aperti ma neanche troppo chiusi, è giusto. Ti stai calando nel film.
Mi sono ripreso nel finale. Dove si sveglia anche il protagonista.
E’ bello. Ci sono autocitazioni e ricorsività. Puoi sentirti infastidito per gli attimi in cui si sovrappongono altri frame, in cui qualcosa si inceppa e la stessa persona ripete la stessa frase otto volte, in cui l’immagine diventa bianca o nera o viola o verde. C’è la tangente dell’Invasione degli Ultracorpi che viene vomitata da Christian Slater, così come i Puffi in Donnie Darko.
Antony Hopkins è giovane. E bruciato. Slipstream sembra una versione di Spun filosofica. E’ la definizione su pellicola di narrazione “slipstream” [vedi wikipedia].
Potrebbe diventare un film di culto, pieno di ammiccamenti all’avantpop e il postmoderno, se non fosse stato girato da un vecchio che non si alcolizza più da trent’anni e che va in giro pettinato.
Di tutte le persone che domattina si alzeranno, prenderanno il telefono, oppure allungheranno l’orecchio per sentire di cosa vibrano le tue cuffie e cercheranno la tua attenzione per dirti “Dovresti sentire / leggere / vedere / assaggiare”, potresti fare a meno.
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