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Archivio per la categoria ‘racconti’

Finalmente, Amy Hempel

2 Settembre 2009 Caino 1 commento

foto libro

Lessi la notizia da una fonte che mi vergogno di conoscere. Non ricordo il titolo, ma doveva essere qualcosa come Donna Moderna, Intimità o Marie Claire. La cosa ancora più brutta è che no, non ero in bagno, non ero alle prese con le mie deiezioni solide e no, non ero annoiato dalle etichette dei prodotti per la pulizia di un gabinetto che conosco già a memoria.
[Tipo, lo direste mai che in Anitra WC Citrus c'è l'acido lattico e la citronella?]
Il fatto è che quando sai qualcosa di sensazionale da qualcosa o qualcuno che sarebbe meglio non conoscessi è come portarsi dietro un segreto in una tomba. Lo sai, e se ti scappa di dirlo qualcuno ti chiederà come lo hai saputo.
Di certo, non posso dire di conoscere Amy Hempel.
Tuttavia.

Esce “Ragioni per vivere” edito da Mondadori che racchiude tutti i racconti della scrittrice in questione e, anche se il titolo sembra riferirsi a “Reasons to live” uscito in America, la versione italiana racchiude anche “Alle porte del regno animale” .
Mi pare di capire quindi che corrisponda a questo “The Collected Stories of Amy Hempel“.
E’ ancora più curioso che questo libro sia stato lanciato come una novità,  con tanto di copertina rigida e prezzo mediamente esorbitante, considerando che Alle porte del regno animale venne pubblicato nel 1990 da Serra e Riva Editori. [nda: anche se a primo acchitto direi che è stato ritradotto.]

Per chi non lo sapesse, “Il Raccolto” è il miglior racconto mai scritto.
C’è chi definiva Hempel un sacchetto della spesa ripieno di elio o come una scoreggia dentro un paio di mutande.
Cazzate. E’ divina, spiazzante.
Lei è la frase ed il racconto perfetto.

p.s. ne parlai ai tempi qui.

Potresti non esistere

27 Febbraio 2009 Caino 1 commento

Oggi è scomparso e a me sembrava solo stupido. Anche se tutti hanno timore riverenziale di un defunto. A me sembrava solo stupido e infantile e con il naso grosso. Le sue ciabatte da infermiere.  Quando si era iscritto in palestra doveva mangiare 500gr di fragole come colazione e, cazzo, non ce la faceva. Io che le fragole le snifferei con il naso senza accorgemene. Ma ora c’è silenzio. Soprattutto per un morto che conoscevamo di persona.
Le storie che ti circondano, le vite parallele che sfrecciano, quelle sono storie che sei portato a credere meno importanti della tua.
La sua vita era meno importante della mia.
Da sempre, il mio vizio è immaginare almeno una volta al giorno la vita di una delle persone che ho perso.
Non immagino tanto le vite che non hanno avuto, io non penso ai morti. I morti non hanno una vita e non c’è nulla da fantasticare. A me i morti piacciono solo se resuscitano e c’è una telecamera e un supermercato in cui nascondersi.
Intendo le persone che ho perso come un mazzo di chiavi dentro una metropolitana. Io scendo e loro schezzano via dentro un tubo nero verso il centro della Terra. 
Immagino la fermata nella quale scenderanno e cosa succederà.
E’ stalking mentale.
Chi mi conosce è inevitabilmente  perseguitato. 
“Cosa starà facendo” è il mio gioco. Creo una storia dalle piccole basi che ho.
Dopo dieci anni scopro che il film che mi sono proiettato in testa era così dannatamente statico. Siete ingrassati, siete meno gay e finalmente avete trovato una donna. 
La gente cambia molto di più di quanto io possa riuscire a immaginare. Per quanto siamo troppo simili a noi stessi, pronti a reciclarci negli stessi errori e a compiere gli stessi passi,  è impossibile azzeccare il grado di stupidità umana o la beffardaggine della natura.
E’ tragico, ma le storie ti sfiorano e non c’è modo di rimanere con loro.
Ieri è successo che vedo troppe persone di cui ho perso traccia, oggi succede che perdo una persona di cui non ho quasi mai avuto tracce.
Di cui non ho mai proiettato una storia. E di questo mi dispiace. Mi dispiace averla ignorata come se ignorandola non avessi potuto farla diventare immortale o quantomento esistita.
E non potrò mai conoscervi tutti. Svanirete e io non saprò chi siete e non avrò deciso se siete dimagriti, se il vostro fidanzato vi ha lasciato o se avete smesso di piangere mentre vostra figlia gioca tre etti di maccheroni Barilla. Quel torneo di calcio, non saprò mai se l’avete vinto o se il menisco è rimasto in campo. Se il gonzo con cui avete rimpiazzato la solitudine scoprirà mai la verità.
Quello che nessuno dirà mai è “Per me, sarebbe potuto non esistere”.
Questo fa male.
Se la sua storia è finita così, io avrei voluto dispiacermi. E non avere soltanto più paura di quante cose possono andare storte in una vita.

Categories: pensieri, racconti, rigurgito

Choke, ovvero soffocare, ovvero soffocato.

30 Dicembre 2008 Caino 1 commento

Questa è la cosa più bella del titolo in questione:

Per tutto il resto, passate oltre.  

Se stai per entrare al cinema, evita.  Tra un paio di minuti vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finchè non sei ancora deluso. Salvati.Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli. Tanto, ringiovanire non ringiovanisci. Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. e poi sarà sempre peggio.
Quello che trovi qui è una brutta trasposizione cinematografica. E la cosa triste è che non è come tutte le trasposizioni cinematografiche, condensate-stuprate-amputante, ma è solo brutta. E vuota.
Non è neppure più la stupida storia di un ragazzino stupido.
[*parafrasato da*]

Clark Gregg, che proprio non poteva far a meno di essere anche attore oltre che regista nel suddetto film, poteva fare di meglio. Sopratutto, dell’altro. Un corso serale. Due palline anali in gomma anallergica e una paletta da spanking in cuoio texano.
La trasposizione di Choke, ovvero di Soffocare di Palahniuk, uno dei quattro libri che rappresentano l’apice del suddetto scrittore, anche se in verità il sessodipendente Victor Mancini rappresenta il personaggio meno riuscito rispetto a Tyler Durden o Brandy Alexander o Tender Branson [il mio preferito da "lucchetto sul ponte"], è fiacca e falsa. E’ un cartonato poco colorato e con belle facce sorridenti e ben pettinate.
Ma facciamola corta.
Non sono tanto gli attori e non è tanto la mancata aderenza della pellicola al film, discreta se dimenticate il finale [e fidatevi che se avete letto il libro il finale lo maledirete a sufficienza], ma è l’incapacità della sceneggiatura e della regia, e direi anche degli scenografi e dei direttori della fotografia, a non rendere il libro.

Non c’è il ritmo, anche se c’è un ritmo diverso, e non ci sono “i colori” della storia.
Il sarcasmo diventa comocità.
Il grottesco diventa cazzata.
Il tragico diventa una specie di scena seria all’interno di un film comico.
C’è un parallelo tra due libri che adoro e le loro trasposizioni cinematografiche. Uno è questo Choke, e il rispettivo Soffocare, e l’altro è Scanner Darkly, e il rispettivo Un oscuro scrutare di Dick.
C’è una sottile somiglianza. Nessuno dei due film sgarra troppo nei confronti del libro, nessuno dei due ha brillato nei cinema, gli attori sono stati bravi. Ma qualcosa non va. In qualche modo hanno lo stesso spessore come “bontà di realizzazione” o come “grado di riuscita”.
Scanner Darkly è coraggio montato a neve con il rispetto al libro, oltre che l’amore di Linklater per lo scrittore.
Choke invece è un film “solo”.  E’ un film divertito dalla propria esistenza. E’ un film che si chiede: “Cazzo, mi hanno davvero girato con degli attori famosi a Hollywood?”
E questo film allora sorride a tutti e ammica come una sedicenne in tutù.
La cosa tragica, lasciatevelo dire, è che a Portland, quello stesso giorno che il libro correva in tutina in lycra, c’era Chuck Palahniuk e il suo compagno in tutù che correvano per strada urlando “Perfida!” o “Arcigna!” a chiunque capitasse a tiro. 
Chiamatelo isterismo ormonale, poi passate oltre. 
Così Choke appare senza dimensione mentre affoga la sua storia in mezzo a pochi personaggi stolti. Non c’è un mondo, non c’è uno spazio di normalità per fare il confronto. Siamo in alto, a diecimila metri, ma non vediamo terra. Allora potremmo essere anche a duecentomila metri, oppure su un tapis roulant con un cartone azzurro tutto intorno.
Non abbiamo riferimenti. 

Questo film, preso così, è idiota quanto uno Scary Movie. Tutti sono scemi e tutti sono pervertiti.
Ahimè, questo non è il sarcasmo di Palahniuk, tantomeno la sua voglia di strafare.
Palahniuk lo prendi sempre sul serio, sempre. E questo è difficile da rendere e questo non è stato reso.
E il finale, cazzo, il finale, ecco l’addio alle metafore e all’unica cosa che rendeva quel libro davvero unico. 

Per tutti gli altri: OK, guardatelo. E’ divertente.

p.s. ovvero rigurgito parte b: Altre piccole cose pignole da notare. O da dire.
Non fate film di libri che necessitano mezzi economici e coraggio.
La madre di Victor non dimagrisce, non si avvizzisce e non sparisce fra le lenzuola. Prendete The Machinist, e quello sì che era un Bale “adatto alla parte”. Quella era dedizione e soldi. E poi prendete Bale sei mesi dopo in Batman.
Altra dedizione, altri soldi.
In Choke, Denny non diventa muscoloso.
In Choke, Victor non cambia colore, e non dico blu, ma non diventa neppure un po’ pallido mentre soffoca.
In questo film nulla si muove.
Ripetono le battute e i fatti del libro diligentemente, anche con trasporto e interpretazione.
Per dire, io ho imitato il sergente Hartman insieme a mio cugino durante il pranzo di Natale.
“Io vi ammazzo a forza di ginnastica vi faccio venire i muscoli al buco del culo che ci potrete succhiare il latte senza cannuccia!!!”  [cit.]
Ed è stato un successone.  

p.p.s. ovvero rig. parte c.
Potrei dire che, anzi ho detto che, scrivere Infinite Jest non rende felici.
Forse potrei dire che scrivere Fight Club, farlo dirigire da Fynch, interpretare da Norton e Pitt, vedere il risultato, rende un pochino felici. Forse molto felici.
Però ecco, potrei dire che scrivere Choke, sentirlo nominare da migliaia di persone come “il loro libro preferito” e “il tuo miglior libro”, apprendere che diventerà un film e poi vedere il risultato potrebbe farti aspirare al suicidio.

Happy Nu-Xmas

14 Dicembre 2008 Caino Lascia un commento

Avevamo pochi giorni.
Eravamo in tre, e tre è il numero che non va bene per nessun gioco. Nessun passatempo poteva adattarsi ad una parentesi che sarebbe stata eterna. Magari sarebbe sbucato un pallone da sotto il letto in qualche cameretta, in una delle tante case vuote, e avremmo potutto giocare a turno in un uno-contro-uno con portiere.
Ma il tempo non sarebbe passato.
Il tempo era diventato eterno ed immobile. 
Era tornato ad essere quello che tutti avevamo dimenticato che fosse. 
Nessuno ci avrebbe tirato per il colletto della camicia, nessuna multinazionale con nuove tecnologie scintillanti e nessuna nuova droga e nessuna modella puttana ci avrebbe trascinato attraverso le nostre vite.
Non avremmo avuto nuovi desideri per i quali immolare i nostri giorni. 
Niente ci avrebbe fatto dimenticare i momenti che sarebbero gocciolati via. E lo sgocciolio ci avrebbe fatto impazzire. 
Avevamo pochi giorni, e fra molti giorni, senza batterie e senza corrente elettrica, tutte le lancette dei secondi sarebbero svanite. Sarebbero diventate solo astine che indicavano direzioni casuali. 
Il tempo sarebbe tornato ad essere siderale.
Avevamo due corde, una latta di benzina,  due zaini con scatolette di fagiolini, piselli, cavoli di Bruxelles. Niente pistole o fucili, solo due coltelli da cucina. Uno per il pane, lama lunga non seghettata punta rotonda, uno per il formaggio di quelli con la punta che sembrano due corna appuntite. E per sei mani, tre destre e due sinistre complete più un’altra sinistra esplosa all’altezza del terzo metacarpo, non erano poi molto.
Per la strada qualcuno urlava e quello che facevamo, io e lui e l’altro, era infilare meglio le orecchie dentro il cappuccio e dentro le tese delle giacche. Allungavamo i passi e piegavamo di più e ginocchia, come per diventare più bassi.
C’erano lente spirali di fumo sull’orizzonte, Buick schiantate e accortacciate contro i marciapiedi e spalmate dentro le cabine delle fermate dall’autobus. Una nonnetta rantolava da giorni con il sangue alla bocca e quaranta centimetri di intestino tenue disposto a formare un punto interrogativo e un freccia che indicava il sole.
Chi sopravviveva non li uccideva neppure più. Chi sopravviveva non si scambiava neppure le domande di rito.
Io non sapevo i loro nomi.
In tre non è difficile pensare che ogni domanda è per entrambe, e che ogni domanda merita sempre una risposta.
Ogni domanda, nel nuovo presente, ha due risposte.  A volte completamente opposte, a volte identiche. 
Il tempo era infinito ma avevamo verità. Non avevamo molti desideri e speranze, ma tutti li avevamo in comune.
Babbo Natale sarebbe arrivato con un solo pacco e sarebbe bastato per tutti.
Finalmente.

Viva Charles Bronson

11 Settembre 2008 Caino 4 commenti

Questo post era un commento a lui e a questo punto di vista. Poi ho deciso che come commento era troppo lungo. Ed allora lo sposto qui, perchè è un commento che richiede commenti.

Riassumendo, il nocciolo del tema è Dexter, la serie tv con il poliziotto serial killer.
E’ doveroso notare questa contraddizione che, messa giù in qualsiasi forma e in qualsiasi lingua, è di per se un perfetto incipit.
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer.”
Breve e semplice.
 

Saltiamo.
Prima stagione carina, mediamente tesa, plot in costante aumento di contraddizioni, personaggi profondi quanto si possano trovare in un thriller da 19 euro a copertina rigida, e blablabla. Basata sul libro “La mano sinistra di Dio” di Jeff Linsday, è un lavoro netto, pulito e dignitoso. 
La seconda stagione parte goffa ma inannella un paio di incastri notevoli. Si nota la differenza fra una sceneggiatura nata da un romanzo e una sceneggiatura nata direttamente per lo schermo.
La prima è goffa e sovrabbondante di incastri e dettagli, la seconda è snella, agile e inizialmente impacciata.

Nel post citato c’è l’accusa “ikea stile”: una serie funzionale ma non un trionfo orgasmico.
Colpito, perfetto. Vero.
Manca “gore”, splatter, raccapriccio degno di un serial killer.
Tuttavia non ha “foglie di fico”.
Raccontando qualcosa non si deve mai saltare o vergognarsi di descrive situazioni o aspetti della storia. E questo lo si deve fare compatibilmente con lo stile e il modo di raccontare.
In “Dexter” non ci si può aspettare in un trionfo di amputazioni e sangue degno di The Texas Chainsaw Massacre.
Dexter è ikea style, funzionale e privo di fronzoli.
E Ikea non mette fregi Luigi XVI nei suoi mobili. 
Non ci sono scabrosità e persino in situazioni limite non vi è il livello di dettaglio che le renderebbe pesanti.
Esempio: Dexter da bambino piange in una pozza di sangue: basta scurire il sangue per rendere realistica quella scena, e volutamente non viene fatto.
Eccone due motivi: la possibilità di mandare in onda quella serie in seconda serata, il fatto che l’aspetto ironico e l’ottica sia preponderante rispetto al sadismo visivo.

Tutto questo dovrebbe spingere a focalizzarsi sull’ottica narrativa di questa serie.
Dexter è un continuo monologo personale, egoista e scorretto, di una persona in lotta tra le proprie necessità e il modo per far rientrare i propri errori nell’accettabilità umana.
E’ una persona che per approvare se stesso non scappa dalle proprie perversioni, ma cerca di direzionarle nel modo più corretto.

E’ per questo che ha consensi: ognuno di noi fa cose tremendamente sbagliate ma cerca di applicare un proprio codice di accettabilità e di tolleranza. Se la società condivida o meno, non fa differenza.
Lo fanno tutti e tutti si ritrovano in Dexter.
Dexter uccide qualcuno di cattivo, noi mangiamo il pasticcino e poi andiamo a correre il lunedì mattina.
Dexter butta a mare l’ennesimo cadevere, noi anneghiamo l’ennesima sigaretta nel nostro portacenere colmo.
Quello che facciamo è associare il nostro senso di colpa con il suo.  E non vorremo associare la nostra persona e la nostra condotta a vermi, corpi putrefatti, cervelli spappolati. 
Vi immedesimereste in John Wayne Gacy?
Dexter funziona perchè una macchia di sangue è così tanto simile allo sbaffo di marmellata di ciliegia del quale siamo colpevoli. 
Per il resto, ok, non è un capolavoro.  Forse fa proprio cagare.
Ma notata che ha una metafora, ha una coerenza narrativa, ha uno stile. Non credo sia poco. 

E finiamo dicendo la verità.
Il vero incipit di Dexter sarebbe:
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer di serial killer.”
Ed ecco che di Dexter non ce ne frega più nulla.
Non c’è mordente, è solo l’ennesimo giustiziere e per di più poliziotto e quindi semi-autorizzato.
Mi manca Charles Bronson.

Monografie: Tigre acquattata, dito nascosto.

7 Settembre 2008 Caino 1 commento

Siamo nel suo ufficio e io sto guardando la sua doccia. Jeff ha questa enorme doccia,  un “enorme” proporzionato all’ufficio altrettanto enorme, e io gli chiedo se posso usarla. 
Non so per quale ragione, perchè io non ho detto bucco di culo, non ho detto ano, non ho detto rai2, crea-merda, raccoglitore-emorroidale, sfintere, retto, porta posteriore, sedere, uscita di sicurezza, produttore di concime, lato b, tafanaro o mandolino o corridoio, e non ho detto neppure buco nero o occhio marrone, che Jeff dice: ”Conosci Hopoate?”
Dice: “Dovresti informarti.” 

Il 21 marzo 2001 la partita West Tigers e North Queensland non è ancora finita che tre giocatori si sono beccati diverse ditate in culo. 
Non sopra, intorno o sotto. Ma dentro il culo.
Questa è una storia vera.
“Sentii delle dita. Lui le stava spingendo su per il mio ano,” disse Bowman, ala destra dei North Queensland. “Ero disgustato, non potevo crederci. Se lui fosse stato un vero uomo non l’avrebbe mai fatto.”
Morrison disse: “E’ stato tremendo, mi fece male. Faceva pressione con tutta la sua forza.”
Bernard Cross, l’avvocato difensore di Hopoate, disse ai giornalisti che era stato un tacchetto della scarpa. Come se una scarpa, un tacchetto di gomma, fosse identico ad un dito.
Il giocatore del North Queensland Jones, un’altra vittima, non aveva dubbi nel tatto della sua zona anale e nella sua capacità di riconoscere dita e tacchetti.
Vedesi anche “rugby proctologico”.
Il giocatore neozelandese Hopoate venne squalificato per dodici settimane  perchè colpevole di aver “interferito” con gli avversari. Soltanto un anno prima, nel luglio del 2000, la squalifica fu di sole quattro giornate a causa di altrettante ditate esplorative. Sempre nel 2000, le altre ditate vennero convertite in penalità sul punteggio. 
Il commissario giudiziario Tim Hall disse: “In 45 anni di rugby non ho mai avuto a che fare con qualcosa di altrettanto disgustoso.” 

Nato a Tonga nel 1974, John Hopoate iniziò a giocare a rugby sin da bambino. 
Divenne un giocatore professionista all’incredibile età di 19 anni e confermato come titolare solo nel 1995 quando come riserva segnò 21 volte e si piazzò secondo in classifica dietro il suo compagno di squadra Steve Menzies.
Nel 2005 verrà obbligato a lasciare in maniera definitiva il rugby e i campi da gioco. 
E’ ricordato come  ”il giocatore più volte squalificato nella storia moderna del rugby”.

In tutto questo una delle cose migliori furono i titoli della stampa e gli articoli.

Il Manager di Hopoate punta il dito sulle pubblicità.
Il manager della discreditata stella del rugby John Hopoate sta considerando di fare causa contro la New Zeland Cancer Society [società per la cura e prevezione del cancro, nda] per la foto utilizzata in una delle loro pubblicità che ritrarrebbe il giocatore intento a infilare un dito nell’ano dell’avversario.” 

 

 

 

In quella stessa stagione, il 2001, i Melbourne Storm segnarono il record della vittoria più schiacciante ai danni della squadra di Hopoate.
64 a 0 .
Sessantaquattro punti sono la testimonianza ineluttabile che le dita di John aiutavano. 
Tuttavia i North Queensland, forse per sicurezza, sempre nel 2001 si posizionario immediatamente dietro ai West Tigers nella classifica di fine stagione. 

Oggi John Hopoate è un pugile. 
In questa foto sembra sfidare il pubblico: “Chi vuole farsi FOTTERE dalle mie dita?” 
E visto lo sport, non sono più sicuro che continui ad usare un solo dito alla volta.

Mondo-movies, Mondo-writings

23 Giugno 2008 Caino Lascia un commento

Primer gip.jpg

“E’ una storia intricata, di quelle come scrivi tu”, dice.
Ed è vero. Molto meno bene, forse. A ben vedere io non parto dall’ingegneria per scrivere. La prendo meno larga. Inizio a lavorare sulle idee e non ci lavoro neanche troppo, perchè poi le parole copolano tra di loro e prendono vita e forme ed è così che si dovrebbe fare.
E’ come scrivere senza plot e senza ragione ma attenti a come i personaggi, le idee, i fatti vogliono spiegarsi e raccontarsi.
Piazzare un microfono davanti alle bocche e una telecamera davanti ai fatti, e girare.
Oppure prendere appunti e trasformarli in italiano corretto.
In occidente abbiamo il vizio dello spiegone. Abbiamo il vizio di far capire cosa succede a chiunque, di rendere le cose chiare, banali, lineari.
In occidente raccontiamo storie che sono consapevoli di essere storie.
E invece ci sono altre storie che si possono a malapena seguire Se poi le vuoi capire, allora devi diventare parte di quei fatti, bisogna diventare spettatori “contigui” con i personaggi. Sapere quello che sanno loro ed essere come sono loro.
“Primer” è questo.
Primer è la cagata pazzesca di andare a parlare domattina con due ingegneri del Cern e non capire un cazzo.
Ci sono viaggi nel tempo, cloni, linee temporali che si accavallano, persone che vivono vite dettate da loro stessi per poter trovare la pace.
Lo guardi e poi devi andare a studiare cosa hai guardato per riguardarlo e capirlo. Studiare i fatti e la teoria vuol dire “rendersi simile ai protagonisti”. Devi imparare come funziona il loro viaggio nel tempo e devi imparare a capire cosa si stanno dicendo nei dialoghi.
Nella narrazione continuiamo ad applicare il metodo di Omero e delle tragedie greche, montandole con effetti speciali, con steroidi 3d, con silicone e porno e ombrelli e trilogie e capitoli incoclusivi.
“Primer” è reale.
Sei un voyeur.
E tu lo guardi e speri che prima o poi qualcuno dietro lo schermo si accorga di te, e dica: “E tu che cazzo vuoi? Mica c’è la Jolie qua dentro.”
Primer è quasi un mondo-movie.
Ah.
Pin a medal on me
.
Mettetemi una medaglietta.
Pare che mercoledì presenteranno un’antologia dove sono finito.

Sulle Six Words Novels.

15 Febbraio 2008 Caino 7 commenti

In questi giorni ho letto diversi buoni tentativi, altri incentrati solo sul conteggio del numero di parole.
Alcuni hanno condensato stucchevoli ricercatezze per elevare una frase a “romanzo”.
Non chiedetemi chi, ma non sono stato io.
Il video che precede il post, che sembra ripreso da una telecamera di sicurezza, è tutto quello che volete ma non è casuale.
Ora, torniamo a Hemingway: “For sale: baby shoes, never worn.”
Prendiamo Dave Eggers: “Fifteen years since last professional haircut.”
Louise Doughty: “Everyone who loved me is dead.”
La prima cosa che chiunque ti direbbe per iniziare a scrivere è quella di vomitare abbastanza parole su cui lavorare. Forse persino di saltare parti della tua storia e raccontare quello che riesci seguendo il tuo flusso.
Il problema primario, per molti, è la quantità.
Sei parole invece sono ridicole per quanto sono poche.
Leggendo i tentativi però nessuno ha pensato alla riscrittura di sei parole.
Ci sono quattro punti fondamentali.
Il significato letterale è il primo.
Non deve essere comprensibile dopo aver fumato mezzo Afganistan.
Il secondo è il contrasto.
E’ il risultato della compressione di tensione, climax e di tutta la trama. “Vado al mare, che cosa fantastica!non è un romanzo in sei parole. For sale: baby shoes, never worn: bambino e morte, quello lo sono.
Il terzo è il moto a luogo.
Scarpe nuove, scarpe usate, per esempio. Oppure ancora il bambino e morte.
Per il romanzo di Dave Eggers sono i capelli tagliati bene e i capelli tagliati male.
Quale storia non racconta una mutazione attraverso un percorso?
Il quarto fattore è l’allusività.
Il doppio senso, la metafora, chiamatela come volete. In sei parole c’è la storia di bambini morti troppo presto, oppure di qualcuno che era designato a fare qualcosa, ma non l’ha mai fatto.
Quel video in alto è tutto questo.
“Constant state of Puttra” dei Lingua è tratto da un disco intitolato “The smell of a life that could have been.”
“L’odore di una vita che sarebbe potuta esistere”. E questo è l’obiettivo di un romanzo in sei parole. Farti sentire un odore, farti partire per la tangente con le ipotesi, farti supporre un probabile finale.
Darti una riflessione.
E’ difficile che non abbiate letto un romanzo di sei parole come un titolo di un disco.
Il migliore che ricordi è “Down on the upside” dei Soundgarden. L’ho sempre tradotto sbagliato di proposito come : “Giù al piano di sopra”.
Mi suggeriva una storia assurda e piena di allusioni.
Detto questo, la mia scelta rimane la stessa.
“Attraverso la nazione, vendo felicità. Condannatemi.”

Blogosteria: Sunday bloody sunday

28 Gennaio 2008 Caino 1 commento

 

- Tieni la birra. Offre la casa.
- Non la voglio.
- Prendila. E’ gelata.
- Non la voglio la tua cazzo di birra.
- E’ chiara.
- Se volessi la tua cazzo di birra te la chiederei.
- Ha la schiuma giusta. Non è densa come quelle birre irlandesi.
- Gli irlandesi mi stanno simpatici. Sembrano degli ustionati tutto l’anno. Schizzi di olio bollente ovunque. Capelli arrostiti. Prendi Bono, ecco un gran pezzo di Irlandese.
- Questa birra è molto più buona delle birre che trovi in giro. La vedi quella? Quella lucetta blu dentro la cantinetta, quella serve per ammazzare i microbi e preservare i lieviti.
- Microbi e lieviti sono praticamente la stessa cosa.
- Nessuno è mai morto per un lievito.
- Diglielo a Bono. In un concerto un fan era convinto di “lievitare” giù dal palco ed è morto.
- Ma quella è solo una lucetta blu.
- E a me piacciono le lucette rosse del cazzo.
- Quelle non vanno bene per la birra.
- No, quelle vanno bene per quello che so io. Non per la tua birretta gelata.
- C’è l’alambicco. La facciamo noi.
- Lo vedo. Praticamente spendo di meno a prendere un secondo con birra che un secondo con acqua. Lo sai che Bono è un filantropo. Ti farebbe chiudere il tuo locale del cazzo. L’acqua non dovremmo pagarla.
- Beh, se non vuoi la birra la offro a quel tipo là.
- Quel tipo là ha messo la bocca che Dio ormai si gira dall’altra parte quando prega.
- E tu che cazzo ne sai?
- Sempre Bono. Me l’ha detto lui.
- Cosa?
- Che è filantropo, ma a quello là manco una birra.
- E se non bevi la birra, che cazzo fai qui.
- A che ora stacchi dal lavoro?
- Se non bevi la birra, che cazzo ci fai qui?
- Tu dimmi a che ora finisci.
- Tra tre ore finisco il turno.
- E che fai?
- Accendo l’auto.
- E poi? Accendere l’auto non è sto granché.
- E’ ’sto granché con la mia macchina.
- Poi?
- Poi passo a comprare le sigarette. Poi vado a casa che mia moglie mi fa il brodo. Fa freddo.
- Ecco perchè non voglio la tua birra. Perché fa freddo.
- Va bene, va bene, ma tu se non bevi che cazzo fai qui?
- Aspetto tua moglie. Mi ha detto che abbiamo due ore e cinquanta minuti.
- Che cazzo dici?
- E’ vero. Mi ha detto anche che poi deve fare un brodo di dado in dieci minuti.
- Ah.
- Vedi? La birra poi mi tornerebbe su.
- Beh, ci vuole Sunday Bloody Sunday.
- Cosa?
- Sunday Bloody Sunday.
- E questo cosa cazzo c’entra?
- C’entra. Mia moglie ha le mestruazioni. Ed oggi è pure domenica. Chiediglielo a Bono.
- Vaffanculo, dammi quella birra del cazzo.

Sunday bloody sunday

25 Gennaio 2008 Caino 1 commento

- Tieni la birra. Offre la casa.
- Non la voglio.
- Prendila. E’ gelata.
- Non la voglio la tua cazzo di birra.
- E’ chiara.
- Se volessi la tua cazzo di birra te la chiederei.
- Ha la schiuma giusta. Non è densa come quelle birre irlandesi.
- Gli irlandesi mi stanno simpatici. Sembrano degli ustionati tutto l’anno. Schizzi di olio bollente ovunque. Capelli arrostiti. Prendi Bono, ecco un gran pezzo di Irlandese.

[Su invito rispondo.
Il dialogo/racconto continua qui, in mezzo a molti altri, in un'osteria della blogosfera.]