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Archivio per la categoria ‘scrivere’

“Rifiuto”

2 Settembre 2009 Caino 2 commenti

Nel 2006 con lui c’ero anche io.
Tiro Rapido [perchè Giro Rapido era del 2007, se non erro] era un’occasione unica. Non c’entrava chi organizzava la manifestazione, chi avrebbe letto i racconti. Non c’entrava chi avrebbe partecipato e meno che mai la speranza di conoscere un famoso editore.
Era una maratona, e una seduta di scrittura in 911 minuti senza staccare era un trip. In privato, senza concorsi, non ho mai ripetuto una prestazione del genere. Scrivo in modo discontinuo, vado avanti ad urti e non in constante tensione.
Potevi conoscere gente strana. Frequentare scrittori incapaci e lettori accaniti.
Stare lì e scrivere male era un momento di comunione, una raccolta di personaggi e di storie.
Perderselo era un delitto e la prima cosa che devi fare, come scrittore, è cercare persone, luoghi e storie. Ovunque.

Credo che il mio racconto fosse “troppo” per ogni palato. Lungo, strano, cattivo.
In qualche misura, ancora oggi mi piace.
L’idea di base era tratta dal libro di Scrittura Creativa di Burroughs. E tutto si conclude con una frase degli Alice in Chains.
E tutta questa gente si faceva di eroina con le siringhe per i cannoli siciliani.
Diciamocelo, mica potevano pubblicarmi davvero su un giornale che deve vendere.

- o -

Rifiuto

Era dall’umido che scendavano le idee, le parole. Gocciolavano debolmente.

I ricordi, da qui dentro, all’interno del ventre, li sentivo rimbombare tra il mio respiro ed il battito del cuore.

“Sono cadavere, come te” pensai.

Nel ventre della terra c’erano urla che squarciavano il silenzio. Piccoli singhiozzi e bestemmie. Tutto questo mentre io contavo i respiri ed i sorsi d’aria degustandoli come vino, conscio che sarebbe stato  un piacere passeggero. Teso a terminare in questo buio.

Venti boccate al minuto, per non ubriacarmi, per non farmi girare la testa. Per controllare l’iperventilazione e la perdita di coscienza. Volevo stare in prima fila, quando sarei morto.

Ero freddo, religiosamente freddo.
Continua a leggere…

Finalmente, Amy Hempel

2 Settembre 2009 Caino 1 commento

foto libro

Lessi la notizia da una fonte che mi vergogno di conoscere. Non ricordo il titolo, ma doveva essere qualcosa come Donna Moderna, Intimità o Marie Claire. La cosa ancora più brutta è che no, non ero in bagno, non ero alle prese con le mie deiezioni solide e no, non ero annoiato dalle etichette dei prodotti per la pulizia di un gabinetto che conosco già a memoria.
[Tipo, lo direste mai che in Anitra WC Citrus c'è l'acido lattico e la citronella?]
Il fatto è che quando sai qualcosa di sensazionale da qualcosa o qualcuno che sarebbe meglio non conoscessi è come portarsi dietro un segreto in una tomba. Lo sai, e se ti scappa di dirlo qualcuno ti chiederà come lo hai saputo.
Di certo, non posso dire di conoscere Amy Hempel.
Tuttavia.

Esce “Ragioni per vivere” edito da Mondadori che racchiude tutti i racconti della scrittrice in questione e, anche se il titolo sembra riferirsi a “Reasons to live” uscito in America, la versione italiana racchiude anche “Alle porte del regno animale” .
Mi pare di capire quindi che corrisponda a questo “The Collected Stories of Amy Hempel“.
E’ ancora più curioso che questo libro sia stato lanciato come una novità,  con tanto di copertina rigida e prezzo mediamente esorbitante, considerando che Alle porte del regno animale venne pubblicato nel 1990 da Serra e Riva Editori. [nda: anche se a primo acchitto direi che è stato ritradotto.]

Per chi non lo sapesse, “Il Raccolto” è il miglior racconto mai scritto.
C’è chi definiva Hempel un sacchetto della spesa ripieno di elio o come una scoreggia dentro un paio di mutande.
Cazzate. E’ divina, spiazzante.
Lei è la frase ed il racconto perfetto.

p.s. ne parlai ai tempi qui.

Keywords: quante ne sapevi Will, prima di sparare a tua moglie?

5 Agosto 2009 Caino 1 commento

E’ bello vedere che le proprie keyword fanno interi discorsi. Mentre ho di meglio da fare e mentre il blog non viene aggiornato. Gli utenti arrivano qui. E non si trovano. E lasciano impronte.
E queste impronte fanno discorsi e sono discorsi migliori dei miei.
Tipo questo.

Se la vita fosse una driven plot novel, magari di cose che non capisco, come se Jared Leto fosse fidanzato, come le frasi straight edge, come se Maryln Manson diventasse un albero di fronte a Tania Dervaux, allora la prima lezione di Chuck Palahniuk sul prenderlo in culo con la vasellina dimostra che Cloverfield è una storia vera.
“Amo Layne Staley: è grave? Pamela Lyndon è scomparsa?”
Metteteci una cascata di immagini di Blade Runner,
di frasi di David Foster Wallace.
Recensioni.
Tutto contro il giorno,
come se fossi John Dillinger.
O forse in verità preferite la solitaria campagnola porno,
invece di Resuscito.

p.s. Vi faccio notare che le parole NON in grassetto non sono keywords e le ho usate come tessuto connettivo.
Impressionante.

La concezione della metafora di Predator

22 Marzo 2009 Caino 1 commento

«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon

Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.

Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?

Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a  quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?

Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

L’arte imita la vita, la vita imita la TV

10 Marzo 2009 Caino Lascia un commento

E te ne rendi conto quando capisci che le persone stupide esistono. Che non sono un caso di poca “applicazione” – del tipo Signora mia, suo figlio non si applica – tantomeno non sono casi di ignoranza. 
La stupidità esiste e quando te ne accorgi è come prendere una ginocchiata contro il comodino nell’oscurità totale .
Sussurri “Ahi” come un cane, imprechi due settimane di Santi ed eccotela lì.
La stupidità
Cuochi che si ritirano in Thailandia per vendere le proprie ricette.
Ottantenni che ti rubano l’ugello dei lavandini del bagno.
Io che lascio il latte dentro un frigo poco funzionante per una settimana.
Spreco substrati di lingua, saliva e neuroni. Spreco atomi che girano sempre più vorticosamente scaldandosi e consumandosi. 
La stupidità esiste ed è shockante.  
Ci sono persone tarate e c’è arte da buttare nel cesso. 
Non sarebbe giusto continuare a pensare che tutta l’arte ha un valore perchè esprime un pensiero. E non sarebbe giusto pensare che tutte le persone hanno un’intelligenza perché sono in grado pensare. 
Almeno un megatelevisore del cazzo, plasma panasonic – grazie -, farebbe il punto della situazione. 

Giuro.

L’originalità è inesistente

6 Gennaio 2009 Caino 4 commenti

Niente è originale.
Ruba da qualsiasi posto che smuove la tua ispirazione o  alimenta la tua immafinazione.
Divora vecchi film, nuovi film, musica, libri, quadri, fotografie, poesie, sogni, conversazioni a caso, architettura, ponti, insegne stradali, alberi, nuvole, distese d’acqua, luce e ombre.
Seleziona solo le cose da rubare che parlano direttamente con la tua anima. Se fai questo, il tuo lavoro [e il tuo furto] sarà autentico. L’autenticità è inestimabile; l’originalità è inesistente. E non prenderti la noia di nascondere i tuoi furti – celebrali se li senti tuoi. 
Ad ogni caso, ricorda sembre quello che  Jean-Luc Godard disse: “Non è dove prendi le cose, ma è dove le porti.”

Jim Jarmusch

-o-

Tra tutte le cose che Resuscito potrebbe dire, alla fine si potrebbe condensare tutto in queste poche parole.
E’ per questo che un blog di scrittura, perlopiù di narrazione, parla poco di libri. Per questo mi focalizzo su film, serie tv, musica, pubblicità o campagne elettorali.
E’ difficile dire “il mio blog è di scrittura” se poi alla fine raramente parlo dei libri che leggo, se non come rigurgiti o citazioni o influenze. Potreste riconoscere quello che leggo da come scrivo, quello che racconto da come penso.
Di un libro non c’è bisogno di parlare, un buon libro lascia pensare.
E io questo faccio, in qualche modo, e non solo sul blog.
Connetto i punti numerati. 
Faccio il reverse engineering.
Cerco un disegno. 


Happy Nu-Xmas

14 Dicembre 2008 Caino Lascia un commento

Avevamo pochi giorni.
Eravamo in tre, e tre è il numero che non va bene per nessun gioco. Nessun passatempo poteva adattarsi ad una parentesi che sarebbe stata eterna. Magari sarebbe sbucato un pallone da sotto il letto in qualche cameretta, in una delle tante case vuote, e avremmo potutto giocare a turno in un uno-contro-uno con portiere.
Ma il tempo non sarebbe passato.
Il tempo era diventato eterno ed immobile. 
Era tornato ad essere quello che tutti avevamo dimenticato che fosse. 
Nessuno ci avrebbe tirato per il colletto della camicia, nessuna multinazionale con nuove tecnologie scintillanti e nessuna nuova droga e nessuna modella puttana ci avrebbe trascinato attraverso le nostre vite.
Non avremmo avuto nuovi desideri per i quali immolare i nostri giorni. 
Niente ci avrebbe fatto dimenticare i momenti che sarebbero gocciolati via. E lo sgocciolio ci avrebbe fatto impazzire. 
Avevamo pochi giorni, e fra molti giorni, senza batterie e senza corrente elettrica, tutte le lancette dei secondi sarebbero svanite. Sarebbero diventate solo astine che indicavano direzioni casuali. 
Il tempo sarebbe tornato ad essere siderale.
Avevamo due corde, una latta di benzina,  due zaini con scatolette di fagiolini, piselli, cavoli di Bruxelles. Niente pistole o fucili, solo due coltelli da cucina. Uno per il pane, lama lunga non seghettata punta rotonda, uno per il formaggio di quelli con la punta che sembrano due corna appuntite. E per sei mani, tre destre e due sinistre complete più un’altra sinistra esplosa all’altezza del terzo metacarpo, non erano poi molto.
Per la strada qualcuno urlava e quello che facevamo, io e lui e l’altro, era infilare meglio le orecchie dentro il cappuccio e dentro le tese delle giacche. Allungavamo i passi e piegavamo di più e ginocchia, come per diventare più bassi.
C’erano lente spirali di fumo sull’orizzonte, Buick schiantate e accortacciate contro i marciapiedi e spalmate dentro le cabine delle fermate dall’autobus. Una nonnetta rantolava da giorni con il sangue alla bocca e quaranta centimetri di intestino tenue disposto a formare un punto interrogativo e un freccia che indicava il sole.
Chi sopravviveva non li uccideva neppure più. Chi sopravviveva non si scambiava neppure le domande di rito.
Io non sapevo i loro nomi.
In tre non è difficile pensare che ogni domanda è per entrambe, e che ogni domanda merita sempre una risposta.
Ogni domanda, nel nuovo presente, ha due risposte.  A volte completamente opposte, a volte identiche. 
Il tempo era infinito ma avevamo verità. Non avevamo molti desideri e speranze, ma tutti li avevamo in comune.
Babbo Natale sarebbe arrivato con un solo pacco e sarebbe bastato per tutti.
Finalmente.

La persona depressa [ed Infinite Jest]

15 Settembre 2008 Caino 9 commenti

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Benché non mi sia mai sentito di consigliare Infinite Jest, conscio del fatto di lanciare un tomo di millequattrocento pagine addosso al malcapitato, lettore che si sarebbe trovato mesi e mesi di lettura delirante, complessa, con un vago retrogusto fantascentifico ed ironico, costretto ad immaginare che quel tomo rappresenti a conti fatti non una semplice storia, tantomeno un agglomerato di semplici storie – immaginatele pure come mille serpentelli, dove ogni protagonista è perlopiù una testa e dove la famiglia Incandenza ha lo stesso colore e code di diverse lunghezze, perchè le code in fondo non fanno altro rappresentare le loro vicende passate – quindi tirare un intero universo addosso a qualcuno, almeno per me, è reato. Prendete Stephen Hawking e immaginatelo corrervi addosso con Plutone e i suoi anelli, oppure se preferite una pena più grande e lenta, considerate quel pallone marrone doppiostrisciato di Giove e i suoi figli che vi arriva addosso.
Quindi, responsabilizzato dalla morale che mi obbliga a non uccidere nessuno tirando pianeti ed atmosfere, nessun mondo animale o vegetale da terminare nell’esplosione uomo-pianeta che in fondo non produrebbe nulla di più di un misero squittio, come un chicco d’uva sotto l’edizione Fandango del libro sopracitato, evito sempre di dire “leggilo”.
E se lo dico è più qualcosa come, “leggilo ma io non te l’ho detto”.
A volte mi limito a fissare qualcuno per ore impossibilitato ad esprimermi di fronte alla paura di un possibile rifiuto di un estraneo, o peggio ancora di un amico, di leggere David Foster Wallace e La Sua Opera Maggiore, mentre altre volte fisso il malcapitato, che se è una donna statisticamente urlerà “mi guardi le tette” a insaputa del fatto che io sono un “lato-B-ista”, e guardandolo cercherò di incutere-incidere-inchiodare nel suo cervello che i suoi prossimi soldi andranno a finire a rimpolpare quelli che da oggi in poi saranno i crisantemi dello stimatissimo scrittore post-moderno. (E questo tra l’altro mi fa pensare che forse lui dei suoi soldi non ha più bisogno, e che forse potremmo pagarlo in merda, in capelli, in unghie e in sangue di bue per concimare i suoi fiori.)
Consigliereste dopotutto del tabasco nel cappuccino?
Delle caramelle pynchoniane con acciughe e ricoperte al limone?
Il succo è, cari saputelli, che nessuno di voi potrà esimersi dal condividere che un vero pianeta, e persino i suoi satelliti, anche quelli con nomi buffi come Ijiraq o Trinculo, possiedono una forza conservativa tipica dei corpi dotati di massa, per quanto riguarda la meccanica tradizionale, mentre per i relativisti questa forza è legata alla geometria non euclidea dello spazio-tempo.
Se ci stiamo capendo, stiamo quindi parlando di forza di gravità ed Infinite Jest, indubbiamente, ne possiede una pari o superiore a quella della Terra, cosa che per altro spiegherebbe la quantità di racchette e di palline da tennis che rimbalzano in tutto il libro.
Ma se questo non vi spaventa sappiate che la sua gravità vi colpirà come una maledizione e così come nessuno vi ha mai detto che “cadrete” in quanto vittime della forza gravitazionale terrestre, e se non ricordate quando ve l’hanno detto la prima volta è per colpa della vostra memoria e del fatto che eravate troppo piccoli, mentre tutte le altre “seconde volte”, che sono quelle che ricordate adesso, tipo vostra madre che ve lo urlava dalla finestra mentre imitavate i piccioni in piedi su una staccionata, le consideravate solamente e inutilmente retoriche, sappiate che Infinite Jest vi cadrà addosso.
Voi ci cadrete dentro.
Più leggerete libri, più entrerete in libreria, più prima o poi vi troverete a bruciarvi nella sua atmosfera, nella nuova America rinominata ONAN, a chiedervi quale sia realmente l’Anno del Glad.
La cosa tragica è che finito di leggerlo, con il libro saldo nelle mani, urlerete: “Se potrei scriverlo io, sarei felice per sempre” e questa, scusate il cinismo, è una cosa che è stata dimostrata come falsa.
Scrivere Infinite Jest non porta alla felicità. E urlando quelle parole, come se vi stesse guardando allo specchio, vi renderete conto di essere inadeguati. Per sempre. Sarete un pianetucolo senza vita, al buio, vicino ad essere inculati proprio da Hawking e i suoi buchi neri, mentre desidererete una capacità che in fondo porta alla morte.
In quella condizione, orfani della Lettura del tomo, distrutti dal fatto che neppure scrivere un capolavoro possa regalarvi il nirvana, vi ritroverete in crisi di astinenza e vi mancherà un pezzo di voi stessi, come se Infinite Jest fosse un vostro parente, come se poteste far soffrire di meno Don Gately.
Imparerete a guardare con più attenzione gli uomini in carrozzella.  Il Qebeq.
Finalmente, in un tripudio di neuroni sovraeccitati, poserete quella cazzo di penna, o quel pc, grande o piccolo che sia e inversamente proporzionale al vostro pisellino geek e al vostro stipendio, e capirete che voi non avete proprio un cazzo di niente da dire.
Non avete una storia.
Non avete un personaggio.
Non avete una sola idea che valga la pena di diventare l’appendice dopo le suonerie di Tv, Sorrisi e Canzoni.
L’unica speranza, cari omiciattoli, è dimenticare, così come non vi annotate l’odore e il colore delle vostre feci ogni santo giorno.
Dimenticato Infinite Jest allora troverete cose nuove da dire [falso], nuovi modi per dirle [falso], nuove situazioni [falso], nuovi sentimenti da descrivere [falso], troverete qualcosa di geniale da raccontare [falso].
E alla fine sarete felici. [FALSO. FALSO. E FALSO.]
Lo stesso DFW non avrebbe più scritto un Infinite Jest.
E tuttavia, questo mi secca. Mi mancherà.
Da lui, io ho imparato (anche) questo.

Viva Charles Bronson

11 Settembre 2008 Caino 4 commenti

Questo post era un commento a lui e a questo punto di vista. Poi ho deciso che come commento era troppo lungo. Ed allora lo sposto qui, perchè è un commento che richiede commenti.

Riassumendo, il nocciolo del tema è Dexter, la serie tv con il poliziotto serial killer.
E’ doveroso notare questa contraddizione che, messa giù in qualsiasi forma e in qualsiasi lingua, è di per se un perfetto incipit.
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer.”
Breve e semplice.
 

Saltiamo.
Prima stagione carina, mediamente tesa, plot in costante aumento di contraddizioni, personaggi profondi quanto si possano trovare in un thriller da 19 euro a copertina rigida, e blablabla. Basata sul libro “La mano sinistra di Dio” di Jeff Linsday, è un lavoro netto, pulito e dignitoso. 
La seconda stagione parte goffa ma inannella un paio di incastri notevoli. Si nota la differenza fra una sceneggiatura nata da un romanzo e una sceneggiatura nata direttamente per lo schermo.
La prima è goffa e sovrabbondante di incastri e dettagli, la seconda è snella, agile e inizialmente impacciata.

Nel post citato c’è l’accusa “ikea stile”: una serie funzionale ma non un trionfo orgasmico.
Colpito, perfetto. Vero.
Manca “gore”, splatter, raccapriccio degno di un serial killer.
Tuttavia non ha “foglie di fico”.
Raccontando qualcosa non si deve mai saltare o vergognarsi di descrive situazioni o aspetti della storia. E questo lo si deve fare compatibilmente con lo stile e il modo di raccontare.
In “Dexter” non ci si può aspettare in un trionfo di amputazioni e sangue degno di The Texas Chainsaw Massacre.
Dexter è ikea style, funzionale e privo di fronzoli.
E Ikea non mette fregi Luigi XVI nei suoi mobili. 
Non ci sono scabrosità e persino in situazioni limite non vi è il livello di dettaglio che le renderebbe pesanti.
Esempio: Dexter da bambino piange in una pozza di sangue: basta scurire il sangue per rendere realistica quella scena, e volutamente non viene fatto.
Eccone due motivi: la possibilità di mandare in onda quella serie in seconda serata, il fatto che l’aspetto ironico e l’ottica sia preponderante rispetto al sadismo visivo.

Tutto questo dovrebbe spingere a focalizzarsi sull’ottica narrativa di questa serie.
Dexter è un continuo monologo personale, egoista e scorretto, di una persona in lotta tra le proprie necessità e il modo per far rientrare i propri errori nell’accettabilità umana.
E’ una persona che per approvare se stesso non scappa dalle proprie perversioni, ma cerca di direzionarle nel modo più corretto.

E’ per questo che ha consensi: ognuno di noi fa cose tremendamente sbagliate ma cerca di applicare un proprio codice di accettabilità e di tolleranza. Se la società condivida o meno, non fa differenza.
Lo fanno tutti e tutti si ritrovano in Dexter.
Dexter uccide qualcuno di cattivo, noi mangiamo il pasticcino e poi andiamo a correre il lunedì mattina.
Dexter butta a mare l’ennesimo cadevere, noi anneghiamo l’ennesima sigaretta nel nostro portacenere colmo.
Quello che facciamo è associare il nostro senso di colpa con il suo.  E non vorremo associare la nostra persona e la nostra condotta a vermi, corpi putrefatti, cervelli spappolati. 
Vi immedesimereste in John Wayne Gacy?
Dexter funziona perchè una macchia di sangue è così tanto simile allo sbaffo di marmellata di ciliegia del quale siamo colpevoli. 
Per il resto, ok, non è un capolavoro.  Forse fa proprio cagare.
Ma notata che ha una metafora, ha una coerenza narrativa, ha uno stile. Non credo sia poco. 

E finiamo dicendo la verità.
Il vero incipit di Dexter sarebbe:
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer di serial killer.”
Ed ecco che di Dexter non ce ne frega più nulla.
Non c’è mordente, è solo l’ennesimo giustiziere e per di più poliziotto e quindi semi-autorizzato.
Mi manca Charles Bronson.

Monografie: Tigre acquattata, dito nascosto.

7 Settembre 2008 Caino 1 commento

Siamo nel suo ufficio e io sto guardando la sua doccia. Jeff ha questa enorme doccia,  un “enorme” proporzionato all’ufficio altrettanto enorme, e io gli chiedo se posso usarla. 
Non so per quale ragione, perchè io non ho detto bucco di culo, non ho detto ano, non ho detto rai2, crea-merda, raccoglitore-emorroidale, sfintere, retto, porta posteriore, sedere, uscita di sicurezza, produttore di concime, lato b, tafanaro o mandolino o corridoio, e non ho detto neppure buco nero o occhio marrone, che Jeff dice: ”Conosci Hopoate?”
Dice: “Dovresti informarti.” 

Il 21 marzo 2001 la partita West Tigers e North Queensland non è ancora finita che tre giocatori si sono beccati diverse ditate in culo. 
Non sopra, intorno o sotto. Ma dentro il culo.
Questa è una storia vera.
“Sentii delle dita. Lui le stava spingendo su per il mio ano,” disse Bowman, ala destra dei North Queensland. “Ero disgustato, non potevo crederci. Se lui fosse stato un vero uomo non l’avrebbe mai fatto.”
Morrison disse: “E’ stato tremendo, mi fece male. Faceva pressione con tutta la sua forza.”
Bernard Cross, l’avvocato difensore di Hopoate, disse ai giornalisti che era stato un tacchetto della scarpa. Come se una scarpa, un tacchetto di gomma, fosse identico ad un dito.
Il giocatore del North Queensland Jones, un’altra vittima, non aveva dubbi nel tatto della sua zona anale e nella sua capacità di riconoscere dita e tacchetti.
Vedesi anche “rugby proctologico”.
Il giocatore neozelandese Hopoate venne squalificato per dodici settimane  perchè colpevole di aver “interferito” con gli avversari. Soltanto un anno prima, nel luglio del 2000, la squalifica fu di sole quattro giornate a causa di altrettante ditate esplorative. Sempre nel 2000, le altre ditate vennero convertite in penalità sul punteggio. 
Il commissario giudiziario Tim Hall disse: “In 45 anni di rugby non ho mai avuto a che fare con qualcosa di altrettanto disgustoso.” 

Nato a Tonga nel 1974, John Hopoate iniziò a giocare a rugby sin da bambino. 
Divenne un giocatore professionista all’incredibile età di 19 anni e confermato come titolare solo nel 1995 quando come riserva segnò 21 volte e si piazzò secondo in classifica dietro il suo compagno di squadra Steve Menzies.
Nel 2005 verrà obbligato a lasciare in maniera definitiva il rugby e i campi da gioco. 
E’ ricordato come  ”il giocatore più volte squalificato nella storia moderna del rugby”.

In tutto questo una delle cose migliori furono i titoli della stampa e gli articoli.

Il Manager di Hopoate punta il dito sulle pubblicità.
Il manager della discreditata stella del rugby John Hopoate sta considerando di fare causa contro la New Zeland Cancer Society [società per la cura e prevezione del cancro, nda] per la foto utilizzata in una delle loro pubblicità che ritrarrebbe il giocatore intento a infilare un dito nell’ano dell’avversario.” 

 

 

 

In quella stessa stagione, il 2001, i Melbourne Storm segnarono il record della vittoria più schiacciante ai danni della squadra di Hopoate.
64 a 0 .
Sessantaquattro punti sono la testimonianza ineluttabile che le dita di John aiutavano. 
Tuttavia i North Queensland, forse per sicurezza, sempre nel 2001 si posizionario immediatamente dietro ai West Tigers nella classifica di fine stagione. 

Oggi John Hopoate è un pugile. 
In questa foto sembra sfidare il pubblico: “Chi vuole farsi FOTTERE dalle mie dita?” 
E visto lo sport, non sono più sicuro che continui ad usare un solo dito alla volta.