Il nuovo giardino del suono è sul pianeta degli insetti
Amplifier – “Planet of insects”
Amplifier – “Planet of insects”

Nel 1989 Hiro Yamamoto decide che cavalcare il successo in fondo non è tutta ’sta cosa. Che la SST per quanto possa aver malprodotto “Ultramega OK”, in fondo “era come casa”.
Buttata nel disco successivo una “I awake”, canzone che mi farà riflettere due milioni di volte sull’assurdità delle cose e sulle coincidenze, perchè dovete sapere che il testo venne scribacchiato su un pezzetto di carta dalla ex-fidanzata di Hiro e poi gettato sul comodino come un preservativo usato e annodato, Hiro si inabissa.
Lui è il primo bassista di quelli che poi venderanno milioni di dischi, che poi gireranno il mondo, che poi si scioglieranno nel 1997 con lo stesso nome con cui sono nati. E che poi tutti chiamiamo ancora Soundgarden e che Chris Cornell ci tiene così tanto a farci vergognare di averlo amato.
Di Hiro Yamamoto poi si dimenticano tutti prima che il 1990 inizi, due giorni dopo che lascia la miglior Band di Seattle degli ultimi sette/ottocento anni.
Di Jason Everman, ex secondo chitarrista dei Nirvana che prenderà il suo posto nei Soundgarden per qualche mese, la gente si dimenticherà ancora prima o al massimo lo ricorderà come “quello che aveva i capelli uguali a quel fico del cantante”.
Hiro sarà “quello che urlava” in Circle of Power. Sempre Soundgarden, traccia numero sette di “Ultramega Ok”. Il kamikaze dei giardinieri del suono.
Nel 1992 esce Badmotorfinger e forse di quel giapponese di Seattle figlio di emigrati scappati alla seconda guerra mondiale non importa più a nessuno. E nessuno ricorda che i Soundgarden sono nati come un incrocio tra un americano , un indiano e un giapponese.
Saltare nel vuoto, dal treno dai giardinieri, è come lanciarsi unti di vaselina in un prato cosparso di dildo dove i vibratori crescono come basilico.
Non c’è più un cazzo da fare. Hiro affoga nel nulla.
I Truly, ormai condannati per i prossimi duecento anni ad essere oscurati da ogni ricerca web da “Truly, madly, deeply” dei Savage Garden, notare fra l’altro il caso della somiglianza del nome della sua ex-band, quando usciranno saranno una coltellata in una notte blu strafatta di psichedelia.
Ed è il 1995.
Hiro Yamamoto recluta l’ex-batterista degli Screaming Trees Mark Pickerel, lo stesso Pickerel di “Even if and especially when”, disco che da solo merita più attenzione di tutte le produzioni americane indie degli ultimi 15 anni e di tutti i tentativi di Mark Lanegan sia come solista sia come ospite scomodo dei Queens of the Stone Age.
“Fast stories… from kid coma” è il disco che non vuoi ascoltare quando vuoi ascoltarlo. Che detto così non vuol dire un cazzo di niente. Ma vuol dire che è uno dei pochi dischi dove la copertina è azzeccata, quel blu ti cola addosso e ti soffoca la gola. E’ un disco vitale, un disco con una potenza musicale che neanche il botulino di Madonna riuscirebbe a necrotizzare.
Da qualche parte leggerete che è grunge. A 13 anni di distanza, l’ultimo degli Oasis suona abbastanza simile, anche se più british.
Se avete presente quei sogni, o incubi, dove non potete svegliarvi, dove masticate immagini e sensazioni girandovi nel letto nel dormiveglia, sogni che poi vi trascinate addosso per tutto il giorno, “Fast stories… from a kid coma” è questo.
Retro-sensazioni e retro-emozioni, retrogusti onirici, che vi rimbalzano nel cervello, consci che non siano percezioni vere e reali, ma presenti come la merda di cane che schiacciate in un vicolo buio e di cui sentite solo lo stesso rumore della marmellata che vi è caduta per terra a colazione.
La musica è piacevole e spiacevole nel momento in cui diventa ossessione.
Hiro lasciò i Soundgarden per questo, e formò i Truly per la stessa ragione.
Tracce consigliate: Blue flame ford, Blue lights, Hurricane dance.
Chris Cornell quel giorno si era svegliato con una sigaretta in bocca accesa. Prima di tirarsi su dal divano, la seconda gli stava per bruciare le labbra. Il bicchiere sporco lo guardava dal lavandino e il rottweiler abbaiava. Il postino o un venditore porta a porta o chissà chi cazzo altro.
Quella settimana qualche giornalista di Billboard ha definito Ben Shepher l’uomo più depresso della terra. Kim Thayil passa le giornate al tavolo da biliardo e la Guild continua a prendere polvere. Matt Cameron è in sala prove a parlare con Eddie Vedder e sembra fantascienza. Oppure con i Temple of the Dog, sembra il lato A di una cassetta suonata male.
Il 9 febbraio del 1997 Chris Cornell è ad Honolulu e il concerto non arriva neppure alla frutta. Ben lancia il basso contro le casse e si leva dai coglioni. Thayil dice che è troppo vecchio [per 'ste cazzate] o oppure che è troppo giovane [per fare pop].
Un giorno di aprile del 1997 rotola via come una testa in una ghigliottina.
E loro sono finiti.
“Le band sono come fidanzate.”
“Bleed together” va a definire, insieme a “Karaoke”, il testamento dei Soundgarden. E’ nato in quei giorni, ha assunto un senso in quei giorni. Le tracce erano state registrate anche un anno prima.
Non è un pezzo autocelebrativo, non è romantico, non è tecnico e non è un clone di vecchi successi. Diventa la B-side di “Ty Cobb”, una roba romantica che recita testualmente “sono una testa di cazzo, andatevene a fanculo tutti”. Ty Cobb era un giocatore di baseball.
Anche “Karaoke” si infila come b-side, ma in “Burden in my hand”, dove nel video il gruppo si disperde in fila indiana nel deserto, tra allucinazioni e scritte profetiche. E’ un pezzo di rock orientale suonato dentro un Orange da quattro boscaioli di Seattle. C’è il riverbero emotivo delle stesse atmosfere incise su “Fast stories…. from a kid coma” dei Truly, inciso qualche anno prima dall’ex-bassista della band, Hiro Yamamoto.
Nel tentare di leggere la storia dei Soundgarden al contrario, come se fosse un annuale di sport o una guida ai ristoranti della tua città, è possibile trovare tutte le sfumature della band, così compresse ed evolute da aver trovato delle nuove forme.
Così ci ritroviamo undici anni dopo, magari di fronte a “Guitar Hero” per Playstation, e che sia a PIccadilly o a Roma non importa, a guardare qualche ragazzino intento ad emulare la chitarra di uno dei pezzi più simbolici dei Soundgarden.
Un pezzo fatto di premonizioni dei fan e della band ["I know you're half afraid / Half amazed, all insane / I know it's all a cage / And all the rage / And all together gone"].
La batteria entra in quattro quarti, la chitarra strappa un bending su due corde e Cornell non puoi far altro che immaginarlo come sulla copertina di Superunknown.
Vita urlante.
Più potenti dell’amore.
UltramegaOk.
E se all’urlo di Cornell non ti vengono i capezzoli duri, allora sei troppo giovane.
E se non ti chiedi mai cosa sarebbe stato, allora sei un illuso.
In osservanza di questo, saltando una recensione che deve essere obbligatoriamente saltata dopo l’ammissione di antipatia dell’autore, perchè non ha nessun valore una recensione negativa non oggettiva, così come non lo hanno le recensioni positive non oggetive [motivo per il quale questo blog si rifiuterà di spappardellarvi realmente Ghost I-IV, evitandovi facili citazioni ai Aphex Twin ma piuttosto recuperando robacce come Front242, Godflesh e quei cazzo di Killing Joke], e così come non lo hanno recensioni prive di coscienza del “vettore” rappresentato dalla band e dal movimento industrial, insomma, io vorrei segnalere queste famose quattro righe:
“ha cominciato a suonare meglio, a produrre un suono che Trent Reznor non aveva mai creato prima d’ora. Era il suono dei miei cazzo di soldi che non andavano a pagare la benzina della Lamborghini di Gigi D’Alessio. Ed era un suono bellissimo”
Facendo due conti, le 2500 copie da 300 dollari, ma anche queste versioni cheap&easy e pseudo-comuniste da 5$ dollari fanno un suono molto ben definito.
Questo suono bellissimo è la Porsche argentata da 100.000$ di Trent Reznor.
Ora, a me spaventerebbe se fosse stato il suono della Lamborghini di Gigi d’Alessio.
Ma di macchine e inquinamento stiamo sempre parlando.
Sappiate però che Trent Reznor non è la sua macchina, non è il suo lavoro del cazzo e non è neppure la benzina che gli abbiamo pagato.
I Birthday Massacre finiscono per rispondere al desiderio di molti di vedere la Lolita di Nabokov intrappolata in un sogno di Carroll Lewis, a inseguire conigli con gli occhi cappottati e inchiodati al soffito, mentre dentro una tutina in latex se ne sta legata dietro una tastiera Roland con dischetti midi, tra cui l’effetto-elicottero e l’effetto-spadalaser, a bere frappè alla vaniglia.
Quindi soprattutto, e fondamentalmente, sexy shop bdsm no hardcore.
La band di Toronto corrisponde anche alla bambina vestita di rosa e patita per Alice nel Paese delle Meraviglie che si perde dentro Camden Town per quella ventina di anni in cui si passa dall’erba, all’ecstasy, alle metanfetamine.
Soprattutto, e fondamentalmente, ne esce fuori alternativa, datata.
Come un iPod in radica.
Ne esce fuori una zuppona di metal/ebm gotico così trasognato e bagnato come soltanto dopo un sogno in cui hai pianto. E in quel sogno c’era un lupo che ti voleva mangiare, un uomo nero che ti voleva portare chissà dove, una scarpetta che hai perso su qualche scalinata mentre il tuo principe azzurro era troppo impegnato a essere meno gay con MissCheerleader-spaccata-volante.
Ove ogni band è riconducibile ad un schema armonico/melodico/ritmico definito, sono poche le band in grado di mettere il mood in prima linea ed in totale indipendenza dal modus operandi della formazione e degli elementi.
Tre note, e sei nell’umore del disco.
Potrebbero essere pifferai e tamburellai, ma ad ascoltarli avresti sempre la sensazione di esserti svegliato da quel sogno.
Di trovarti in un quel processo in cui il rosa confetto diventa viola.
E’ post-wave new electro goth.
Walking with strangers.
Violet.
Nothing and Nowhere.
Notate i conigli.
Notate i cuori infranti, il pizzico horror.
Notate i bambini.
And suck this with more gusto.
Conoscevo una persona che aveva intere top ten ponderate, ordinate, schematizzate, ragionate. E assolutamente coerenti con l’anno in corso. Invece mi limito a rigurgitare un po’ di podi, un po’ a caso, senza voltarmi a controllare directory e librerie e scaffali.
Nelle classifiche dimentichi sempre la cosa più importante da metterci, e allora scopri che sono liste di fatica sprecata.
Quindi, in questo quickpost, alla fine mancano tutte le cose che mi sono piaciute di più.

1 – Amplifier, qualsiasi disco. La canzone magari è “Everyday combat”, ma non per forza. Qualche anno fa’ avrei dovuto dire “Prendete i Mastodon e se avete presente la fine che loro hanno fatto fare al metal, ecco, gli Amplifier sono i Mastodon del grunge.”
2 – “Ire works”, Dillinger Escape Plan. Sono la solita vetrata antiproiettile di una banca che esplode dentro le tue orecchie. Il gps dice “Tra il cervello e i timpani gira a destra”. Solo con più rabbia.
3 – “3″, Down. Come al solito quando Phil Anselmo tira fuori il suo coccodrillo, il berretto da cowboy, il suo copertone importato da Taiwan pieno di zanzare e mi allaga la casa con una palude io mi sento più contento. Sarà che fa molto New Orleans, o molto Black Sabbath, o molto Soundgarden. O che si “farà” molto lui e basta.

1 – Blade Runner. La Final Cut vista al cinema… che altro dire?
2 – L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford. Non credo sia un capolavoro. E’ lentino, così votato all’estetismo che Brad Pitt sembra in continua posa per una probabile pubblicità di Diesel o Rifle. Qualcosa tipo “Nuova collezione primavera in stile New Western.” Tuttavia è un film che spinge alla riflessione sul mito e l’immortalità, sulla leggenda. E ci sono attori straordinari come Casey Affleck e Sam Rockwell.
3 – Broken flowers. Più mi ricapita di pensarci, più adoro Bill Murray. Eppure non era un gran film.

1 – La fortezza della solitudine di Lethem. Bello.
2 – La trilogia di New York di Paul Auster. Un gioiello che mi ha colto di sorpresa.
3 – L’incanto del lotto 49 di Pynchon. Allora, mettila così. Te ne vai in giardino a pensare, cammini dove passi tutti i giorni, e all’improvviso scopri che quella montagnetta di terra è la grossa radice di quell’edera che ti sta infestando la facciata.
Ecco, la metafora è questa.
Tra le cagate varie annovero: il disco solista di Cornell, la rabbia di peluche di Palahniuk e Io sono leggenda di quell’altro là.
Diciamo che qualsiasi delusione fa più rumore di un pessimo risultato in sé.
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