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Archivio per la categoria ‘rigurgito’

Del perché District 9 è una cagata e del perché nessuno ve lo verrà a dire

14 Settembre 2009 Caino 2 commenti

La pillola blu dice che District 9 è un film spassoso. Dice che merita il suo tempo, i suoi euro, dice che è originale, strano, imprevedibile e geniale. La pillola blu mostra effetti speciali di prima categoria, ottimi attori, un trama avvincente e, finalmente, alieni vagamente chtulhiani.
E cazzo, ci sono persino dei Mech. Da quanto tempo non si vedono dei Mech sul grande schermo?
La pillola rossa dice tutt’altro. Dice che se si ci si sforza di leggere tra le righe District 9 rappresenta tutto il male che può nuocere l’industria dell’intrattenimento a delle idee geniali. La pillola rossa racconta quanto una mente acuta, potenzialmente sovversiva,  debba essere controllata, annacquata da una dozzina di milioni di dollari e rediretta in maniera produttiva.
Se pensate che District 9 sia il nuovo “Essi vivono” allora mi dispiace. Quello è il guard rail e quelli con il suv che stanno per uscire di strada siete voi.
Voi della pillola rossa allacciatevi la cintura. Gli altri possono solo tapparsi il naso.

Il corto realizzato nel 2005 da Neil Blomkamp, “Alive in Joburg”, è geniale per due singole idee che colpivano rispettivamente la forma e il contenuto dell’opera stessa.
Se le due idee fossero state solo di forma, o solo di contenuto, ci saremmo trovati di fronte ad un cortometraggio semplicemente carino, bello, stupendo. Non geniale.
Per esempio, un film di alto contenuto metaforico ma di banale realizzazione rischia di essere un “segone mentale”. Al contrario, un film senza contenuto metaforico ma colmo di stile [dal montaggio, alla fotografia, alla narrazione] diventa un “segone per esteti”. [A riguardo vorrei aggiungere, per esempio, che Lynch è il Gran Maestro Assoluto dei Gran Segoni Estetici e Mentali. E' troppo di tutto, e va benissimo così.]
“Alive in Joburg” era una fortissima metafora dell’apartheid in salsa sci-fi incrociato con la “multi narrazione” tipica di un documentario.
Ha contenuto e forma.
Bene. Ora pensate di fermarvi in un chioschetto dove fanno i panini. Hanno un prosciutto da favola che non è quello lucido che sembra fatto con la cera rubata in chiesa. E poi hanno salame, pancetta e soppressata e persino il peperoncino non è quel rosso E 122. E’ proprio peperoncino.
E finisce che ordini il panino, il tizio ti chiede se vuoi altro “peparedda“,  e poi ti annegano una fettina di salume in 400gr di panino bianco malcotto e raffermo.
Alive in Joburg è la fettina di salame annegata in District 9.
Non c’è una sola idea che sia stata migliorata e non c’è un momento in tutta la narrazione che recuperi la bontà del corto di origine.

E’ ancora peggio capire quanto il contenuto sia stato edulcorato.
Ci sono fattori essenziali che non sono potevano venir eliminati  e che rendono District 9 “reale”. Il Sud Africa, Johannesburg, non fanno pensare alla solita americanata alla Indipendence Day, ma fanno paura. Sono reali, sono la faccia della medaglia che ti convince del disagio, delle difficoltà, della sporcizia e del disordine di quel momento storico.
Tutto questo allarmerebbe qualsiasi spettatore.
Il Sud Africa rappresenta il problema in tutto il suo silenzio.
Sei con il culo a terra, in mezzo a contrabbandieri  e ovunque c’è un gran cazzo di casino da Terzo Mondo.
Però c’è il supererore. C’è Capitan Hollywood travestito da Peter Jackson che con il suo trucchetto rende la storia sopportabile e divertente.

Un paio di trovate ed ecco che l’effetto desolante di un documentario svanisce, la storia si scolla dalla realtà e torna una bobina che si srotola sullo schermo.
Si rischia di sperare davvero che non arrivi Bruce Willis con un trapano a manovella pronto a ridurre in un colabrodo la nave spaziale per salvare la figlia di Steve Tyler.

District 9 sarebbe riuscito a far davvero male. A gettare di nuovo la gente nel panico, a spaventarla davvero.
District 9 sarebbe riuscito a ricordare l’11 settembre come nessun altro film.  E non solo. Lo avrebbe fatto parlando di segregazione razziale. Di apartheid. Di cose vere.
District 9 doveva parlare di cicatrici e doveva far vedere le ferite, le mutilazioni, i danni. Non parlare di cerotti colorati con la faccia di Bart Simpson che ti regalano con il McScroto Menù al McDonald.
Per quanto Obama dica di non dimenticare, tutti vogliono dimenticare.
Tutti vogliono godersi un film con alieni, navi spaziali, esplosioni, creature mutanti, lanciagranate e coltelli a serramanico, un cazzo di mitragliatore dell’altro mondo e una pistola Gauss, uno sfigato di turno, sistemi di navigazione olografiche e, di nuovo, dei fantastici Mech che saltano e sembrano veri e tu sai quanta coda non faresti in città con uno di quegli affari, eh? Cioè te ne basterebbe uno e basta, il tuo vicino di casa che sta al piano di sopra e tu gli applichi altri tre buchi il culo optional mentre è seduto sul cesso e i suoi 90kg di moglie non la smettono di camminare per il corridoio con i tacchi a spillo da 10cm.
E infine lanciare manciate di pop-corn.
Liberi.

“Rifiuto”

2 Settembre 2009 Caino 2 commenti

Nel 2006 con lui c’ero anche io.
Tiro Rapido [perchè Giro Rapido era del 2007, se non erro] era un’occasione unica. Non c’entrava chi organizzava la manifestazione, chi avrebbe letto i racconti. Non c’entrava chi avrebbe partecipato e meno che mai la speranza di conoscere un famoso editore.
Era una maratona, e una seduta di scrittura in 911 minuti senza staccare era un trip. In privato, senza concorsi, non ho mai ripetuto una prestazione del genere. Scrivo in modo discontinuo, vado avanti ad urti e non in constante tensione.
Potevi conoscere gente strana. Frequentare scrittori incapaci e lettori accaniti.
Stare lì e scrivere male era un momento di comunione, una raccolta di personaggi e di storie.
Perderselo era un delitto e la prima cosa che devi fare, come scrittore, è cercare persone, luoghi e storie. Ovunque.

Credo che il mio racconto fosse “troppo” per ogni palato. Lungo, strano, cattivo.
In qualche misura, ancora oggi mi piace.
L’idea di base era tratta dal libro di Scrittura Creativa di Burroughs. E tutto si conclude con una frase degli Alice in Chains.
E tutta questa gente si faceva di eroina con le siringhe per i cannoli siciliani.
Diciamocelo, mica potevano pubblicarmi davvero su un giornale che deve vendere.

- o -

Rifiuto

Era dall’umido che scendavano le idee, le parole. Gocciolavano debolmente.

I ricordi, da qui dentro, all’interno del ventre, li sentivo rimbombare tra il mio respiro ed il battito del cuore.

“Sono cadavere, come te” pensai.

Nel ventre della terra c’erano urla che squarciavano il silenzio. Piccoli singhiozzi e bestemmie. Tutto questo mentre io contavo i respiri ed i sorsi d’aria degustandoli come vino, conscio che sarebbe stato  un piacere passeggero. Teso a terminare in questo buio.

Venti boccate al minuto, per non ubriacarmi, per non farmi girare la testa. Per controllare l’iperventilazione e la perdita di coscienza. Volevo stare in prima fila, quando sarei morto.

Ero freddo, religiosamente freddo.
Continua a leggere…

Ce l’ho in canna

14 Luglio 2009 Caino 1 commento

La verità è che ho una storia così bella e così tanta voglia di scriverla che sapere che non verrà letta da almeno un milione di persone mi fa passare la voglia.
Una storia bella, con piume colorate, che vi farebbe vergognare.
E se c’è una cosa in cui sto diventando “meglio”, è quella di capire le pieghe psicologiche delle persone.
Una volta mi hanno detto che non ha senso scrivere se non vieni letto da tutti, o almeno da tanti.
Forse è un po’ vero.
Forse questa è una mia piega psicologica, un tratteggio “taglia qui”.
Forse sono pesante e palloso e un finto-smartguy.
Quindi sollevo pesi.
Almeno le braccia le noterete.
E vaffanculo.

Alice in catene, altro che paese delle meraviglie

12 Luglio 2009 Caino 5 commenti

Degli Alice in Chains mi ricordo la faccia di Layne Staley riversa sul suo vomito e la puzza di cadavere vecchio di due settimane. Tapparelle o persiane socchiuse, la polvere di una galassia intera nella stanza, i pavimenti macchiati di piscio e sangue e vomito.
Quella scena me la sono immaginata un miliardo di volte.
Layne Staley che si fa una dose, si accascia e per quindici giorni, un tempo utile per fare la spesa 3 volte, fare una cinquantina di telefonate, diverse scopate, qualche offerta di un operatore telefonico, almeno trenta viaggi in metropolitana, due o quattro serate alcoliche, una mezza dozzina di prove in sala, per tutto quel tempo lui viene ignorato.
Me lo sono immaginato, e mi sono chiesto come una persona possa essere ignorata per tutto quel tempo.
Un albero fa rumore se cade in una foresta dove non c’è nessuno che possa sentire lo schianto?
E lo schianto di Layne ha fatto rumore?

Quattordici anni dopo, come le la band dovesse scontare un anno di reclusione per ogni giorno che hanno ignorato il loro cantante, gli Alice in Chains tornano.
Ed il pezzo è buono, il nuovo cantante sembra Lenny Kravitz ed è nascosto e tampinato da Jerry Cantrell.
A Looking in View mi fa ancora quell’effetto tipico degli Alice in Chains.
Un esemplare di essere umano dalla bellezza così annichilente che non puoi immaginare possa essere posseduta da qualcuno.  Da qui ecco l’assurdità delle catene nel loro monicker. Ti passa vicino, sullo stesso marciapiede e nel senso inverso, ed è un incrocio bastardo di asiaticità e tratti negroidi che ti guarda dai suoi due metri nordici di altezza.
Gli Alice in Chains scivolano.

Umanamente parlando: Google

8 Luglio 2009 Caino 2 commenti

“Metti che il Grande Fratello è un innovazione tecnologica embrionale.
Che diventi uno strumento che usi ogni giorno, che invada la quotidianità delle tue azioni.
Supponi che il Grande Fratello è lo strumento più smart che tu possa usare. E che tu possa farlo gratuitamente.
Metti che il Grande Fratello si faccia usare da te e che un giorno lui decida di raccogliere e rappresentare le notizie per te. Di selezionarle secondo i tuoi gusti.”

http://resuscito.wordpress.com/2008/06/11/da-big-brotha/

Google lancerà un sistema operativo, tale Google Chrome OS.
Mi hanno detto che la Grande G potrebbe esser stata “costretta” dall’ineluttabile evidenza che gli smanettoni abbiano iniziato a compilare Android per farlo girare sui netbook.
Io non sono fiducioso, tantomeno non sono convinto che Google sia ineguagliabile in tutto ciò che crea. Resuscito ha già parlato male di Google una volta, e sono sicuro che avrò infiniti modi per parlarne sempre peggio.
Potrei inaugurare una serie “Non può che peggiorare” dedicata a Google. Ma in fondo, poco mi importa dell’informatica come passione, mi importa solo come risorsa da sfruttare fino all’osso.
Ora, i fatti.
Chrome è un browser privo del 80% delle funzionalità di Firefox 3.5 ed è sostanzialmente inferiore a IE8 per diversi aspetti.
Chrome non ha ancora estensioni, Chrome si schianta. Chrome non apre al volo i file che scarichi. Te li devi salvare, punto.
In verità Chrome è decisamente opzionale per utenti che non abbiano un schermo piccolo o un pc dalle basse prestazioni. Oppure è utile per chi ha infarcito Firefox di estensioni e all’improvviso si è ricordato che “nessuna feature è sinonimo di browser veloce”.
Se vogliamo parlare di Android, beh mi pare proprio che non sia privo di difetti.
E se vogliamo puntualizzare riguardo l’ open source, di codice aperto, allora c’è già chi da secoli lavora su quel fronte.
Così oggi sento parlare di svolta perchè Google vuole creare un suo OS.
Questo è un dramma che si aggiugne al dramma reale dell’informatica e dei geek. Ovvero “chi ne sa qualcosa” si sta differenziando in due categorie.
I feticisti dell’hardware.
I feticisti del software.
Persone così lontane dal mondo materiale, con la testa dentro un monitor, che si perdono per colpa di un peccato carnale.
Invece di supportare ciò che è giusto, ciò che è umanamente e intellettualmente importante, tutto verrà spazzato via dal proprio feticismo.
Per ora non temo che Linux e Ubuntu subiranno reali perdite, o quantomeno perdite importanti. Ma sono convinto che ogni utente che passerà da Linux a Chrome OS segnerà un fatto grave quanto un cane abbandonato per strada, quanto l’8 per mille ad un’associazione umanitaria, quanto il rifiutarsi di donare il sangue.
Sarà grave come tirare dritto di fronte ad un incidente.
Per me, sarà sputare in faccia alle persone, agli sviluppatori, ad un intera comunità che insegue la libertà e la condivide con tutti. Gratuitamente.
In fondo, ciò che detesto è non poter avere opzioni.
Non posso scegliere di “trasportarmi” senza un mezzo a benzina.
Non posso scegliere di lavorare senza Windows.
Non posso scegliere di non sprecare il mio voto per evitare, come la peste, Berlusconi.
Non posso usare un feed reader online che non sia Google Reader.
Oppure posso fare tutto ciò a patto di peggiorare la mia vita, il mio fegato, accettando di dimuire il numero dei miei capelli ed iscrivendomi ad un corso di meditazione Zen.
Ci stanno mettendo a nostro agio, ci metteranno sempre più comodi,  riempendoci di cose che considereremo fondamentali.
Muoversi senza pedalare, lavorare senza impazzire, votare senza lottare, leggere delle news senza esser controllati.
Anche in questo, Google è il male assoluto.
In più Google sa tutto e Google sa che non vi sta regalando assolutamente nulla.
Google sa che le vecchie fonti di ricchezza valgono zero. Il modello economico sta cambiando. E tutto questo lo sta sfruttando nella miglior maniera possibile.
Tutto girerà sempre di più intorno all’informazione.
Mentre voi litigherete per il metallo satinato di un case, oppure per il numero di “O” colorate che compaiono sul vostro schermo,  avremo perso la libertà anche nell’unico luogo in cui ne avevamo guadagnata un po’.
Ricorderemo quella “Internet libera dell’inizio 2000″ come oggi ricordiamo le spiagge senza strutture balneari e senza ville abusive.
E i nostri figli ci guarderanno stupiti, occhi spalancati, bocca aperta e il rivoletto di bava di chi desidera tornare indietro nel tempo con le ultime estrazioni del lotto.

In breve, su Brooks, Guerre Mondiali e Zombie

1 Luglio 2009 Caino Lascia un commento

Warld War Z è un libro che ho letto per un terzo ma sbrodola da ogni pagina potenza, visionarierà, intelligenza che da anni nulla mi colpisce così tanto.
Posso fregarmene di arrivare in fondo prima di dire quello che penso. E questo mi è capitato al massimo un paio di volte.
Gli zombi diventano contenuto e metafora, acquistando piena dignità narrativa senza venir trattate come macchiette comiche al pari dell’uomo lupo e del Dracula di turno.
Il 2009 è un anno poco zombificato, causa la moda vampiresca che si è diffusa con Twilight, ma il libro di Brooks risplende in qualsiasi scaffale si possa mettere.
E’ troppo bello e troppo intelligente.
Mi fa vergognare di essere una mezza calzetta.
E quindi è un libro perfetto.

Le cose che non capisco

24 Giugno 2009 Caino Lascia un commento

[...] questo non toglie che io spesso ami incondizionatamente cose che non capisco. Forse è perchè intuisco lo spessore, o forse non lo intuisco affatto, forse perchè non accetto di aver capito tutto e mi costringo a pensare a certi libri, dischi, film, quadri, sculture come nascondingli di concetti tra concetti superficiali.
Un po’ come “Stipo antropomorfico” o “Giraffa in fiamme” di Dalì.
I film di zombie.
Ci sono cassetti e io non li vedo.
Per questo molti mi dicono che amo solo i film “girati al contrario”. I libri senza soggetti. Trame criptiche, inaccessibili, poco voyeuristiche.
Per questo scrivo e spesso non capite.
Perchè tutto sta diventando digitale.
Perchè sono cresciuto ascoltando dischi che non mi piacevano fin quando non ne trovavo un senso,  non scaricandone mille gratuitamente, accatastandoli, infilandoli come scarafaggi dentro un cesso di hard disk da duemila tera.
La bellezza è nel pubblico, non nell’opera.
Il capolavoro è il pubblico nel momento che cede attenzione e interesse.
La Guernica è un impiastro verde di facce storte. E’ il pubblico e la storia che l’hanno resa “qualcosa”.
Le cose che non capisco meritano attenzione.
Le cose complicate meritano attenzione.
Quando hai poche cose, dedichi loro maggiore attenzione.
Sarei un uomo migliore con poche cose incomprensibili.
[...]

Categories: rigurgito, scrittura

A proposito di anticristi

25 Maggio 2009 Caino Lascia un commento

Corre il ‘94 e il capolavoro massimo non è arrivato. Antichrist Superstar è ancora nelle balle del reverendo, un gioiello feticista così vivido che avrebbe appannato la musica a favore dell’immagine.
Seppure Marylin Manson dichiarò che all’inizio sembravano una brutta copia degli Slayer, di musica ne ha sempre fatta poca e male. Antichrist Superstar era un concetto a tutto tondo, un concetto fatto di protesi, apparecchi odontoiatrici, lacci emostatici, sedie da barbiere, corsetti, larve e farfalle, confusioni sessuali multiple ed un Willy Wonka scappato dalla sua fabbrica di cioccolato al latex.
Con “High End of a Low” Marilyn Manson è diventato un cake face*, e tutti i suoi dischi sono dei cake date**.
Incasellato, ordinato e predetto.
Ma prima che tutto fosse Reznor-izzato, prima che Antichrist Superstar venisse prodotto e prima che Brian Warner iniziasse a scendere la china con Dita Von Teese, c’era un ritratto americano, di una famiglia americana, che è andato perduto.
Persino per il sottoscritto che venne affascinato da Beautiful People, quando ai tempi Silvestrin aveva i capelli lunghi e viveva a Londra e su MTV passavano persino i Soungarden e i P.U.S.A., persino il sottoscritto non riuscì a tracciare la rotta e il significato dei primi due dischi di Marilyn Manson.
La cosa bella della musica alternativa dei primi anni 90 era che potevi amarla senza capirci un cazzo di come avrebbe suonato il disco o la canzone successiva.  Sarebbe stata più country, più lenta, più elettronica, magari rubata da un disco dei Killing Joke o da uno di Morrisey. Ti sarebbe piaciuta al settimo e sudato ascolto e ne avresti capito il significato.
Se Antichrist Superstar è un caso completo, studiato in tutte le sue sfumature morbose,Portrait of An American Family è solo naturale: suonato come un disco punk più lento e porno da un band glam lobotomizzata [e Twiggy Ramirez non stava neanche tanto in piedi e non portava neppure i pantaloni].
Portrait è un disco che non restituisce un’immagine finta, è un disco seviziato, preso in giro, legato e allucinato. E’ mansoniano prima che Manson venne generato, è Brian Hugh Warner da bambino.
E’ la larva che diventa la misera farfalla di Holy Wood o Eat me, Drink.
Gli unici che hanno ascoltato questo disco nel 1994  sono quelli che l’hanno comprato per errore. Un metallaro l’avrebbe trovato ridicolo, un punk l’avrebbe trovato noioso, le persone normali l’avrebbero trovato rumoroso.
Eppure è un caso di spontaneità musicale e di contenuti fantastico.
E’ un disco per umanisti, filosofi, ma soprattutto per sociologi.
Get your Gun, Lunchbox, Cake and Sodomy predicono Columbine e massacri correlati. Non perchè traumatizzano giovani menti in fase di crescita, ma perchè fotografano quelle menti.
In “Ritorno dal nulla” , anno 1995 tratto da Basketball Diaries di Jim Carroll [a suo volta scrittore e musicista "punk"], DiCaprio entra nella sua classe con un Remington 870 e mentre sorride trasforma la sua classe in intonaco vermiglio.
Nel 2005 è uscito l’inguardabile “Super Columbine Massacre RPG!”, simpatico gioco per ascoltare Manson in pace senza commettere reati involontari.
E se Columbine è il caso più famoso, beh, pensate che ci sono stati solo 13 morti [autori esclusi].
In Virginia nel 2007 i morti sono stati 33.
Se vi state chiedendo se è una cosa “moderna” allora nel 1966 ad Austin, in Texas, i morti furono 14.
Pare che il cielo sia blu, che l’acqua sia bagnata, che le donne abbiano i loro segreti e che due fucilate in una scuola facciano così tanto ritratto americano.
Non è tanto colpa di Manson se questo “Portrait of An American Family” riflette la realtà.
E’ colpa sua se in fondo ha fatto un disco musicalmente così mediocre per raccontare qualcosa di importante.
Però negli anni ‘90 ascoltavi un disco quindici volte, perchè ogni canzone era così dannatamente diversa dall’altra.
Alla fine te lo facevi piacere.
E così mi piace. Tanto.

“You can not sedate all the things you hate”,
Dogma, Portrait fo An American Family [1994], Marilyn Manson.

* cake face si dice di persona troppo truccata, il cui viso di squaglierebbe al contatto con l’acqua.
** cake date
si dice di appuntamento dove c’è solo la torta [in pubblico] e niente sesso.

Categories: rigurgito

La concezione della metafora di Predator

22 Marzo 2009 Caino 2 commenti

«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon

Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.

Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?

Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a  quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?

Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

Shot N#892342-4

12 Marzo 2009 Caino 1 commento

Avevamo l’importanza del gas di petrolio liquefatto.
Ci avevano messo in fondo, ed in fondo se avessimo preso fuoco non avremmo ustionato nessuno. Pierre si sarebbe tirato su i calzini, Jeremy avrebbe continuato a farlo con il naso. E noi avremmo fatto il rumore di un pneumatico che perde la sua atmosfere urlando nel fuoco. A fine lezione si sarebbero girati ed ecco la firma della nostra esistenza. Ombre negative contornate dalla aura malevola nera di foliggine.
In fondo, dice il Rettore, non disturbate quelli davanti.
<<Siete GPL>>
E quelli davanti galleggiavano come metano.
Avevano camice, cinture in cuoio, maglioncini dolcevita di lana sottile, pantaloni i velluto verde ed io ero sicuro che avessero persino dei cuori rossi. E del sangue vero.
Le ragazzine portavano qualcosa di simile ai collant.
Non erano quelle di Betty Page, ma neanche un telone da circo.

[...]