8 Aprile 2009 • 10:30 Mercoledì, Aprile 8, 2009

Se la Coca-Cola è uno strumento di seduzione, un indispensabile strumento che ha saputo farci immaginare le profondità orali di Cameron Diaz, riuscendo peralto a farci fantasticare sul suo diaframma e sulle sue capacità di apnea legata alla sua capienza polmonare, le carote non lo sono.
Non è tanto una questione del fatto che la Coca-Cola ha creato Babbo Natale, regalandoci anche l’atmosfera natalizia della nostra infazia e accompagnadoci fino alla nostra prima sbronza di cuba libre – perchè d’altronde quale mentecatto potrebbe bere rhum liscio da 10.000 lire a bottiglia al sabato sera – ma la nostra fantomatica azienda con il logo rosso ha sì rovinato la vita ad un barista [americano[ che ha venduto la ricetta per pochi dollari ma ha anche salvato centinaia di cubani e le loro canne da zucchero, alla faccia dell'embargo americano e di Fidel Castro.
La Coca Cola è uno strumento di Dio.
Ha esplorato Cameron Diaz, mentre le carote no.
Le carote, le 49 carote che si è infilata in bocca Glenn Close, sono l'ortaggio del demonio. E questa convinzione non è una convinzione ottocentesca secondo la quale i cosidetti "pel di carota" sono dei figli di puttana, vedesi "Rosso Malpelo", ma è per il fatto che la carota è un alimento indegno alla cottura. Forse nelle torte e forse per i conigli.
Ma le carote - e parlo anche per voi, carote - fanno anche ingrassare.
E la Coca Cola [37cal/10cl] è stata in grado di diventare Light [0cal/10cl] e poi Zero [0cal/10cl + vari stimolanti tumorali]. Non ingrasserete, ma almeno avrete il dono del rutto.
Così ammetto l’elasticità facciale di Glenn Close mi spinge alla repulsione.
Se Cameron Diaz si fosse messa 49 lattine di Coca Cola in bocca, in gola, sarebbe un altro discorso. Dopo “il principio dell’alesaggio” al quale ho pensato dopo il sonoro rutto della biondina, dove per alesaggio si intende appunto il diametro interno di un cilindro o pistone, avrei pensato al concetto di elasticità.
Ma Cameron Diaz sa che le carote sono out e cehe 49 lattine di Coca Cola sono inarrivabili.
La lattina è Sex in the city, la carota è disperazione solitaria campagnola.
In America hanno le carote piccole.
In Giappone hanno i piselli piccoli.
In Italia abbiamo Berlusconi che è un po’ un cazzone [pisello], un po’ lampadato [carota ] e per quanto fondotinta possa mettersi nelle scarpe rimane piccolo.
Glenn Close si mette 49 carote piccole in bocca e io me la immagino in casa, da sola, che tenta di battere il suo record di 48 carote piccole. Dopodichè al primo momento possibile dice al suo agente: “Fa che nella prossima intervista ci siano almeno 49 carote piccole ad aspettarmi insieme al microfono.”
Immagino Glenn Close che si spacca un labbro la prima volta che arriva a 20 carote.
Immagino Glenn Close che deve rispondere al telefono, con suo marito che la chiama, ed ha 32 carote in bocca.
Immagino che starnutisce con 38 carote e i suoi occhi si iniettano di sangue come in 28 Giorni Dopo.
La Coca Cola racconta storie migliori. Ci ha illuso sulla fantomatica vita di aspirazione e sacrifici di Cameron Diaz per aumentare il suo alesaggio.
Le mail che riceveva. “Increase your BORE.”
Le amiche che la deridevano perchè i suoi rutti erano dei flebili Do di petto.
Ma ora non ditemi che tutto questo è normale e non è perchè Cameron Diaz è gnocca e Glenn Close no.
Glenn, dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota. Non scherzo.
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6 Aprile 2009 • 11:42 Lunedì, Aprile 6, 2009
22 Marzo 2009 • 23:27 Domenica, Marzo 22, 2009
«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon
Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.
Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?
Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?
Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

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16 Marzo 2009 • 17:33 Lunedì, Marzo 16, 2009

La quintessenza fondamentale del Wrestiling sono gli albume d’uovo, i push-up, il Vicodin, il Dynabolon, il GH, il Winstrol, il Viagra, i barbiturici, le lamette da barba, le tutine in lycra, il sesso da quattro soldi chiuso dentro un cesso con la puzza di sudure e il trucco da mercato rionale che ti si scioglie in faccia.
Tutto il resto è materiale misterioso.
The Wrestler vede un Mikey Rourke in grado di sciogliersi totalmente nei panni di un lottatore, un clone di Bret ‘The Hit Man’ Heart, che si strugge e si squaglia di fronte alla vita.
Se immaginate una palestra di poser, tra riflettori e steroidi e soldi facili, avete un’ idea di quel mondo.
Tutto il resto è materiale misterioso. E per noi italiani è insondabile.
Dopo i primi venti minuti shock, finzione-doping-delirio, tutto il film è solitudine. Rourke si annega in se stesso, lo stesso Rourke che era un pugile e una telecamera a spalla lo insegue zoppicando.
Prendete Rocky in clima perdente tipico di Bukowski e ci siamo.
Riassunto: “Per quanto tu possa tirare pugni una vita può andare storta e non c’è verso di raddrizzarla.”
Uomo al tappeto, salto dall’ultima corda, suplex, titoli di coda.
Tutto il resto è materiale misterioso.
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12 Marzo 2009 • 20:45 Giovedì, Marzo 12, 2009
Avevamo l’importanza del gas di petrolio liquefatto.
Ci avevano messo in fondo, ed in fondo se avessimo preso fuoco non avremmo ustionato nessuno. Pierre si sarebbe tirato su i calzini, Jeremy avrebbe continuato a farlo con il naso. E noi avremmo fatto il rumore di un pneumatico che perde la sua atmosfere urlando nel fuoco. A fine lezione si sarebbero girati ed ecco la firma della nostra esistenza. Ombre negative contornate dalla aura malevola nera di foliggine.
In fondo, dice il Rettore, non disturbate quelli davanti.
<<Siete GPL>>
E quelli davanti galleggiavano come metano.
Avevano camice, cinture in cuoio, maglioncini dolcevita di lana sottile, pantaloni i velluto verde ed io ero sicuro che avessero persino dei cuori rossi. E del sangue vero.
Le ragazzine portavano qualcosa di simile ai collant.
Non erano quelle di Betty Page, ma neanche un telone da circo.
[...]
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• 17:46 Giovedì, Marzo 12, 2009
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Slipstream è un termine che definisce opere letterarie di narrativa fantastica a cavallo dei confini che separano le convenzioni di un genere da quelle di un altro o altri, e che pertanto non si possono agevolmente collocare nei confini di uno solo di essi, si tratti di fantascienza o di fantasy rispetto alla narrativa cosiddetta mainstream (nel senso di “narrativa convenzionale e maggioritaria”, priva di elementi fantastici).
Lo scrittore di fantascienza Christopher Priest ha scritto relativamente allo slipstream che: “In letteratura può includere Angela Carter, Steve Erickson, Paul Auster, Haruki Murakami, J. G. Ballard, Jorge Luis Borges, alcuni romanzi di John Fowles. Nel cinema sono esempi recenti di pur slipstream Memento, Essere John Malkovich e Intacto‘“.
Il termine slipstream, limitatamente alla letteratura, venne coniato dall’autore cyberpunkBruce Sterling in un articolo originariamente pubblicato dalla rivista e giornalista SF Eye1989). Egli afferma che (n. 5, luglio “…questo è un tipo di scrittura che ti fa semplicemente sentire molto strano; come pure vivere nel ventesimo secolo ti fa sentire strano, se sei una persona di una certà sensibilità.” La narrativa slipstream è stata di conseguenza definita “the fiction of strangeness” (la narrativa della stranezza) che è una definizione altrettanto chiara di quelle più comunemente in uso.
Lo slipstream, per come viene indicato nel paragrafo iniziale, cade nello spazio che s’apre tra la fantascienza e la narrativa mainstream (e da questo termine deriva ovviamente slipstream). Alcuni sostenitori della letteratura mainstream tendono a evitarla perché è troppo strana, mentre alcuni fan della fantascienza tendono a evitarla perché non è abbastanza strana. Alcuni romanzi slipstream impiegano elementi tratti dalla fantasy o dal realismo magico, ma non tutti lo fanno. Il fattore comune che unifica questi testi letterari è la sensazione surreale che lasciano al lettore. La maggior parte dei lettori che non hanno mai sentito parlare di slipstream, riconosceranno I nomi di autori come Christopher Priest, Margaret Atwood, Karen Joy Fowler, Steve Erickson, Douglas Coupland e William S. Burroughs, che hanno scritto romanzi riconducibili alla definizione di slipstream.
Il concetto di slipstream coincide in parte con quelli di avantpop e New Weird; probabilmente vanno letti tutti e tre come tentativi di pensare un complesso movimento della letteratura attualmente in corso.
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10 Marzo 2009 • 18:03 Martedì, Marzo 10, 2009
E te ne rendi conto quando capisci che le persone stupide esistono. Che non sono un caso di poca “applicazione” – del tipo Signora mia, suo figlio non si applica – tantomeno non sono casi di ignoranza.
La stupidità esiste e quando te ne accorgi è come prendere una ginocchiata contro il comodino nell’oscurità totale .
Sussurri “Ahi” come un cane, imprechi due settimane di Santi ed eccotela lì.
La stupidità
Cuochi che si ritirano in Thailandia per vendere le proprie ricette.
Ottantenni che ti rubano l’ugello dei lavandini del bagno.
Io che lascio il latte dentro un frigo poco funzionante per una settimana.
Spreco substrati di lingua, saliva e neuroni. Spreco atomi che girano sempre più vorticosamente scaldandosi e consumandosi.
La stupidità esiste ed è shockante.
Ci sono persone tarate e c’è arte da buttare nel cesso.
Non sarebbe giusto continuare a pensare che tutta l’arte ha un valore perchè esprime un pensiero. E non sarebbe giusto pensare che tutte le persone hanno un’intelligenza perché sono in grado pensare.
Almeno un megatelevisore del cazzo, plasma panasonic – grazie -, farebbe il punto della situazione.
Giuro.
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27 Febbraio 2009 • 18:16 Venerdì, Febbraio 27, 2009
Oggi è scomparso e a me sembrava solo stupido. Anche se tutti hanno timore riverenziale di un defunto. A me sembrava solo stupido e infantile e con il naso grosso. Le sue ciabatte da infermiere. Quando si era iscritto in palestra doveva mangiare 500gr di fragole come colazione e, cazzo, non ce la faceva. Io che le fragole le snifferei con il naso senza accorgemene. Ma ora c’è silenzio. Soprattutto per un morto che conoscevamo di persona.
Le storie che ti circondano, le vite parallele che sfrecciano, quelle sono storie che sei portato a credere meno importanti della tua.
La sua vita era meno importante della mia.
Da sempre, il mio vizio è immaginare almeno una volta al giorno la vita di una delle persone che ho perso.
Non immagino tanto le vite che non hanno avuto, io non penso ai morti. I morti non hanno una vita e non c’è nulla da fantasticare. A me i morti piacciono solo se resuscitano e c’è una telecamera e un supermercato in cui nascondersi.
Intendo le persone che ho perso come un mazzo di chiavi dentro una metropolitana. Io scendo e loro schezzano via dentro un tubo nero verso il centro della Terra.
Immagino la fermata nella quale scenderanno e cosa succederà.
E’ stalking mentale.
Chi mi conosce è inevitabilmente perseguitato.
“Cosa starà facendo” è il mio gioco. Creo una storia dalle piccole basi che ho.
Dopo dieci anni scopro che il film che mi sono proiettato in testa era così dannatamente statico. Siete ingrassati, siete meno gay e finalmente avete trovato una donna.
La gente cambia molto di più di quanto io possa riuscire a immaginare. Per quanto siamo troppo simili a noi stessi, pronti a reciclarci negli stessi errori e a compiere gli stessi passi, è impossibile azzeccare il grado di stupidità umana o la beffardaggine della natura.
E’ tragico, ma le storie ti sfiorano e non c’è modo di rimanere con loro.
Ieri è successo che vedo troppe persone di cui ho perso traccia, oggi succede che perdo una persona di cui non ho quasi mai avuto tracce.
Di cui non ho mai proiettato una storia. E di questo mi dispiace. Mi dispiace averla ignorata come se ignorandola non avessi potuto farla diventare immortale o quantomento esistita.
E non potrò mai conoscervi tutti. Svanirete e io non saprò chi siete e non avrò deciso se siete dimagriti, se il vostro fidanzato vi ha lasciato o se avete smesso di piangere mentre vostra figlia gioca tre etti di maccheroni Barilla. Quel torneo di calcio, non saprò mai se l’avete vinto o se il menisco è rimasto in campo. Se il gonzo con cui avete rimpiazzato la solitudine scoprirà mai la verità.
Quello che nessuno dirà mai è “Per me, sarebbe potuto non esistere”.
Questo fa male.
Se la sua storia è finita così, io avrei voluto dispiacermi. E non avere soltanto più paura di quante cose possono andare storte in una vita.
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16 Febbraio 2009 • 23:50 Lunedì, Febbraio 16, 2009
Youtube è un immenso amplificatorie di storie. E chiunque, soprattutto chi ha potere, ha paura delle storie del popolo. Indifferentemente dalla posizione politica a cui uno statista appartiene.
Youtube è un pulpito in cui tutti possono fare la predica. E finalmente, tutti possono dire cazzate senza avere una certificazione, una laurea, un’autorità.
Il grande dubbio di una democrazia risiede lì. Tutti dicono tutto ma a dir il vero, se proprio volessimo dirla tutta, alcuni dovrebbero proprio stare zitti. Anzi, sarebbe quasi meglio se parlassero pochi eletti. Due o tre, oppure uno solo. Così una democrazia potrebbe diventare dittatura e un SuperUomo incarnerebbe la voce del popolo mentre il popolo si riconoscerebbe in un singolo.
E Youtube è peggio.
Youtube prende i vostri racconti pixellati e li tramuta in un messaggio per 30 milioni di persone.
Non vi obbliga a seguire un pattern, una trama, un’idea o un’ideale.
“Ecco a voi la parola” e là fuori ci sono 6 miliardi di scimmie che imparano a usare un osso per ammazzare il proprio simile.
L’errore più geniale è che se voi seguiste un pattern, un’idea o un obiettivo, probabilmente su Youtube nessuno sarebbe abbastanza attento. Forse perchè non avete una faccia troppo buffa, delle tette troppo grosse, una global illumination 3d senza troppi punti di bruciatura.
E alla fine io che vorrei un internet come la borsa inventata da Pamela Lyndon Travers, infinita e stupefacente, arriveremo in pochi anni a invidiare i giorni in cui i mass-media, l’Onu e i governi ignoravano le connessioni a 14.400 baud.
Arriveremo a raccontare ai nostri figli che una volta, in rete, potevi cercare quello che volevi.
Soprattutto potevi trovarlo.
Guardare Youtube sarà come guardare l’umanità chiusa dentro un acquario. Spingeremo la faccia e vedremo un mondo distorto, silenzioso e senza colpi di scena. I pesci dentro un acquario che girano e si guardano intorno, quelli sono stupidi.
Ci mancheranno le gif animate e le texture con il tiling sbagliato.
Anche se ad oggi molti siti giapponesi sono splendidamente 33k. Fanno così geocities e altavista.
Avremo perso anche le nostre facce su Facebook, perché sono di sua proprietà tutte le immagini che ci mettiamo dentro.
Così l’essere umano, in fondo, è questo.
Questa pallina di cacca che fa tanta compassione per quanto si gira, si dimena, si arrampica, si uccide e prende facciate dentro la sua scatolina.
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9 Febbraio 2009 • 21:26 Lunedì, Febbraio 9, 2009