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Articoli taggati ‘chris cornell’

Monografie: Truly

14 Ottobre 2008 Caino 1 commento

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Nel 1989 Hiro Yamamoto decide che cavalcare il successo in fondo non è tutta ’sta cosa. Che la SST per quanto possa aver malprodotto “Ultramega OK”, in fondo “era come casa”.
Buttata nel disco successivo una “I awake”, canzone che mi farà riflettere due milioni di volte sull’assurdità delle cose e sulle coincidenze, perchè dovete sapere che il testo venne scribacchiato su un pezzetto di carta dalla ex-fidanzata di Hiro e poi gettato sul comodino come un preservativo usato e annodato, Hiro si inabissa.
Lui è il primo bassista di quelli che poi venderanno milioni di dischi, che poi gireranno il mondo, che poi si scioglieranno nel 1997 con lo stesso nome con cui sono nati. E che poi tutti chiamiamo ancora Soundgarden e che Chris Cornell ci tiene così tanto a farci vergognare di averlo amato.
Di Hiro Yamamoto poi si dimenticano tutti prima che il 1990 inizi, due giorni dopo che lascia la miglior Band di Seattle degli ultimi sette/ottocento anni.
Di Jason Everman, ex secondo chitarrista dei Nirvana che prenderà il suo posto nei Soundgarden per qualche mese, la gente si dimenticherà ancora prima o al massimo lo ricorderà come “quello che aveva i capelli uguali a quel fico del cantante”.
Hiro sarà  “quello che urlava” in Circle of Power. Sempre Soundgarden, traccia numero sette di “Ultramega Ok”. Il kamikaze dei giardinieri del suono.
Nel 1992 esce Badmotorfinger e forse di quel giapponese di Seattle figlio di emigrati scappati alla seconda guerra mondiale non importa più a nessuno. E nessuno ricorda che i Soundgarden sono nati come un incrocio tra un americano , un indiano e un giapponese.
Saltare nel vuoto, dal treno dai giardinieri, è come lanciarsi unti di vaselina in un prato cosparso di dildo dove i vibratori crescono come basilico.
Non c’è più un cazzo da fare. Hiro affoga nel nulla.
I Truly, ormai condannati per i prossimi duecento anni ad essere oscurati da ogni ricerca web da “Truly, madly, deeply” dei Savage Garden, notare fra l’altro il caso della somiglianza del nome della sua ex-band, quando usciranno saranno una coltellata in una notte blu strafatta di psichedelia.
Ed è il 1995.
Hiro Yamamoto recluta l’ex-batterista degli Screaming Trees Mark Pickerel, lo stesso Pickerel di “Even if and especially when”, disco che da solo merita più attenzione di tutte le produzioni americane indie degli ultimi 15 anni e di tutti i tentativi di Mark Lanegan sia come solista sia come ospite scomodo dei Queens of the Stone Age.
“Fast stories… from kid coma” è il disco che non vuoi ascoltare quando vuoi ascoltarlo. Che detto così non vuol dire un cazzo di niente. Ma vuol dire che è uno dei pochi dischi dove la copertina è azzeccata, quel blu ti cola addosso e ti soffoca la gola. E’ un disco vitale, un disco con una potenza musicale che neanche il botulino di Madonna riuscirebbe a necrotizzare.
Da qualche parte leggerete che è grunge. A 13 anni di distanza, l’ultimo degli Oasis suona abbastanza simile, anche se più british.
Se avete presente quei sogni, o incubi, dove non potete svegliarvi, dove masticate immagini e sensazioni girandovi nel letto nel dormiveglia, sogni che poi vi trascinate addosso per tutto il giorno, “Fast stories… from a kid coma” è questo.
Retro-sensazioni e retro-emozioni, retrogusti onirici, che vi rimbalzano nel cervello, consci che non siano percezioni vere e reali, ma presenti come la merda di cane che schiacciate in un vicolo buio e di cui sentite solo lo stesso rumore della marmellata che vi è caduta per terra a colazione.
La musica è piacevole e spiacevole nel momento in cui diventa ossessione.
Hiro lasciò i Soundgarden per questo, e formò i Truly per la stessa ragione.

Tracce consigliate: Blue flame ford, Blue lights, Hurricane dance.

Le cose che passano inosservate se non hanno una radice.

18 Aprile 2008 Caino 1 commento

Chris Cornell quel giorno si era svegliato con una sigaretta in bocca accesa. Prima di tirarsi su dal divano, la seconda gli stava per bruciare le labbra. Il bicchiere sporco lo guardava dal lavandino e il rottweiler abbaiava. Il postino o un venditore porta a porta o chissà chi cazzo altro.
Quella settimana qualche giornalista di Billboard ha definito Ben Shepher l’uomo più depresso della terra. Kim Thayil passa le giornate al tavolo da biliardo e la Guild continua a prendere polvere. Matt Cameron è in sala prove a parlare con Eddie Vedder e sembra fantascienza. Oppure con i Temple of the Dog, sembra il lato A di una cassetta suonata male.
Il 9 febbraio del 1997 Chris Cornell è ad Honolulu e il concerto non arriva neppure alla frutta. Ben lancia il basso contro le casse e si leva dai coglioni. Thayil dice che è troppo vecchio [per 'ste cazzate] o oppure che è troppo giovane [per fare pop].
Un giorno di aprile del 1997 rotola via come una testa in una ghigliottina.
E loro sono finiti.
“Le band sono come fidanzate.”

“Bleed together” va a definire, insieme a “Karaoke”, il testamento dei Soundgarden. E’ nato in quei giorni, ha assunto un senso in quei giorni. Le tracce erano state registrate anche un anno prima.
Non è un pezzo autocelebrativo, non è romantico, non è tecnico e non è un clone di vecchi successi. Diventa la B-side di “Ty Cobb”, una roba romantica che recita testualmente “sono una testa di cazzo, andatevene a fanculo tutti”. Ty Cobb era un giocatore di baseball.
Anche “Karaoke” si infila come b-side, ma in “Burden in my hand”, dove nel video il gruppo si disperde in fila indiana nel deserto, tra allucinazioni e scritte profetiche. E’ un pezzo di rock orientale suonato dentro un Orange da quattro boscaioli di Seattle. C’è il riverbero emotivo delle stesse atmosfere incise su “Fast stories…. from a kid coma” dei Truly, inciso qualche anno prima dall’ex-bassista della band, Hiro Yamamoto.
Nel tentare di leggere la storia dei Soundgarden al contrario, come se fosse un annuale di sport o una guida ai ristoranti della tua città, è possibile trovare tutte le sfumature della band, così compresse ed evolute da aver trovato delle nuove forme.
Così ci ritroviamo undici anni dopo, magari di fronte a “Guitar Hero” per Playstation, e che sia a PIccadilly o a Roma non importa, a guardare qualche ragazzino intento ad emulare la chitarra di uno dei pezzi più simbolici dei Soundgarden.
Un pezzo fatto di premonizioni dei fan e della band ["I know you're half afraid / Half amazed, all insane / I know it's all a cage / And all the rage / And all together gone"].
La batteria entra in quattro quarti, la chitarra strappa un bending su due corde e Cornell non puoi far altro che immaginarlo come sulla copertina di Superunknown.
Vita urlante.
Più potenti dell’amore.
UltramegaOk.
E se all’urlo di Cornell non ti vengono i capezzoli duri, allora sei troppo giovane.
E se non ti chiedi mai cosa sarebbe stato, allora sei un illuso.