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Archivio per la categoria ‘scrittura creativa’

“Rifiuto”

2 Settembre 2009 Caino 2 commenti

Nel 2006 con lui c’ero anche io.
Tiro Rapido [perchè Giro Rapido era del 2007, se non erro] era un’occasione unica. Non c’entrava chi organizzava la manifestazione, chi avrebbe letto i racconti. Non c’entrava chi avrebbe partecipato e meno che mai la speranza di conoscere un famoso editore.
Era una maratona, e una seduta di scrittura in 911 minuti senza staccare era un trip. In privato, senza concorsi, non ho mai ripetuto una prestazione del genere. Scrivo in modo discontinuo, vado avanti ad urti e non in constante tensione.
Potevi conoscere gente strana. Frequentare scrittori incapaci e lettori accaniti.
Stare lì e scrivere male era un momento di comunione, una raccolta di personaggi e di storie.
Perderselo era un delitto e la prima cosa che devi fare, come scrittore, è cercare persone, luoghi e storie. Ovunque.

Credo che il mio racconto fosse “troppo” per ogni palato. Lungo, strano, cattivo.
In qualche misura, ancora oggi mi piace.
L’idea di base era tratta dal libro di Scrittura Creativa di Burroughs. E tutto si conclude con una frase degli Alice in Chains.
E tutta questa gente si faceva di eroina con le siringhe per i cannoli siciliani.
Diciamocelo, mica potevano pubblicarmi davvero su un giornale che deve vendere.

- o -

Rifiuto

Era dall’umido che scendavano le idee, le parole. Gocciolavano debolmente.

I ricordi, da qui dentro, all’interno del ventre, li sentivo rimbombare tra il mio respiro ed il battito del cuore.

“Sono cadavere, come te” pensai.

Nel ventre della terra c’erano urla che squarciavano il silenzio. Piccoli singhiozzi e bestemmie. Tutto questo mentre io contavo i respiri ed i sorsi d’aria degustandoli come vino, conscio che sarebbe stato  un piacere passeggero. Teso a terminare in questo buio.

Venti boccate al minuto, per non ubriacarmi, per non farmi girare la testa. Per controllare l’iperventilazione e la perdita di coscienza. Volevo stare in prima fila, quando sarei morto.

Ero freddo, religiosamente freddo.
Continua a leggere…

Finalmente, Amy Hempel

2 Settembre 2009 Caino 1 commento

foto libro

Lessi la notizia da una fonte che mi vergogno di conoscere. Non ricordo il titolo, ma doveva essere qualcosa come Donna Moderna, Intimità o Marie Claire. La cosa ancora più brutta è che no, non ero in bagno, non ero alle prese con le mie deiezioni solide e no, non ero annoiato dalle etichette dei prodotti per la pulizia di un gabinetto che conosco già a memoria.
[Tipo, lo direste mai che in Anitra WC Citrus c'è l'acido lattico e la citronella?]
Il fatto è che quando sai qualcosa di sensazionale da qualcosa o qualcuno che sarebbe meglio non conoscessi è come portarsi dietro un segreto in una tomba. Lo sai, e se ti scappa di dirlo qualcuno ti chiederà come lo hai saputo.
Di certo, non posso dire di conoscere Amy Hempel.
Tuttavia.

Esce “Ragioni per vivere” edito da Mondadori che racchiude tutti i racconti della scrittrice in questione e, anche se il titolo sembra riferirsi a “Reasons to live” uscito in America, la versione italiana racchiude anche “Alle porte del regno animale” .
Mi pare di capire quindi che corrisponda a questo “The Collected Stories of Amy Hempel“.
E’ ancora più curioso che questo libro sia stato lanciato come una novità,  con tanto di copertina rigida e prezzo mediamente esorbitante, considerando che Alle porte del regno animale venne pubblicato nel 1990 da Serra e Riva Editori. [nda: anche se a primo acchitto direi che è stato ritradotto.]

Per chi non lo sapesse, “Il Raccolto” è il miglior racconto mai scritto.
C’è chi definiva Hempel un sacchetto della spesa ripieno di elio o come una scoreggia dentro un paio di mutande.
Cazzate. E’ divina, spiazzante.
Lei è la frase ed il racconto perfetto.

p.s. ne parlai ai tempi qui.

Keywords: quante ne sapevi Will, prima di sparare a tua moglie?

5 Agosto 2009 Caino 1 commento

E’ bello vedere che le proprie keyword fanno interi discorsi. Mentre ho di meglio da fare e mentre il blog non viene aggiornato. Gli utenti arrivano qui. E non si trovano. E lasciano impronte.
E queste impronte fanno discorsi e sono discorsi migliori dei miei.
Tipo questo.

Se la vita fosse una driven plot novel, magari di cose che non capisco, come se Jared Leto fosse fidanzato, come le frasi straight edge, come se Maryln Manson diventasse un albero di fronte a Tania Dervaux, allora la prima lezione di Chuck Palahniuk sul prenderlo in culo con la vasellina dimostra che Cloverfield è una storia vera.
“Amo Layne Staley: è grave? Pamela Lyndon è scomparsa?”
Metteteci una cascata di immagini di Blade Runner,
di frasi di David Foster Wallace.
Recensioni.
Tutto contro il giorno,
come se fossi John Dillinger.
O forse in verità preferite la solitaria campagnola porno,
invece di Resuscito.

p.s. Vi faccio notare che le parole NON in grassetto non sono keywords e le ho usate come tessuto connettivo.
Impressionante.

Ce l’ho in canna

14 Luglio 2009 Caino 1 commento

La verità è che ho una storia così bella e così tanta voglia di scriverla che sapere che non verrà letta da almeno un milione di persone mi fa passare la voglia.
Una storia bella, con piume colorate, che vi farebbe vergognare.
E se c’è una cosa in cui sto diventando “meglio”, è quella di capire le pieghe psicologiche delle persone.
Una volta mi hanno detto che non ha senso scrivere se non vieni letto da tutti, o almeno da tanti.
Forse è un po’ vero.
Forse questa è una mia piega psicologica, un tratteggio “taglia qui”.
Forse sono pesante e palloso e un finto-smartguy.
Quindi sollevo pesi.
Almeno le braccia le noterete.
E vaffanculo.

Dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota.

8 Aprile 2009 Caino 6 commenti

Se la Coca-Cola è uno strumento di seduzione, un indispensabile strumento che  ha saputo farci immaginare le profondità orali di Cameron Diaz, riuscendo peralto a farci fantasticare  sul suo diaframma e sulle sue capacità di apnea legata alla sua capienza polmonare, le carote non lo sono.
Non è tanto una questione del fatto che la Coca-Cola ha creato Babbo Natale, regalandoci anche l’atmosfera natalizia della nostra infazia e accompagnadoci fino alla nostra prima sbronza di cuba libre – perchè d’altronde quale mentecatto potrebbe bere rhum liscio da 10.000 lire a bottiglia al sabato sera – ma la nostra fantomatica azienda con il logo rosso ha sì rovinato la vita ad un barista [americano[ che ha venduto la ricetta per pochi dollari ma ha anche salvato centinaia di cubani e le loro canne da zucchero, alla faccia dell'embargo americano e di Fidel Castro.
La Coca Cola è uno strumento di Dio.
Ha esplorato Cameron Diaz, mentre le carote no.
Le carote, le 49 carote che si è infilata in bocca Glenn Close, sono l'ortaggio del demonio. E questa convinzione non è una convinzione ottocentesca secondo la quale i cosidetti "pel di carota" sono dei figli di puttana, vedesi "Rosso Malpelo", ma è per il fatto che la carota è un alimento indegno alla cottura. Forse nelle torte e forse per i conigli.
Ma le carote - e parlo anche per voi, carote - fanno anche ingrassare.
E la Coca Cola [37cal/10cl] è stata in grado di diventare Light [0cal/10cl] e poi Zero [0cal/10cl + vari stimolanti tumorali]. Non ingrasserete, ma almeno avrete il dono del rutto.
Così ammetto l’elasticità facciale di Glenn Close mi spinge alla repulsione.
Se Cameron Diaz si fosse messa 49 lattine di Coca Cola in bocca, in gola, sarebbe un altro discorso. Dopo “il principio dell’alesaggio” al quale ho pensato dopo il sonoro rutto della biondina, dove per alesaggio si intende appunto il diametro interno di un cilindro o pistone, avrei pensato al concetto di elasticità.
Ma Cameron Diaz sa che le carote sono out e cehe 49 lattine di Coca Cola sono inarrivabili.
La lattina è Sex in the city, la carota è disperazione solitaria campagnola.
In America hanno le carote piccole.
In Giappone hanno i piselli piccoli.
In Italia abbiamo Berlusconi che è un po’ un cazzone [pisello], un po’ lampadato [carota ] e  per quanto fondotinta possa mettersi nelle scarpe rimane piccolo.
Glenn Close si mette 49 carote piccole in bocca e io me la immagino in casa, da sola, che tenta di battere il suo record di 48 carote piccole. Dopodichè al primo momento possibile dice al suo agente: “Fa che nella prossima intervista ci siano almeno 49 carote piccole ad aspettarmi insieme al microfono.”
Immagino Glenn Close che si spacca un labbro la prima volta che arriva a 20 carote.
Immagino Glenn Close che deve rispondere al telefono, con suo marito che la chiama, ed ha 32 carote in bocca.
Immagino che starnutisce con 38 carote e i suoi occhi si iniettano di sangue come in 28 Giorni Dopo.
La Coca Cola racconta storie migliori. Ci ha illuso sulla fantomatica vita di aspirazione e sacrifici di Cameron Diaz per aumentare il suo alesaggio.
Le mail che riceveva. “Increase your BORE.”
Le amiche che la deridevano perchè i suoi rutti erano dei flebili Do di petto.
Ma ora non ditemi che tutto questo è normale e non è perchè Cameron Diaz è gnocca e Glenn Close no.

Glenn, dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota. Non scherzo.

La concezione della metafora di Predator

22 Marzo 2009 Caino 2 commenti

«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon

Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.

Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?

Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a  quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?

Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

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12 Marzo 2009 Caino 1 commento

Avevamo l’importanza del gas di petrolio liquefatto.
Ci avevano messo in fondo, ed in fondo se avessimo preso fuoco non avremmo ustionato nessuno. Pierre si sarebbe tirato su i calzini, Jeremy avrebbe continuato a farlo con il naso. E noi avremmo fatto il rumore di un pneumatico che perde la sua atmosfere urlando nel fuoco. A fine lezione si sarebbero girati ed ecco la firma della nostra esistenza. Ombre negative contornate dalla aura malevola nera di foliggine.
In fondo, dice il Rettore, non disturbate quelli davanti.
<<Siete GPL>>
E quelli davanti galleggiavano come metano.
Avevano camice, cinture in cuoio, maglioncini dolcevita di lana sottile, pantaloni i velluto verde ed io ero sicuro che avessero persino dei cuori rossi. E del sangue vero.
Le ragazzine portavano qualcosa di simile ai collant.
Non erano quelle di Betty Page, ma neanche un telone da circo.

[...]

L’arte imita la vita, la vita imita la TV

10 Marzo 2009 Caino Lascia un commento

E te ne rendi conto quando capisci che le persone stupide esistono. Che non sono un caso di poca “applicazione” – del tipo Signora mia, suo figlio non si applica – tantomeno non sono casi di ignoranza. 
La stupidità esiste e quando te ne accorgi è come prendere una ginocchiata contro il comodino nell’oscurità totale .
Sussurri “Ahi” come un cane, imprechi due settimane di Santi ed eccotela lì.
La stupidità
Cuochi che si ritirano in Thailandia per vendere le proprie ricette.
Ottantenni che ti rubano l’ugello dei lavandini del bagno.
Io che lascio il latte dentro un frigo poco funzionante per una settimana.
Spreco substrati di lingua, saliva e neuroni. Spreco atomi che girano sempre più vorticosamente scaldandosi e consumandosi. 
La stupidità esiste ed è shockante.  
Ci sono persone tarate e c’è arte da buttare nel cesso. 
Non sarebbe giusto continuare a pensare che tutta l’arte ha un valore perchè esprime un pensiero. E non sarebbe giusto pensare che tutte le persone hanno un’intelligenza perché sono in grado pensare. 
Almeno un megatelevisore del cazzo, plasma panasonic – grazie -, farebbe il punto della situazione. 

Giuro.

To loop, or not to loop.

21 Gennaio 2009 Caino Lascia un commento

Dato un lasso temporale superiore all’intervallo generazionale, una decade, per continuare ad ottenere risultati costanti a livello artistico, ispirativo e qualitativo è indispensabile cambiare sorgenti.
Leggesi anche che da più sorgenti si possono ottenere lo stesso prodotto in tempi diversi, mentre nello stesso instante X un numero indeterminato di sorgenti offrirà un numero indeterminato di prodotti, sensazioni, ispirazioni ed emozioni.
Il frastuono dei Sex Pistols, la loro inequità e anarchia, oggi potrebbe chiamarsi Nasum. E le reunion dei pistola è poco più che pop.
Lo stesso messaggio impressionante di 2001 Odissea nello Spazio, di incantevole umanità e spessore esistenzialista, il suo rapporto uomo-tempo-evoluzione, trent’anni dopo potrebbe essere Primer.
Quello che mi sconcerta non è il “ritornello” di questo. Non mi sorprende la ciclicità delle storie e delle metafore, dei messaggi e dei significati.
Mi stupisce il passaggio involontario di bocche che raccontano queste storie.
Mi stupisce che un’artista sia condannato all’evoluzione, impossibilitato nel ripetere lo stesso nocciolo concettuale per la sua esistenza, tranne forse per Clapton e BBKing, ma che i suoi concetti vengano involontariamente ripresi due decenni dopo.
E’ come camminare bendato sui ciottoli. Ce ne sarà sempre uno e non importa chi ce l’ha messo.
Avremo sempre l’heavy metal e le borsette alla moda.
Avremo sempre una perversione sessuale al limite del conato.
Avrete sempre il sostituto di quello che vi piace.
Morto un papa, ne farete davvero un altro.
E sarà lui a cercarvi. 

Immaginate che la terra sia fatta da 10 bocche che dicono 10 cose diverse.   Ad ogni istante le bocche si scambiano il discorso, perchè in realtà le cose da dire sono al massimo 10. Ed ogni bocca, durante la propria vita, una vita da 10 istanti, dirà tutti i 10 discorsi possibili.
A livello teorico potreste seguire il tragitto di bocca in bocca di un discorso.
La cosa probabile però è che voi riuscirete a stabilire il “successo” di un discorso per ogni singolo istante, mentre vi starete perdendo tutti gli altri.
Quindi se pensate che La Divina Commedia sia un gran bel discorso, è perchè le altre bocche di quell’istante non sono riuscite a comunicare con lo stesso impatto, e non perchè avessero cose meno importanti da dire.
Abbiamo più discorsi, e più bocche, e soprattutto un gran rumore di fondo. 
Quindi l’heavy metal e il sadomaso e il social networking, nei loro concetti, esistevano anche nel medioevo.  

Desert Session

8 Gennaio 2009 Caino Lascia un commento

[Desert+Sessions+1&2+2.jpg]

Alle sei del mattino siamo nati nel deserto insieme al Sole.
Siamo dentro piccoli canyon e un cammello mastica. Le pietre stratificate tutto intorno, ogni strato è simile ma diverso. Più spesso, più giallo, più pietroso.
Ogni strato è un pianeta Terra precedente. Viviamo sopra una matrioska di pianeti Terra.
Questo presente riveste il passato come un guanto. Il futuro ci seppellirà. Fisicamente.
Viviamo dentro un pianeta sempre più grosso, secolo dopo secolo, e finiremo per inglobare la Luna. Basterà un ascensore per arrivarci.
Fa un caldo che anche Dio vede doppio. Mancano pochi minuti alle 9 ed io sono convinto che le persone possano sublimare in pochi istanti.
Solide, gassose. Svanirebbero come scoregge. Se immagini mezzogiorno in mezzo all’asfalto, in Sicilia, non ci sei neanche vicino. Il caldo è simile, il tuo stupore però ti spalanca gli occhi che le pupille rotolano fuori.
Il cammello mi guarda, io guardo l’albero che sembra la  versione wallpaper di un albero del deserto. Quant’è storto e bianco e figo e per bruciarlo basterebbe davvero sbattere un pezzo di selce contro l’altra come dice il Manuale dell’Uomo Primitivo.
La polvere sa di Africa e il mio sputo è pittura. E’ tutto così rosso e giallo ocra che le mie scarpe non sono in tono con il mondo.
Striscio kitsch pressato dal Sole e il cammello mi guarda.
Lui che è vestito di velluto e che si è cagato anche addosso.