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Archivio per la categoria ‘narrativa’

Finalmente, Amy Hempel

2 Settembre 2009 Caino 1 commento

foto libro

Lessi la notizia da una fonte che mi vergogno di conoscere. Non ricordo il titolo, ma doveva essere qualcosa come Donna Moderna, Intimità o Marie Claire. La cosa ancora più brutta è che no, non ero in bagno, non ero alle prese con le mie deiezioni solide e no, non ero annoiato dalle etichette dei prodotti per la pulizia di un gabinetto che conosco già a memoria.
[Tipo, lo direste mai che in Anitra WC Citrus c'è l'acido lattico e la citronella?]
Il fatto è che quando sai qualcosa di sensazionale da qualcosa o qualcuno che sarebbe meglio non conoscessi è come portarsi dietro un segreto in una tomba. Lo sai, e se ti scappa di dirlo qualcuno ti chiederà come lo hai saputo.
Di certo, non posso dire di conoscere Amy Hempel.
Tuttavia.

Esce “Ragioni per vivere” edito da Mondadori che racchiude tutti i racconti della scrittrice in questione e, anche se il titolo sembra riferirsi a “Reasons to live” uscito in America, la versione italiana racchiude anche “Alle porte del regno animale” .
Mi pare di capire quindi che corrisponda a questo “The Collected Stories of Amy Hempel“.
E’ ancora più curioso che questo libro sia stato lanciato come una novità,  con tanto di copertina rigida e prezzo mediamente esorbitante, considerando che Alle porte del regno animale venne pubblicato nel 1990 da Serra e Riva Editori. [nda: anche se a primo acchitto direi che è stato ritradotto.]

Per chi non lo sapesse, “Il Raccolto” è il miglior racconto mai scritto.
C’è chi definiva Hempel un sacchetto della spesa ripieno di elio o come una scoreggia dentro un paio di mutande.
Cazzate. E’ divina, spiazzante.
Lei è la frase ed il racconto perfetto.

p.s. ne parlai ai tempi qui.

Not an inutility: Yooouuutuuube

6 Maggio 2009 Caino 2 commenti

Motivi pratici per cui questa cazzata non è una cazzata.
Durante una narrazione in genere l’ascoltatore salta da un paletto all’altro. Attende il momento propizio per far saltare la propria attenzione da un momento all’istante successivo. E’ un processo comune, dovuto al fatto che non si considerano vere parole e veri concetti un buon 50% di quello che viene scritto, suonato o filmato.
Il processo narrativo è molto meno liquido di quanto si possa pensare per cui in tutte le narrazioni c’è un sacco di brodo di dado, e noi saltiamo da un tortellino all’altro per sentirnee il gusto.
Se il brodo è piacevole è già tanto.
Non ricordiamo un film nella sua interezza perchè ci concentriamo in determinati momenti narrativi.
Yooouuutuuube non è una cazzata per questo.
Perchè mentre sta raccontando ti permette di seguire quello che ti interessa, riproponendolo fin quando gli occhi non vengono catturati da qualcos’altro.
Prima guardi in alto a destra, poi in basso, poi a sinistra, poi di nuovo a destra.
La tua attenzione è massimizzata dalla presenza, a volte, di più istanti narrativi significativi nello stesso attimo, cosa che non può accadare in una singola narrazione sequenziale.
E’ narrazione “multitasking”.
E’ un caso di arte involontaria, generata da qualche riga di codice.
E alcuni esperimenti sono semplicemente meravigliosi.
Aphex Twin – Come to Daddy
Converge – No Heroes
Elvis Presley – Jailhouse Rock

Categories: narrativa, pensieri

La concezione della metafora di Predator

22 Marzo 2009 Caino 2 commenti

«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon

Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.

Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?

Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a  quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?

Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

Choke, ovvero soffocare, ovvero soffocato.

30 Dicembre 2008 Caino 1 commento

Questa è la cosa più bella del titolo in questione:

Per tutto il resto, passate oltre.  

Se stai per entrare al cinema, evita.  Tra un paio di minuti vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finchè non sei ancora deluso. Salvati.Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli. Tanto, ringiovanire non ringiovanisci. Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. e poi sarà sempre peggio.
Quello che trovi qui è una brutta trasposizione cinematografica. E la cosa triste è che non è come tutte le trasposizioni cinematografiche, condensate-stuprate-amputante, ma è solo brutta. E vuota.
Non è neppure più la stupida storia di un ragazzino stupido.
[*parafrasato da*]

Clark Gregg, che proprio non poteva far a meno di essere anche attore oltre che regista nel suddetto film, poteva fare di meglio. Sopratutto, dell’altro. Un corso serale. Due palline anali in gomma anallergica e una paletta da spanking in cuoio texano.
La trasposizione di Choke, ovvero di Soffocare di Palahniuk, uno dei quattro libri che rappresentano l’apice del suddetto scrittore, anche se in verità il sessodipendente Victor Mancini rappresenta il personaggio meno riuscito rispetto a Tyler Durden o Brandy Alexander o Tender Branson [il mio preferito da "lucchetto sul ponte"], è fiacca e falsa. E’ un cartonato poco colorato e con belle facce sorridenti e ben pettinate.
Ma facciamola corta.
Non sono tanto gli attori e non è tanto la mancata aderenza della pellicola al film, discreta se dimenticate il finale [e fidatevi che se avete letto il libro il finale lo maledirete a sufficienza], ma è l’incapacità della sceneggiatura e della regia, e direi anche degli scenografi e dei direttori della fotografia, a non rendere il libro.

Non c’è il ritmo, anche se c’è un ritmo diverso, e non ci sono “i colori” della storia.
Il sarcasmo diventa comocità.
Il grottesco diventa cazzata.
Il tragico diventa una specie di scena seria all’interno di un film comico.
C’è un parallelo tra due libri che adoro e le loro trasposizioni cinematografiche. Uno è questo Choke, e il rispettivo Soffocare, e l’altro è Scanner Darkly, e il rispettivo Un oscuro scrutare di Dick.
C’è una sottile somiglianza. Nessuno dei due film sgarra troppo nei confronti del libro, nessuno dei due ha brillato nei cinema, gli attori sono stati bravi. Ma qualcosa non va. In qualche modo hanno lo stesso spessore come “bontà di realizzazione” o come “grado di riuscita”.
Scanner Darkly è coraggio montato a neve con il rispetto al libro, oltre che l’amore di Linklater per lo scrittore.
Choke invece è un film “solo”.  E’ un film divertito dalla propria esistenza. E’ un film che si chiede: “Cazzo, mi hanno davvero girato con degli attori famosi a Hollywood?”
E questo film allora sorride a tutti e ammica come una sedicenne in tutù.
La cosa tragica, lasciatevelo dire, è che a Portland, quello stesso giorno che il libro correva in tutina in lycra, c’era Chuck Palahniuk e il suo compagno in tutù che correvano per strada urlando “Perfida!” o “Arcigna!” a chiunque capitasse a tiro. 
Chiamatelo isterismo ormonale, poi passate oltre. 
Così Choke appare senza dimensione mentre affoga la sua storia in mezzo a pochi personaggi stolti. Non c’è un mondo, non c’è uno spazio di normalità per fare il confronto. Siamo in alto, a diecimila metri, ma non vediamo terra. Allora potremmo essere anche a duecentomila metri, oppure su un tapis roulant con un cartone azzurro tutto intorno.
Non abbiamo riferimenti. 

Questo film, preso così, è idiota quanto uno Scary Movie. Tutti sono scemi e tutti sono pervertiti.
Ahimè, questo non è il sarcasmo di Palahniuk, tantomeno la sua voglia di strafare.
Palahniuk lo prendi sempre sul serio, sempre. E questo è difficile da rendere e questo non è stato reso.
E il finale, cazzo, il finale, ecco l’addio alle metafore e all’unica cosa che rendeva quel libro davvero unico. 

Per tutti gli altri: OK, guardatelo. E’ divertente.

p.s. ovvero rigurgito parte b: Altre piccole cose pignole da notare. O da dire.
Non fate film di libri che necessitano mezzi economici e coraggio.
La madre di Victor non dimagrisce, non si avvizzisce e non sparisce fra le lenzuola. Prendete The Machinist, e quello sì che era un Bale “adatto alla parte”. Quella era dedizione e soldi. E poi prendete Bale sei mesi dopo in Batman.
Altra dedizione, altri soldi.
In Choke, Denny non diventa muscoloso.
In Choke, Victor non cambia colore, e non dico blu, ma non diventa neppure un po’ pallido mentre soffoca.
In questo film nulla si muove.
Ripetono le battute e i fatti del libro diligentemente, anche con trasporto e interpretazione.
Per dire, io ho imitato il sergente Hartman insieme a mio cugino durante il pranzo di Natale.
“Io vi ammazzo a forza di ginnastica vi faccio venire i muscoli al buco del culo che ci potrete succhiare il latte senza cannuccia!!!”  [cit.]
Ed è stato un successone.  

p.p.s. ovvero rig. parte c.
Potrei dire che, anzi ho detto che, scrivere Infinite Jest non rende felici.
Forse potrei dire che scrivere Fight Club, farlo dirigire da Fynch, interpretare da Norton e Pitt, vedere il risultato, rende un pochino felici. Forse molto felici.
Però ecco, potrei dire che scrivere Choke, sentirlo nominare da migliaia di persone come “il loro libro preferito” e “il tuo miglior libro”, apprendere che diventerà un film e poi vedere il risultato potrebbe farti aspirare al suicidio.

Cogito, ergo Proxy

22 Dicembre 2008 Caino Lascia un commento

Partendo da una citazione cartesiana, la stessa citazione rigurgitata in questo blog, Ergo Proxy è un esempio di come si possa fare del “crossover” narrativo.
Non accontentandosi di Cartesio l’anime in questione chiude molti dei suoi significati dentro un’altra citazione, questa volta di Michelangelo Buonarroti, mostrata all’inizio del primo episodio:

Caro m’è ‘l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ‘l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso.

Pur non essendo mai stato un otaku, ma rimanendo da sempre affascinato dalla capacità giapponese di inventare storie realmente nuove,  Ergo Proxy rappresenta per molti motivi la mia visione di connubio tra metafora e forma. Significato e azione.
Per farla breve, questa storia fallisce da subito nell’originalità: siamo nel futuro, a metà tra Blade Runner e Matrix, dentro una città-cupola isolata dal mondo esterno a causa dei soliti disastri ecologici di cui siamo già colpevoli e i cyborg,  detti “autoreiv”, si ammalano di un virus chiamato Cogito che, guarda-’n-pò, li rende un po’ troppo pensanti ed emotivi. Intorno a tutto questo c’è un eroina dark con il trucco impeccabile [leggere feticismo], il protagonista sfigato [leggere "il giapponese otaku qualsiasi"] e i Proxy [leggere "creature mostruose che spiegheranno probabilmente il significato della realtà"].
Per fortuna, l’originalità non è esattamente “tutto”.
E, carissimi, non c’è più nulla da inventare in narrativa.
Nata su ispirazione dickiana Ergo Proxy si arrampica con un ritmo in tempi dispari alternando visioni e suggestioni e, così come si potrebbe dire per Evangelion, fa uno shampoo di immagini e azioni per aprire la fine della narrazione alla libera interpretazione.
E’ curioso come in Oriente abbiano il vizietto di nascondere storie complicatissime, suggestioni filosofiche, dietro i dettagli principali di un anime: bei disegni, bella protagonista, protagonista sfigato, crisi esistenziali.
Raccontata per dettagli, questa storia è notevole persino per il dizionario di parole che utilizza.
Dovrete capire cosa è un Proxy. Ed è strano anche associare nuovi significati alle parole.
Non mi stupisce pensare che un probabile nuovo “2001 Odissea nello spazio” possa essere un anime giapponese.
E mi stupisce ancora meno il fatto che in occidente possa essere considerato solo come un “cartone animato”.
Però Ergo Proxy è sensuale da far male. E’ velluto per gli occhi.
Ed è spigoloso per il cervello.
Pare che chi racconti in termini negativi, apocalisse e catastrofi e armageddon vari ed eventuali, dimentichi che ha l’obbligo, nonostante tutto, di rendere piacevole il viaggio, seppur senza far ridere.

Se la barca sta affondando, almeno lasciateci suonare.

Happy Nu-Xmas

14 Dicembre 2008 Caino Lascia un commento

Avevamo pochi giorni.
Eravamo in tre, e tre è il numero che non va bene per nessun gioco. Nessun passatempo poteva adattarsi ad una parentesi che sarebbe stata eterna. Magari sarebbe sbucato un pallone da sotto il letto in qualche cameretta, in una delle tante case vuote, e avremmo potutto giocare a turno in un uno-contro-uno con portiere.
Ma il tempo non sarebbe passato.
Il tempo era diventato eterno ed immobile. 
Era tornato ad essere quello che tutti avevamo dimenticato che fosse. 
Nessuno ci avrebbe tirato per il colletto della camicia, nessuna multinazionale con nuove tecnologie scintillanti e nessuna nuova droga e nessuna modella puttana ci avrebbe trascinato attraverso le nostre vite.
Non avremmo avuto nuovi desideri per i quali immolare i nostri giorni. 
Niente ci avrebbe fatto dimenticare i momenti che sarebbero gocciolati via. E lo sgocciolio ci avrebbe fatto impazzire. 
Avevamo pochi giorni, e fra molti giorni, senza batterie e senza corrente elettrica, tutte le lancette dei secondi sarebbero svanite. Sarebbero diventate solo astine che indicavano direzioni casuali. 
Il tempo sarebbe tornato ad essere siderale.
Avevamo due corde, una latta di benzina,  due zaini con scatolette di fagiolini, piselli, cavoli di Bruxelles. Niente pistole o fucili, solo due coltelli da cucina. Uno per il pane, lama lunga non seghettata punta rotonda, uno per il formaggio di quelli con la punta che sembrano due corna appuntite. E per sei mani, tre destre e due sinistre complete più un’altra sinistra esplosa all’altezza del terzo metacarpo, non erano poi molto.
Per la strada qualcuno urlava e quello che facevamo, io e lui e l’altro, era infilare meglio le orecchie dentro il cappuccio e dentro le tese delle giacche. Allungavamo i passi e piegavamo di più e ginocchia, come per diventare più bassi.
C’erano lente spirali di fumo sull’orizzonte, Buick schiantate e accortacciate contro i marciapiedi e spalmate dentro le cabine delle fermate dall’autobus. Una nonnetta rantolava da giorni con il sangue alla bocca e quaranta centimetri di intestino tenue disposto a formare un punto interrogativo e un freccia che indicava il sole.
Chi sopravviveva non li uccideva neppure più. Chi sopravviveva non si scambiava neppure le domande di rito.
Io non sapevo i loro nomi.
In tre non è difficile pensare che ogni domanda è per entrambe, e che ogni domanda merita sempre una risposta.
Ogni domanda, nel nuovo presente, ha due risposte.  A volte completamente opposte, a volte identiche. 
Il tempo era infinito ma avevamo verità. Non avevamo molti desideri e speranze, ma tutti li avevamo in comune.
Babbo Natale sarebbe arrivato con un solo pacco e sarebbe bastato per tutti.
Finalmente.

Ridefinizione di storie

26 Novembre 2008 Caino 3 commenti

Dead Set TV Logo.JPG

“Dead Set” è l’ennesima ridefinizione di una storia.
Perlopiù, insieme a “28 giorni dopo” e “28 settimane dopo” di Danny Boyle, è una delle migliori produzioni di Zombies & Co. di tutti i tempi. La differenza è che è la prima [mini] serie tv che tratta l’argomento.
Quello che si sono inventati a questo giro è di ambientare tutta la storia intorno al Grande Fratello inglese. E se state pensando “bella cazzata” state sbagliando. E di grosso. E’ difficile non farsi una lunga flebo da 3 ore dopo averne visto i primi dieci minuti.
Come stercorari che prendono a spallate la propria merda, noi prendiamo a spallate le nostre storie. Le facciamo rotolare ancora e ancora, le facciamo viaggiare, ingrandire. Lasciamo che abbiano la stessa forma, ma diverse composizioni, diverse direzioni.
Dead Set prende la reclusione volontaria, il dramma del voyeurismo televisivo degli ultimi 10 anni, e lo analizza. Mentre ci sono le budella di un concorrente che saltano fuori dal suo addome, in realtà stai pensando sul concetto di fama e successo. I fan che vorrebbero anche solo un pezzetto del loro amato.
I film di morti viventi sono analisi, e non solo horror movie.
Sono metafore a base di sangue, tombe e morsi.
Per ogni periodo storico e sociale negli ultimi 50 anni c’è un’orda di morti viventi che tracciano una metafora e un’analisi precisa. Prendete “La notte dei morti viventi” e avrete uno scontro a pieno carico della cultura americana contro la guerra del Vietnam, prendete “Zombi” ed eccovi [più facilmente] il consumismo, la massificazione, ma anche una frecciata alla nascita del punk e del popolo MTV.
Abbiamo persino una puntata  ["Homecoming"] di Masters of Horror diretta da Joe Dante dove i morti viventi tornano dall’Iraq per votare contro Bush. Ma questa è storia recentissima.
Romero avrebbe detto: “Voi fate finta di nulla, ma i morti del mio film ci sono e sono vostri parenti, amici, sconosciuti del vostro stesso paese. E forse torneranno a prendervi.”
E Romero avrebbe detto: “Voi fate finta di nulla, ma siete pecoroni in gruppo che anche da morti vi ammassereste dentro un supermercato.”
Non è neppure un caso che “Rec” utilizzi telecamere in soggettiva e riprese amatoriali, così come Dead Set senta la necessità di inquadrare morti viventi sbavanti di fronte a televisori che proiettano le immagini della casa del Grande Fratello. E mentre loro sono morti, dichiaratamente “morti”, e non sanno capire la differenza tra la realtà e la fiction mentre avvicinano la faccia ai televisori, c’è da chiedersi quanti di noi di fronte ai programmi Mediaset e Rai siano vivi.
Narrativamente il genere “zombie” è una miniera di dimensioni inimmaginabili. Potrei scriverne per un anno e trovare sempre cose nuove da dire. Qualsiasi film o libro o fumetto riesce a coprire una serie di elementi che difficilmente si possono coprire con qualsiasi altra storia di fantasia. Ora vanno di moda i vampiri [vedesi True Blood, Twlight e Let the right one in] ma sia loro, che l’uomo lupo, Frankenstein [anche se poi concedetemi di pensare che in qualche modo anche lui sia un morto vivente] non ricoprono la stessa gamma di situazioni ed emozioni con la stessa efficacia ed attualità.
I Morti Viventi hanno una “libreria” di situazioni, come i film disney [vedesi "crude verità narrative"], ed ogni volta la ridefinizione, la ri-narrazione è il momento cruciale di una storia. Non mi stuferò mai di vedere uno dei personaggi principali che viene morso e che nasconde la propria ferita sperando di non diventare “uno di loro”. Questo accade in ogni salsa. Nel 2004, ne “L’alba dei morti viventi”, venne partorito il primo bambino zombie. Ed il padre era solo un padre qualsiasi, con le lacrime agli occhi.
Queste storie hanno a disposizione fatti basilari,  un background apocalittico, personaggi in lotta tra di loro per la propria salvezza, hai qualsiasi rapporto affettivo umano strafatto di ormone della crescita. Un’amicizia diventa più importante di qualsiasi assegno, un’amore l’unico elemento fondamentale.
I Morti Viventi degli ultimi dieci anni ormai si sono presi la licenza di correre.
Romero li ha fatti parlare ne suo terzo e quarto capitolo.
In “Fido” i morti viventi sono più che semplici amici.
The outbreak” è il miglior survival game su web [e che non dovreste assolutamente perdere].
Max Brooks è diventato famoso dopo aver scritto “Manuale per sopravvivere agli Zombi”, un vero manuale che tratta seriamente l’argomento, ed ora il suo ultimo libro “World war Z” diventerà l’ennesimo zombie-movie.
“I love Sarah Jane” è stato premiato come “Best Narrative Short” al Nashville Film Festival del 2008. Potete, anzi dovete, vederlo qui.
Ogni settimana, in media, esce un film, un fumetto, un libro, un sito, un cortometraggio di morti viventi.
Non è un caso. E quando lo dico la gente mi guarda strano. Mi guarda strano perchè è dannatamente vero.
Tracciamo una storia, la raccontiamo fino alla nausea. Raccontiamo la stessa storia con obiettivi diversi.
Spingiamo palline di merda a spallate.
Tornando a Dead Set, per me è la ridefinizione del genere, il nuovo termine di paragone. E’ semplicemente coerente, cattivo e furbo.
Io amo gli inglesi.
Gli inglesi amano gli zombie.
Io adoro gli zombie.
E il cerchio si chiude.
Se solo potessi fare la comparsa cadaverica in qualche film.
Mi piacerebbe da morire.

Shortcut

22 Settembre 2008 Caino 3 commenti

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Volevo fare un post molto lungo sulla questione, purtroppo non ho il tempo e la forza di raccogliere abbastanza informazioni. E la questione sono le elezioni americane. Quindi se Obama non vince prima che metta in fila le idee forse riuscirò a partorire il post.

Facendo il nodo, possiamo definire la corsa alla presidenza americana come un immenso lavoro di narrativa.
A differenza dell’Italia, dove perlopiù i leader basano la loro strategia giocando al rialzo di utopie, miliardi di posti di lavoro, pensione per tutti, sistemi sanitari che guariscono il momento stesso in cui pensi di avere un raffreddore, in America non si vendono promesse, e non solo quelle, ma una storia vera e propria.
Si vende il futuro Presidente come un passato, un presente e un futuro. Tre momenti narrativi distinti e intrecciati, con un plot e un colpo di scena.
In America stai per premiare qualcuno con una specie di Grammy, e non eleggendo la persona che gestirà il tuo paese.
In Italia usiamo dei pubblicitari,  slogan veloci come frecce, in America usano sceneggiatori veri e propri.

Una cosa che io adoro nella scrittura è lo shortcut.
Racconti una storia, fissi alcuni paletti principali e alla fine crei uno shortcut sull’episodio.
Esempio: Una donna al supermercato soppesa tacchini e scambia il prezzo dei tacchini. I tacchini da quattro chili costeranno come quelli da tre, quelli da tre costeranno come tacchini da 4.
Lo shortcut è raccogliere questa storiella in due o tre parole.
La Signora Trasformatacchini.
La Tacchinatrice.
La macchina umana antigravitazionale.
Con 4 o 5 shortcut è possibile riportare un’intera storia di cinquecento pagine sull’indice del lettore.

Tornando alla questione dei democratici e dei repubblicani che urlano e si scannano in tv, Obama dice: “Un maiale con il rossetto è pur sempre un maiale.”
Ed ecco che Sarah Palin diventa uno shortcut.
I suoi sceneggiatori hanno costruito una storia, la concorrenza l’ha ribattezzata.
Maiale con Rossetto.

p.s. Detto ciò, i democratici sanno [anche] scrivere meglio.

La persona depressa [ed Infinite Jest]

15 Settembre 2008 Caino 9 commenti

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Benché non mi sia mai sentito di consigliare Infinite Jest, conscio del fatto di lanciare un tomo di millequattrocento pagine addosso al malcapitato, lettore che si sarebbe trovato mesi e mesi di lettura delirante, complessa, con un vago retrogusto fantascentifico ed ironico, costretto ad immaginare che quel tomo rappresenti a conti fatti non una semplice storia, tantomeno un agglomerato di semplici storie – immaginatele pure come mille serpentelli, dove ogni protagonista è perlopiù una testa e dove la famiglia Incandenza ha lo stesso colore e code di diverse lunghezze, perchè le code in fondo non fanno altro rappresentare le loro vicende passate – quindi tirare un intero universo addosso a qualcuno, almeno per me, è reato. Prendete Stephen Hawking e immaginatelo corrervi addosso con Plutone e i suoi anelli, oppure se preferite una pena più grande e lenta, considerate quel pallone marrone doppiostrisciato di Giove e i suoi figli che vi arriva addosso.
Quindi, responsabilizzato dalla morale che mi obbliga a non uccidere nessuno tirando pianeti ed atmosfere, nessun mondo animale o vegetale da terminare nell’esplosione uomo-pianeta che in fondo non produrebbe nulla di più di un misero squittio, come un chicco d’uva sotto l’edizione Fandango del libro sopracitato, evito sempre di dire “leggilo”.
E se lo dico è più qualcosa come, “leggilo ma io non te l’ho detto”.
A volte mi limito a fissare qualcuno per ore impossibilitato ad esprimermi di fronte alla paura di un possibile rifiuto di un estraneo, o peggio ancora di un amico, di leggere David Foster Wallace e La Sua Opera Maggiore, mentre altre volte fisso il malcapitato, che se è una donna statisticamente urlerà “mi guardi le tette” a insaputa del fatto che io sono un “lato-B-ista”, e guardandolo cercherò di incutere-incidere-inchiodare nel suo cervello che i suoi prossimi soldi andranno a finire a rimpolpare quelli che da oggi in poi saranno i crisantemi dello stimatissimo scrittore post-moderno. (E questo tra l’altro mi fa pensare che forse lui dei suoi soldi non ha più bisogno, e che forse potremmo pagarlo in merda, in capelli, in unghie e in sangue di bue per concimare i suoi fiori.)
Consigliereste dopotutto del tabasco nel cappuccino?
Delle caramelle pynchoniane con acciughe e ricoperte al limone?
Il succo è, cari saputelli, che nessuno di voi potrà esimersi dal condividere che un vero pianeta, e persino i suoi satelliti, anche quelli con nomi buffi come Ijiraq o Trinculo, possiedono una forza conservativa tipica dei corpi dotati di massa, per quanto riguarda la meccanica tradizionale, mentre per i relativisti questa forza è legata alla geometria non euclidea dello spazio-tempo.
Se ci stiamo capendo, stiamo quindi parlando di forza di gravità ed Infinite Jest, indubbiamente, ne possiede una pari o superiore a quella della Terra, cosa che per altro spiegherebbe la quantità di racchette e di palline da tennis che rimbalzano in tutto il libro.
Ma se questo non vi spaventa sappiate che la sua gravità vi colpirà come una maledizione e così come nessuno vi ha mai detto che “cadrete” in quanto vittime della forza gravitazionale terrestre, e se non ricordate quando ve l’hanno detto la prima volta è per colpa della vostra memoria e del fatto che eravate troppo piccoli, mentre tutte le altre “seconde volte”, che sono quelle che ricordate adesso, tipo vostra madre che ve lo urlava dalla finestra mentre imitavate i piccioni in piedi su una staccionata, le consideravate solamente e inutilmente retoriche, sappiate che Infinite Jest vi cadrà addosso.
Voi ci cadrete dentro.
Più leggerete libri, più entrerete in libreria, più prima o poi vi troverete a bruciarvi nella sua atmosfera, nella nuova America rinominata ONAN, a chiedervi quale sia realmente l’Anno del Glad.
La cosa tragica è che finito di leggerlo, con il libro saldo nelle mani, urlerete: “Se potrei scriverlo io, sarei felice per sempre” e questa, scusate il cinismo, è una cosa che è stata dimostrata come falsa.
Scrivere Infinite Jest non porta alla felicità. E urlando quelle parole, come se vi stesse guardando allo specchio, vi renderete conto di essere inadeguati. Per sempre. Sarete un pianetucolo senza vita, al buio, vicino ad essere inculati proprio da Hawking e i suoi buchi neri, mentre desidererete una capacità che in fondo porta alla morte.
In quella condizione, orfani della Lettura del tomo, distrutti dal fatto che neppure scrivere un capolavoro possa regalarvi il nirvana, vi ritroverete in crisi di astinenza e vi mancherà un pezzo di voi stessi, come se Infinite Jest fosse un vostro parente, come se poteste far soffrire di meno Don Gately.
Imparerete a guardare con più attenzione gli uomini in carrozzella.  Il Qebeq.
Finalmente, in un tripudio di neuroni sovraeccitati, poserete quella cazzo di penna, o quel pc, grande o piccolo che sia e inversamente proporzionale al vostro pisellino geek e al vostro stipendio, e capirete che voi non avete proprio un cazzo di niente da dire.
Non avete una storia.
Non avete un personaggio.
Non avete una sola idea che valga la pena di diventare l’appendice dopo le suonerie di Tv, Sorrisi e Canzoni.
L’unica speranza, cari omiciattoli, è dimenticare, così come non vi annotate l’odore e il colore delle vostre feci ogni santo giorno.
Dimenticato Infinite Jest allora troverete cose nuove da dire [falso], nuovi modi per dirle [falso], nuove situazioni [falso], nuovi sentimenti da descrivere [falso], troverete qualcosa di geniale da raccontare [falso].
E alla fine sarete felici. [FALSO. FALSO. E FALSO.]
Lo stesso DFW non avrebbe più scritto un Infinite Jest.
E tuttavia, questo mi secca. Mi mancherà.
Da lui, io ho imparato (anche) questo.

Viva Charles Bronson

11 Settembre 2008 Caino 4 commenti

Questo post era un commento a lui e a questo punto di vista. Poi ho deciso che come commento era troppo lungo. Ed allora lo sposto qui, perchè è un commento che richiede commenti.

Riassumendo, il nocciolo del tema è Dexter, la serie tv con il poliziotto serial killer.
E’ doveroso notare questa contraddizione che, messa giù in qualsiasi forma e in qualsiasi lingua, è di per se un perfetto incipit.
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer.”
Breve e semplice.
 

Saltiamo.
Prima stagione carina, mediamente tesa, plot in costante aumento di contraddizioni, personaggi profondi quanto si possano trovare in un thriller da 19 euro a copertina rigida, e blablabla. Basata sul libro “La mano sinistra di Dio” di Jeff Linsday, è un lavoro netto, pulito e dignitoso. 
La seconda stagione parte goffa ma inannella un paio di incastri notevoli. Si nota la differenza fra una sceneggiatura nata da un romanzo e una sceneggiatura nata direttamente per lo schermo.
La prima è goffa e sovrabbondante di incastri e dettagli, la seconda è snella, agile e inizialmente impacciata.

Nel post citato c’è l’accusa “ikea stile”: una serie funzionale ma non un trionfo orgasmico.
Colpito, perfetto. Vero.
Manca “gore”, splatter, raccapriccio degno di un serial killer.
Tuttavia non ha “foglie di fico”.
Raccontando qualcosa non si deve mai saltare o vergognarsi di descrive situazioni o aspetti della storia. E questo lo si deve fare compatibilmente con lo stile e il modo di raccontare.
In “Dexter” non ci si può aspettare in un trionfo di amputazioni e sangue degno di The Texas Chainsaw Massacre.
Dexter è ikea style, funzionale e privo di fronzoli.
E Ikea non mette fregi Luigi XVI nei suoi mobili. 
Non ci sono scabrosità e persino in situazioni limite non vi è il livello di dettaglio che le renderebbe pesanti.
Esempio: Dexter da bambino piange in una pozza di sangue: basta scurire il sangue per rendere realistica quella scena, e volutamente non viene fatto.
Eccone due motivi: la possibilità di mandare in onda quella serie in seconda serata, il fatto che l’aspetto ironico e l’ottica sia preponderante rispetto al sadismo visivo.

Tutto questo dovrebbe spingere a focalizzarsi sull’ottica narrativa di questa serie.
Dexter è un continuo monologo personale, egoista e scorretto, di una persona in lotta tra le proprie necessità e il modo per far rientrare i propri errori nell’accettabilità umana.
E’ una persona che per approvare se stesso non scappa dalle proprie perversioni, ma cerca di direzionarle nel modo più corretto.

E’ per questo che ha consensi: ognuno di noi fa cose tremendamente sbagliate ma cerca di applicare un proprio codice di accettabilità e di tolleranza. Se la società condivida o meno, non fa differenza.
Lo fanno tutti e tutti si ritrovano in Dexter.
Dexter uccide qualcuno di cattivo, noi mangiamo il pasticcino e poi andiamo a correre il lunedì mattina.
Dexter butta a mare l’ennesimo cadevere, noi anneghiamo l’ennesima sigaretta nel nostro portacenere colmo.
Quello che facciamo è associare il nostro senso di colpa con il suo.  E non vorremo associare la nostra persona e la nostra condotta a vermi, corpi putrefatti, cervelli spappolati. 
Vi immedesimereste in John Wayne Gacy?
Dexter funziona perchè una macchia di sangue è così tanto simile allo sbaffo di marmellata di ciliegia del quale siamo colpevoli. 
Per il resto, ok, non è un capolavoro.  Forse fa proprio cagare.
Ma notata che ha una metafora, ha una coerenza narrativa, ha uno stile. Non credo sia poco. 

E finiamo dicendo la verità.
Il vero incipit di Dexter sarebbe:
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer di serial killer.”
Ed ecco che di Dexter non ce ne frega più nulla.
Non c’è mordente, è solo l’ennesimo giustiziere e per di più poliziotto e quindi semi-autorizzato.
Mi manca Charles Bronson.