
http://www.taxi-driver.it/recensioni.php?id=SPECIALE:autore=Lingua:titolo=Intervista
Sicuramente una delle cose che più mi è piaciuta scrivere negli ultimi tempi. Leggetelo

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Sicuramente una delle cose che più mi è piaciuta scrivere negli ultimi tempi. Leggetelo

Il 2 febbraio 1997 ci troviamo al Big Day Out Festival, a Perth, in Australia.
Per farvi capire la line-up è composta da Fear Factory, Prodigy, Offspring. Non so perché, ma già tra le righe si capisce che i Soundgarden in qualche modo il loro tempo l’abbiano fatto. Hanno 13 anni sulla schiena e c’è chi disse che ai tempi Ben Shepherd era persona più depressa del pianeta.
Quello fu il loro ultimo concerto. Avendolo il bootleg, insieme ad un’altra ottantina, posso dire che fu estremamente scolastico. Con il senno di poi riesco a sentire lo scoglionamento sul palco. I pezzi suonano, ma non sono convinti. E’ difficile spiegarlo.
E’ come leggere una parola in corsivo e una in grassetto. Il significato è lo stesso, ma è la sensazione che procura che è diversa.
I Soundgarden Live, per la mia visione di musica, erano una macchina da guerra.
Era un gruppo che sul palco lasciava esplodere una carica di energia impossibile. Nessuna canzone, in ottanta bootleg, suona così uguale al disco o a altre versioni live.
Cornell improvvisa sempre una linea melodica, Thayil non ripete mai lo stesso assolo, Cameron e Shepherd si prendonodei larghi alla batteria che nei dischi non ci sogniamo neppure. Il pubblico interagisce, convive l’esperienza.
Nei primissimi concerti del tour di Badmotorfinger è curioso sentire come lo stacco di Outshined viene interpretato e allungato. La gente si sta strappando i capelli e urla e il gruppo ci passa sopra, riprende il comando dello show.
Il 2 febbrario 1997 è il pubblico che tira il gruppo sul palco.

Il concerto dei Nude Dragons si piazza a metà di queste due situazioni.
I ‘Garden non trascinano il pubblico perchè il pubblico è invasato, attonito, eccitato, indiavolato. I fan sono strafatti di 13 anni di attesa e di euforia e di speranze.
Un tizio ha offerto 2500 dollari alla security per entrare, ed è rimasto fuori.
La vera paura era sorbirsi un concerto di un gruppo anonimo dove Cornell re-interpretava Black Hole Sun come è già successo con Audioslave, Eleven e dozzine di musicisti vari.
Non so bene cosa sia successo ma Cornell è incredibile per l’80% dei 97 minuti.
Thayil è rigidino, forse più pulito, conciso e fracassone.
Cameron alla batteria è un orologio, troppo gustoso per un bootleg dove insieme al mood di Shepherd viene “disossato”.
Di questra tracklist:
C’è ben poco da dire. Hanno scelte le canzoni dei Soundgarden come gruppo, come passato e come evoluzione, non come S.P.A. musicale.
Azzardano una Loud Love che al 12esimo step sottolinea un Cornell leggermente peggiorato [...ma in Gun, a 46 anni suonati, quanto umilia ancora?].
A tirar le somme abbiamo un lievissimo calo di prestazione a metà concerto, una “Superunknown” mancante di cui sento la necessità come il caffè al mattino e ci sentiamo tutti a metà anni ’90 quando l’acqua era bagnata, il cielo era blu e le donne avevano i loro segreti.
La chiusura è destinata ad un pezzo degli Who, Waiting for the Sun, che non mi aveva mai convinto ma che ora ha acquisito il senso e la maturità per essere suonata.
Tutto quello che ho sognato per 13 anni è tornato.
This is Kim.
This is Matt.
This is Ben.
…and this is Chris!
Godo con nome: Soundgarden.

Oggi mi sono accorto che non solo non ho fuochi d’artificio in casa, ma non ho neppure razzi di segnalazione per imbarcazioni, e che al massimo potrei lanciare dei piatti dalla finestra. O urlare tanto che mi sentirebbe il mio amico campagnolo.
Quando si aspetta qualcosa per oltre dieci anni, 13/tredici, poi è difficile parlarne.
Invertiamo l’ordine di marcia. Nell’aprile 1997 i Soundgarden si sciolgono. Quando lo scopro sembra una cosa tanto conclamata e risaputa che non mi rimane neppure il dispiacere di una perdita improvvisa.
E’ come arrivare ad un funerale piangendo proprio quando tutti sono già andati via in macchina. Sei solo e gli altri hanno già indossato jeans, camicie hawaiane, gonne plissettate e flip flop.
Quanto ne segue della loro carriera come musicisti è La Scaletta di Imbarazzo Ad Libitum.
Chris Cornell si lancia in una carriera solista in cui Euphoria Morning è l’unico capitolo decente, anche se abbondantemente sghiandato dal cattivo gusto degli Eleven. Per farvi capire quanto è bravo Cornell da solo, beh, arriva a collaborare con Timbaland. E’ evidente che non capisca più un cazzo per una buona parte dei suoi trentaequalcosa.
Poi arrivano gli Audioslave. E l’imbarazzo diventa un elefante in una stanza. Il primo disco è una sorta di demo rubata sei mesi prima e che si ritrovano a dover riparare. Le canzoni non hanno smalto, suonano molle e noiose. Tom Morello rimane il chitarrista sincopato che suona con indice e medio ed usa 130kg di effetti speciali, tanto che poi anche lui non ci capisce più un cazzo.
Persino Ghigo e Pelù arrivano a non capirci più un cazzo così tanto che sono tornati insieme.
Tanto per dire. Ci sono artisti che da soli non capiscono più da che parte sono girati.
Quantomeno il resto dei Soundgarden rimane silenzioso e anonimo.
Matt Cameron si mette a tenere il tempo dietro la batteria dei Pearl Jam. Oltre non mi pare che abbia mai fatto.
Kim Thayil lucida le Guild e gioca a biliardo.
Ben Shepherd potevamo trovarlo riverso in una pozza di vomito se non fosse che pare abbia famiglia.
E in 13 anni tutti e 4 si sono dati un gran da fare a dire “I Soundgarden sono talmente intoccabili che non ci riuniremo mai”. E allora io ho detto “grazie”. Per la decenza, la coerenza e l’amore.
In fondo le cose belle finiscono troppo presto e i Soundgarden duravano da 14 anni.
Così niente era della rete, i Soundgarden finisco prima che un sacco di cose devono realmente iniziare. Niente news su myspace, niente video bootleg su youtube, niente amicizie su Facebuk, niente dvd, niente blu ray, niente raccolte di B-Sides [quella di A-Sides potevano tenersela].
Eppure riascolti un loro disco e potrebbe essere uscito stamattina.
Personalmente, ho vagato 13 anni nel cercare un sostituto. E’ come se finisse tutta l’eroina di questo mondo, e tu ne hai bisogno.
Non puoi mica leccare il piatto per tutta la vita.
[mi sono reso conto che potrebbe diventare immensamente lungo... continua]
P.S. avevo scritto quest’altro post due anni fa, precisi precisi. Ecco perchè è bello avere un blog.
E’ probabile che negli anni 90 ascoltassi musica alternativa e se non è così, procedi oltre perché questo post è arabo.
E’ probabile che hai iniziato dai Nirvana, dai Guns ‘n’ Roses, dai Green Day. Se sei più giovane di me, forse allora hai aspettato gli ultimi dischi dei Korn o i primi dei Blink 182 o dei Creed.
E’ possibile che Soundgarden e Tool ti abbiano sempre detto poco, soprattutto fin quando eravamo nel XX secolo.
Se hai iniziato così, è possibile che hai riscoperto i Sex Pistols, i Clash, i Ramones, i Led Zeppelin.
E poi ti è successo di avere questo entusiasmo per la musica veloce.
Non importava quasi null’altro, in una tua fase della tua vita, che la musica fosse veloce e incazzata.
Hai scoperto così il metronomo.
E’ probabile che se rientri nel quadro descritto qui sopra, i Type O Negative te li sei persi e non ne hai mai sentito la mancanza. E brutto dire che in fondo dei Type O Negative nessuno ne sentirà la mancanza. Sono un bivio “sbagliato” della musica alternativa, metallara e di nicchia.
Perchè non erano veloci. Non urlavano.
Perché la cover di Paranoid dei Black Sabbath, o di Hey Jude di Hendrix, erano così lente e straziate da risultare irriconoscibili.
Erano così “lenti, profondi e duri” che qualsiasi audiocassetta lasciata su un cruscotto ad agosto poteva essere scambiata per un loro disco.
I Type O Negative erano l’unico gruppo metal che spegneva le luci e parlavano di sesso e morte in qualsiasi canzone.
Soprattutto morte. Everything dies, Everyone i love is dead, Life is killing me, Love you to death. I titoli erano questi e nessuno si è mai suicidato per loro quanto per una God save the Queen dei ‘Pistols.
E’ deprimente e depravato, alle lunghe. Ma loro erano goduti nel loro esserne fissati e nel saper gestire i confini di questi temi. Come io riderei del mio essere fissato con gli zombie.
Usavano Fernandes nere con pickup e capotasti verde fosforescente. Niente Gibson, Ibanez, Jackson. Usavano chitarre da sfigati, basti pensare che la Fernandes nei ’90 era “famosa” per una copia della Stratocaster Fender.
Le tastiere stendevano tappeti che potevi pensare che l’uomo delle pulizie aveva lasciato lo sgrassatore sui tasti. Per una media di 8 minuti a canzone sentivi distorsioni secche come fil di ferro, Peter Steele cantare a tonalità impossibilmente basse e la batteria rullare due colpi a minuto.
Se hai idea di cosa fosse figo, loro non lo erano. E poi hanno iniziato a farlo anche di proposito.
Mi rendo conto di quanto sia stato difficile essere stati Peter Steele. Sei talmente strano, la tua voce è talmente bassa, e le tue idee sono “in quel contesto” di musica, ma hanno antipodi differenti.
Finisci su Playgirl e su Kerrang! tutti parlano del tuo spropositato cazzo ["ma siamo sicuri che non è stato ritoccato?"] e di quanto sei alto [qualcosa come due metri].
Il tuo lavoro è meno importante del tuo cazzo. E forse per un musicista può anche andar bene.
I Type O Negative verrano per sempre ignorati da Bloody Kisses e Slow, Deep & Hard in poi. October Rust è bello, ma Dead Again, World Coming Down è roba per fan.
Per farla facile, Peter Steele era unico. La sua visione della musica, della melodia, il suo approccio alle solite cazzate metallare, la sua ironia, la fede in ciò che era e nelle sue idee. Non ha mai deciso di suonare diversamente, più velocemente, usando tempi composti, doppi pedali, growl, elettronica, palle infuocate, luan, bisturi, maschere, mike patton o kylie minogue.
Era gente che metteva canti gregoriani in Christian Woman, piuttosto.
Nel 2010 siamo agli antipodi dei Type O Negative.
E i Type O Negative non esisteranno più.
Non so se mi spiace di più aver perso un artista e personaggio unico, o semplicemente una voce diversa dal coro.
E mi chiedo che effetto faccia morire dopo aver speso la propria vita parlandone.

Tra monicker e titolo del disco potete farvi un trip e prenderci al 100%.
Un gruppo di pazzi allucinati, con le voci nella testa e le visioni nello specchio [Shining], che suonano jazz talmente sporco, brutto, contaminato e metal che non potrebbe essere altro che nero come la pece.
Non è un mistero che io ami i norvegesi [El Caco], gli svedesi [Lingua] e un’altra manciata di band che vengono da quella specie di cane geografico che sta vicino all’Inghilterra. Hanno sempre qualcosa da dire. Forse l’assenza di luce, o la troppa luce debole. Forse i merluzzi dentro le cucine Ikea.
Gli Shining tuttavia, tra pezzi che variano da 2 minuti ai 12, spaccano.
Forse è la suggestione del nome ma me li immagino tutti con la faccia di Jack Nicholson attaccati agli altoparlanti dello stereo.
In questo piccolo pozzo trovate tutto. Distorsioni a transistor, di quelle brutte e crude e fredde, scale minori e maggiori che neppure il miglior Bellamy, cinque o seicento tempi composti che i Mastodon invidierebbero mentre insultano la Sony, voci alla Marilyn Manson, microfoni a diodo, assoluta competenza vestita da rumore.
Chris Cornell quel giorno si era svegliato con una sigaretta in bocca accesa. Prima di tirarsi su dal divano, la seconda gli stava per bruciare le labbra. Il bicchiere sporco lo guardava dal lavandino e il rottweiler abbaiava. Il postino o un venditore porta a porta o chissà chi cazzo altro.
Quella settimana qualche giornalista di Billboard ha definito Ben Shepher l’uomo più depresso della terra. Kim Thayil passa le giornate al tavolo da biliardo e la Guild continua a prendere polvere. Matt Cameron è in sala prove a parlare con Eddie Vedder e sembra fantascienza. Oppure con i Temple of the Dog, sembra il lato A di una cassetta suonata male.
Il 9 febbraio del 1997 Chris Cornell è ad Honolulu e il concerto non arriva neppure alla frutta. Ben lancia il basso contro le casse e si leva dai coglioni. Thayil dice che è troppo vecchio [per 'ste cazzate] o oppure che è troppo giovane [per fare pop].
Un giorno di aprile del 1997 rotola via come una testa in una ghigliottina.
E loro sono finiti.
“Le band sono come fidanzate.”
“Bleed together” va a definire, insieme a “Karaoke”, il testamento dei Soundgarden. E’ nato in quei giorni, ha assunto un senso in quei giorni. Le tracce erano state registrate anche un anno prima.
Non è un pezzo autocelebrativo, non è romantico, non è tecnico e non è un clone di vecchi successi. Diventa la B-side di “Ty Cobb”, una roba romantica che recita testualmente “sono una testa di cazzo, andatevene a fanculo tutti”. Ty Cobb era un giocatore di baseball.
Anche “Karaoke” si infila come b-side, ma in “Burden in my hand”, dove nel video il gruppo si disperde in fila indiana nel deserto, tra allucinazioni e scritte profetiche. E’ un pezzo di rock orientale suonato dentro un Orange da quattro boscaioli di Seattle. C’è il riverbero emotivo delle stesse atmosfere incise su “Fast stories…. from a kid coma” dei Truly, inciso qualche anno prima dall’ex-bassista della band, Hiro Yamamoto.
Nel tentare di leggere la storia dei Soundgarden al contrario, come se fosse un annuale di sport o una guida ai ristoranti della tua città, è possibile trovare tutte le sfumature della band, così compresse ed evolute da aver trovato delle nuove forme.
Così ci ritroviamo undici anni dopo, magari di fronte a “Guitar Hero” per Playstation, e che sia a PIccadilly o a Roma non importa, a guardare qualche ragazzino intento ad emulare la chitarra di uno dei pezzi più simbolici dei Soundgarden.
Un pezzo fatto di premonizioni dei fan e della band ["I know you're half afraid / Half amazed, all insane / I know it's all a cage / And all the rage / And all together gone"].
La batteria entra in quattro quarti, la chitarra strappa un bending su due corde e Cornell non puoi far altro che immaginarlo come sulla copertina di Superunknown.
Vita urlante.
Più potenti dell’amore.
UltramegaOk.
E se all’urlo di Cornell non ti vengono i capezzoli duri, allora sei troppo giovane.
E se non ti chiedi mai cosa sarebbe stato, allora sei un illuso.
In osservanza di questo, saltando una recensione che deve essere obbligatoriamente saltata dopo l’ammissione di antipatia dell’autore, perchè non ha nessun valore una recensione negativa non oggettiva, così come non lo hanno le recensioni positive non oggetive [motivo per il quale questo blog si rifiuterà di spappardellarvi realmente Ghost I-IV, evitandovi facili citazioni ai Aphex Twin ma piuttosto recuperando robacce come Front242, Godflesh e quei cazzo di Killing Joke], e così come non lo hanno recensioni prive di coscienza del “vettore” rappresentato dalla band e dal movimento industrial, insomma, io vorrei segnalere queste famose quattro righe:
“ha cominciato a suonare meglio, a produrre un suono che Trent Reznor non aveva mai creato prima d’ora. Era il suono dei miei cazzo di soldi che non andavano a pagare la benzina della Lamborghini di Gigi D’Alessio. Ed era un suono bellissimo”
Facendo due conti, le 2500 copie da 300 dollari, ma anche queste versioni cheap&easy e pseudo-comuniste da 5$ dollari fanno un suono molto ben definito.
Questo suono bellissimo è la Porsche argentata da 100.000$ di Trent Reznor.
Ora, a me spaventerebbe se fosse stato il suono della Lamborghini di Gigi d’Alessio.
Ma di macchine e inquinamento stiamo sempre parlando.
Sappiate però che Trent Reznor non è la sua macchina, non è il suo lavoro del cazzo e non è neppure la benzina che gli abbiamo pagato.