Nel 1989 Hiro Yamamoto decide che cavalcare il successo in fondo non è tutta ’sta cosa. Che la SST per quanto possa aver malprodotto “Ultramega OK”, in fondo “era come casa”.
Buttata nel disco successivo una “I awake”, canzone che mi farà riflettere due milioni di volte sull’assurdità delle cose e sulle coincidenze, perchè dovete sapere che il testo venne scribacchiato su un pezzetto di carta dalla ex-fidanzata di Hiro e poi gettato sul comodino come un preservativo usato e annodato, Hiro si inabissa.
Lui è il primo bassista di quelli che poi venderanno milioni di dischi, che poi gireranno il mondo, che poi si scioglieranno nel 1997 con lo stesso nome con cui sono nati. E che poi tutti chiamiamo ancora Soundgarden e che Chris Cornell ci tiene così tanto a farci vergognare di averlo amato.
Di Hiro Yamamoto poi si dimenticano tutti prima che il 1990 inizi, due giorni dopo che lascia la miglior Band di Seattle degli ultimi sette/ottocento anni.
Di Jason Everman, ex secondo chitarrista dei Nirvana che prenderà il suo posto nei Soundgarden per qualche mese, la gente si dimenticherà ancora prima o al massimo lo ricorderà come “quello che aveva i capelli uguali a quel fico del cantante”.
Hiro sarà “quello che urlava” in Circle of Power. Sempre Soundgarden, traccia numero sette di “Ultramega Ok”. Il kamikaze dei giardinieri del suono.
Nel 1992 esce Badmotorfinger e forse di quel giapponese di Seattle figlio di emigrati scappati alla seconda guerra mondiale non importa più a nessuno. E nessuno ricorda che i Soundgarden sono nati come un incrocio tra un americano , un indiano e un giapponese.
Saltare nel vuoto, dal treno dai giardinieri, è come lanciarsi unti di vaselina in un prato cosparso di dildo dove i vibratori crescono come basilico.
Non c’è più un cazzo da fare. Hiro affoga nel nulla.
I Truly, ormai condannati per i prossimi duecento anni ad essere oscurati da ogni ricerca web da “Truly, madly, deeply” dei Savage Garden, notare fra l’altro il caso della somiglianza del nome della sua ex-band, quando usciranno saranno una coltellata in una notte blu strafatta di psichedelia.
Ed è il 1995.
Hiro Yamamoto recluta l’ex-batterista degli Screaming Trees Mark Pickerel, lo stesso Pickerel di “Even if and especially when”, disco che da solo merita più attenzione di tutte le produzioni americane indie degli ultimi 15 anni e di tutti i tentativi di Mark Lanegan sia come solista sia come ospite scomodo dei Queens of the Stone Age. “Fast stories… from kid coma” è il disco che non vuoi ascoltare quando vuoi ascoltarlo. Che detto così non vuol dire un cazzo di niente. Ma vuol dire che è uno dei pochi dischi dove la copertina è azzeccata, quel blu ti cola addosso e ti soffoca la gola. E’ un disco vitale, un disco con una potenza musicale che neanche il botulino di Madonna riuscirebbe a necrotizzare.
Da qualche parte leggerete che è grunge. A 13 anni di distanza, l’ultimo degli Oasis suona abbastanza simile, anche se più british.
Se avete presente quei sogni, o incubi, dove non potete svegliarvi, dove masticate immagini e sensazioni girandovi nel letto nel dormiveglia, sogni che poi vi trascinate addosso per tutto il giorno, “Fast stories… from a kid coma” è questo.
Retro-sensazioni e retro-emozioni, retrogusti onirici, che vi rimbalzano nel cervello, consci che non siano percezioni vere e reali, ma presenti come la merda di cane che schiacciate in un vicolo buio e di cui sentite solo lo stesso rumore della marmellata che vi è caduta per terra a colazione. La musica è piacevole e spiacevole nel momento in cui diventa ossessione.
Hiro lasciò i Soundgarden per questo, e formò i Truly per la stessa ragione.
Tracce consigliate: Blue flame ford, Blue lights, Hurricane dance.
Siamo nel suo ufficio e io sto guardando la sua doccia. Jeff ha questa enorme doccia, un “enorme” proporzionato all’ufficio altrettanto enorme, e io gli chiedo se posso usarla.
Non so per quale ragione, perchè io non ho detto bucco di culo, non ho detto ano, non ho detto rai2, crea-merda, raccoglitore-emorroidale, sfintere, retto, porta posteriore, sedere, uscita di sicurezza, produttore di concime, lato b, tafanaro o mandolino o corridoio, e non ho detto neppure buco nero o occhio marrone, che Jeff dice: ”Conosci Hopoate?”
Dice: “Dovresti informarti.”
Il 21 marzo 2001 la partita West Tigers e North Queensland non è ancora finita che tre giocatori si sono beccati diverse ditate in culo.
Non sopra, intorno o sotto. Ma dentro il culo.
Questa è una storia vera. “Sentii delle dita. Lui le stava spingendo su per il mio ano,” disse Bowman, ala destra dei North Queensland. “Ero disgustato, non potevo crederci. Se lui fosse stato un vero uomo non l’avrebbe mai fatto.”
Morrison disse: “E’ stato tremendo, mi fece male. Faceva pressione con tutta la sua forza.”
Bernard Cross, l’avvocato difensore di Hopoate, disse ai giornalisti che era stato un tacchetto della scarpa. Come se una scarpa, un tacchetto di gomma, fosse identico ad un dito.
Il giocatore del North Queensland Jones, un’altra vittima, non aveva dubbi nel tatto della sua zona anale e nella sua capacità di riconoscere dita e tacchetti.
Vedesi anche “rugby proctologico”.
Il giocatore neozelandese Hopoate venne squalificato per dodici settimane perchè colpevole di aver “interferito” con gli avversari. Soltanto un anno prima, nel luglio del 2000, la squalifica fu di sole quattro giornate a causa di altrettante ditate esplorative. Sempre nel 2000, le altre ditate vennero convertite in penalità sul punteggio.
Il commissario giudiziario Tim Hall disse: “In 45 anni di rugby non ho mai avuto a che fare con qualcosa di altrettanto disgustoso.”
Nato a Tonga nel 1974, John Hopoate iniziò a giocare a rugby sin da bambino.
Divenne un giocatore professionista all’incredibile età di 19 anni e confermato come titolare solo nel 1995 quando come riserva segnò 21 volte e si piazzò secondo in classifica dietro il suo compagno di squadra Steve Menzies.
Nel 2005 verrà obbligato a lasciare in maniera definitiva il rugby e i campi da gioco.
E’ ricordato come ”il giocatore più volte squalificato nella storia moderna del rugby”.
In tutto questo una delle cose migliori furono i titoli della stampa e gli articoli.
“Il Manager di Hopoate punta il dito sulle pubblicità.
Il manager della discreditata stella del rugby John Hopoate sta considerando di fare causa contro la New Zeland Cancer Society [società per la cura e prevezione del cancro, nda] per la foto utilizzata in una delle loro pubblicità che ritrarrebbe il giocatore intento a infilare un dito nell’ano dell’avversario.”
In quella stessa stagione, il 2001, i Melbourne Storm segnarono il record della vittoria più schiacciante ai danni della squadra di Hopoate.
64 a 0 .
Sessantaquattro punti sono la testimonianza ineluttabile che le dita di John aiutavano.
Tuttavia i North Queensland, forse per sicurezza, sempre nel 2001 si posizionario immediatamente dietro ai West Tigers nella classifica di fine stagione.
Oggi John Hopoate è un pugile.
In questa foto sembra sfidare il pubblico: “Chi vuole farsi FOTTERE dalle mie dita?”
E visto lo sport, non sono più sicuro che continui ad usare un solo dito alla volta.
Il padre dice: “Quello non è il mio ragazzo”, e John Dillinger non è mai morto.
E’ il 22 luglio del 1934. Siamo a Lincoln Park, di fronte al Biograph Theater . La scritta nera dice “Manhattan Melodrama”. C’è la fila. E’ cola di Clarck Gable e del suo film. E’ un gangster movie. John ha un vestito scuro, gessato, la cravatta larga con un nodo stretto che gli strangola il pomo di Adamo. Al braccio porta una donna, Polly Hamilton, nell’altro tiene la mano dentro la tasca dei pantaloni.
Fuma. John Herbert Dillinger controlla l’orologio.
Polly parla con Anna Sage, un’amica che li accompagna.
Per la cronaca, Anna si chiama Ana Cumpanas e sputa consonanti sfacciate come il suo vestito arancione. In coda ci sono pellicce, tacchi, uomini con cappelli come quello di Dillinger. Lei è l’unica con un vestito arancione, come se la sua parlata rumena non si distinguesse a sufficienza.Come se i suoi quarant’anni non indicassero abbastanza. Come se il suo bordello non fosse abbastanza famoso.
Anna Sage sarà ricordata come La Donna In Rosso.
Novantacinque minuti dopo, due minuti dopo la fine di Manhattan Melodrama, lei baratta le accuse di sfruttamento della prostituzione con un cenno del capo.
Appena Dillinger inizia a scappare un agente dell’FBI apre il fuoco. Due al petto e uno dritto sulla nuca, che uscirà dal suo zigomo destro.
Anna Sage verrà riportata in Romania nel 1936 dove morirà undici anni dopo.
John Dillinger morto, tutti dicono non sia lui. O forse si. Forse suo padre non riesce a riconoscerlo dopo gli interventi di chirurgia plastica. Forse è la putrefazione di un’estate torrida che ha cambiato i suoi occhi grigi in occhi marroni da morto. Forse la pistola che trovano addosso al cadavere, che in verità verrà costruita cinque mesi dopo la morte di John Herbert Dillinger, forse non era la sua.
Solo la sorella di John dirà che è lui per via di una cicatrice sul ginocchio.
Grazie alle foto del corpo verrà ricordato come un uomo con un erezione pazzesca. Così come gli occhi, la chirurgia plastica, così come il fatto che quel cadavere presentava malformazioni dovute a malattie infantili che John Dillinger non ha mai avuto, anche per quello c’è una spiegazione.
Forse era solo un braccio bloccato nel rigor mortis.
E John Dillinger è vivo, superdotato, Robin Hood, armato di una pistola modellata nel sapone.
Là fuori.
I Fear Factory nascono nell’anno in cui i Nirvana trovano la loro formazione stabile ed un anno prima che pubblicassero il disco fondamentale degli anni ‘90, tale “Nevermind”. E’ lo stesso anno in cui Madonna è nel “Vogue ecc.ecc. Tour” e Michael Jackson è in studio per il suo ultimo album “Dangerous”.
E’ il 1990.
A guardare bene, 18 anni dopo, le cose non sono cambiate parecchio.
L’ultimo album di Jacko è Dangerous, fra un anno uscirà un altro disco dei Nirvana e Madonna è Madonna.
I Fear Factory tuttavia, nel 1990, sono quanto più possa somigliare ad uno scarto industriale del grind e del death metal.
“Industriale”, per i Fear Factory, è una delle parole migliori si possa trovare. Dopo le tarantelle di ogni genere dell’heavy metal degli ‘80, l’ignoranza senza frontiere del punk che si trascinava senza Minor Threat o Sex Pistols, il panorama metallaro si popolava di persone che si imbrattavano la faccia di sangue e che inneggiavano a Satana.
A guardare bene, 18 anni dopo, anche qui le cose non sono cambiate parecchio.
Così mentre Slayer, Venom, i nostrani Death, battezzavano un genere, i Fear Factory a Los Angelese partivano per la tangente.
Il disco d’esordio “Soul of a New Machine” rappresenta esprime a chiare lettere, sin dal titolo, il concetto fondamentale che verrà rappresentato dalla band, mentre dal punto di vista musicale la personalità è ancora sfuocata, imprecisa. Non si capisce dove vogliano andare a parare. O forse nessuno è pronto a capire quale sia l’obiettivo.
Come per ogni band, c’è chi sosterrà e sostiene che “l’esordio è il miglior disco che abbiano fatto”. Ma “Soul of a New Machine” non ebbe successo. Era un guazzabuglio di rigurgiti e influenze che mostravano pregi celati tra i leit motif che solo in futuro cementificheranno il sound dei Fear Factory.
“Cemento”, come industriale, è un’altra ottima parola per i Fear Factory.
Per onor della cronaca la band rimane davvero uno scarto industriale, inetichettabile, fino alla fine degli anni ‘90. In questo video del ‘98, oltre a sentire Martyr e il tipico sound degli esordi, è possibile capire che partecipano ad un certo “Bizarre Festival”.
I Fear Factory sono pazzi, sono metal… ma quale metal???
Ma il primo capolavoro della band non si lascia attendere. “Demanufacture” sarà uno dei dischi più innovativi di un decennio fatto di rivoluzioni musicali. Facendo i propri conti in tasca, tutto quello che nacque dopo può essere considerato come un miscuglio astruso, in rapporti variabili, tra l’appiglio pop e melodico di Nevermind e la brutalità moderna “post-umana” di Demanufacture.
Quest’ultimo disco infatti rappresenta in modo completo il suono della band. Suoni industriali, “freddi”, ritmiche serrate, veloci, tappeti di tastiere alienanti e la voce di Burton C. Bell che alterna growl a fasi di cantato melodico volutamente inespressivo.
La band, finalmente, esce fuori come un combo di transistor che eseguono uno spartito con una pallida espressività umana.
Se, dal punto di vista musicale, i Kraftwerk erano i robot di Adamsky o di Asimov, i Fear Factory sono gli androidi di Dick o i cyborg di Gibson.
E per essere più precisi, sono androidi che suonano dei pezzi inediti, o materiale scartato, di “Pandemonium” dei Killing Joke.
“Replica” in poco tempo divenne uno dei video metal più passati su MTV.
“Demanufacture” non è un disco di difficile ascolto, ma rappresenta il nuovo picco di estremo “commerciale” nel metal del 1994. E’ più brutale di un disco heavy metal, ma è più alla moda. Fa più casino, ma piace di più.
Il fatto che verrà prodotto un certo “Remanufacture” costituirà la presa di coscienza del fatto che la band può essere considerata “di quelle parti”, ma che in fondo non importa a nessuno dei musicisti dei Fear Factory.
“Remanufacture” che rapprensenta il nuovo capitolo di sviluppo di “Demanufacture” insiste sul tasto principale della band: l’industrial, il cyberpunk. E’ un disco di remix quasi privo di componenti rock, figuriamoci metal, e che si va ad incastrare meglio in un rave party olandese che in un walkman dentro un giubotto di pelle. Remanufacture è techno-hardcore, dove le canzoni vengono dissolte, ricompattate e massacrate.
E’ in quegli anni in cui molti iniziano a pensare che il metal non sia più l’etichetta dell’estremo musicale, di chitarre distorte, cantati brutti dai capelli lunghi, di eccessi e pose. Con “metal” non si identifica più la soglia più prossima della musica vicino al rumore, ma si identifica solo un genere di musica privo di elasticità, fondamentalmente statico.
I Fear Factory, e tutto quello che arriverà dopo, e quello che verrà dopo ancora, iniziavano a far collassare l’idea di “commerciale metallaro” e far porre domande su “cosa fosse il metal”.
Con il disco “Obsolete” del 1998 la bolla è scoppiata.
Mentre i Fear Factory vengono etichettati come “vecchia guardia”, gli inventori del “cyber metal”, ormai il business è invaso dal Nu-Metal. C’è chi ha scritto interi libri sul fenomeno. Quindi non mi dilungherò sulla sorte di Korn, Limp Bizkit, Deftones e successori.
E’ giusto dire che, in onore di chi celebra il nu-metal come un genere d’opportunità economica, questo stile nacque così come il punk, un sintomo più sociale che musicale e che band come i Fear Factory hanno rappresentato una vaga influenza insieme ad Helmet, Tool, Sepultura o Ministry.
“Obsolete” è un disco identico a “Demanufacture”, ma è privo di qualsiasi semplicità di ascolto: diciotto tracce eterogenee suonate con lo stesso stile per una durata di oltre setttanta minuti. E’ come mangiare tutte le pizze di una pizzeria in una serata sola, e poi scoprire che non sono fatte di farina di grano, ma di farina di silicio.
Io, per mesi, lo ascoltai a pezzi.
Tra le bonus track c’era una versione stupenda, in verità quasi identica, di “Cars” di Gary Numan e questo lascia intuire il rapporto e l’influenza sui Fear Factory di un certo tipo di sound anni ‘80, tipo appunto i Killing Joke, che nei primi due dischi era stato occultato.
Per le sfaccettature contenute, la difficoltà di ascolto, la tecnica e gli arrangiamenti, è facile considerare”Obsolete” il disco migliore della prima era dei Fear Factory.
La fine della prima era dei Fear Factory arrivò con il successore “Digimortal”, dove per l’ultima volta il grasso Dino Cazares violenta le corde della sua Ibanez.
Digimortal è un disco che fece storcere il naso ai fan dei FF e che piacque agli amanti del nu-metal. Era un disco con cui la band sfidava se stessa nel saper cavalcare una nuova onda di cui non faceva formalmente parte.
In verità, valutandolo con molta calma e al di fuori della tempesta, il disco è interessante e vede anche B-Real dei Cypress Hill nella traccia “Back the fuck up”.
Il riassunto del disco, che posso fare dopo sette anni, fu nell’ordine: la lotta al massacro della stampa specializzata, “la gara di chi sputa più forte in faccia a Burton&CAzares”, una scalata mediocre tra svariate top40 e top20 americane e australiane e lo scioglimento della band.
Ma la seconda era dei Fear Factory vede ancora due dischi.
Nel 2004, complici i miliardi di tentativi penosi di reunion di qualsiasi band, tutti si aspettavano un flop catastrofico.
Una roba alla Kiss senza maschere.
“Archetype” tuttavia rappresenta il picco minimalista in grado di condensare motivi e forme della band. E’ a tutti gli effetti “l’archetipo” perfetto del suono della band, nonostante la dipartita di due elementi su quattro.
E’ il capolavoro inattendibile. Anomalo.
In definitiva, è difficile, ad oggi, consigliare Demanufacture o Obsolete o Archetype.
Sono tre passi in cui il “verismo” musicale della band, ovvero la necessità di suonare distaccata e meccanica, viene affrontato con diverso approccio.
L’ultimo album”Transgression” , tuttavia, si piazza a metà tra un disco deludente e un disco scontato. L’approccio creativo di “Archetype” svanisce e la band si riduce a produrre canzoni dettate da una formula fin troppo perfezionata.
Non è quello che ci si aspetta.
Ci sono idee, ma. Ecco. Ci sono troppi “ma”.
Dei Fear Factory si dovrebbe solo dire che sono una band che ha fatto evoluzione coerente, che non ha negato un approccio “catchy” e che ha influenzato dozzine di band.
E il resto dovrebbe essere lasciato in silenzio, tra chi li etichetterà “una band di brutture”, “commercialoni” o chi semplicemente non avrà il palato e la pazienza per imparare ad apprezzarli.
p.s. “Elvis morì nel 1977 … O venne ucciso dal punk?”
Ovvero.
Ci tengo a sottolineare che questa monografia non vuole trattare l’argomento con piglio enciclopedico, bensì come testimonianza personale, fatta di ascolti, concerti, discussioni, recensioni e mille altre minchiate che non farò mai più.
O forse si.
Il primo vero Babbo Natale, dalle nostre parti, era San Nicola di Mira. Era rappresentato con abiti vescovili ed una barba. Il suo compito era elargire denaro ai poveri cosicché potesse prevenire la prostituzione.
In Germania, il signore barbuto che andava in giro con i regali era Odino. Riempiva gli stivali dei bambini con carote e zucchero.
In molte tradizioni Babbo natale è un sant’uomo che combatte i demoni facendosi aiutare da umani convertiti in elfi e folletti [Per maggiori informazioni sul processo di elficazione vedere il sito www.elfyourself.com], mentre per gli olandesi gli aiutanti di Babbo Natale erano dei mori.
Questi stessi mori per i tedeschi diventavano cattivi e andavano in giro a dare punizioni. Così qualche migliaio di chilometri più in là questi personaggi sono diventati “boogeyman”, “Zwarte Piet“, l’uomo nero.
Il Ba-Bau che esce fuori dall’armadio, anche.
Gli ufo che ti rapiscono nel sonno per infilarti una sonda anale.
Nelle tradizioni alpine precristiane due settimane prima di Natale arriva il Krampus, un essere dalla faccia di capra, l’amico di San Nicola che andava in giro con catene arrugginite per rapire le persone cattive. E’ piuttosto simile ad un metallaro che ti leva il premio di produzione.
Nei paesi nordici l’elfo “Tomte” o “Nisse” era quello che portava i regali.
Qualcuno insiste a dire “Gesù bambino ti porterà i regali di Natale”. Hannukkah Harry è la risposta ebraica a Babbo Natale, ed è stato inventato nel 1989 al Saturday Night Live. In Friends, Ross aveva inventato l’Armadillo Natalizio per suo figlio di fronte all’impossibilità di trovare il costume adatto. Dez Moroz ha un vestito lungo color crema, cintura bianca con bordino rosso, più o meno come un accappatoio da Dirigente in tenuta domestica natalizia, vive a Veliky Ustyug ed è la versione russa di Babbo Natale. La traduzione letterale di Dez Moroz vuol dire “Babbo Gelo”. Porta anche un berretto di pelliccia e delle pantofole che fanno pendant con tutte le matriosche che può trovare in giro nelle case.
La cosa interessante è che la cosa più vicina all’odierno Babbo Natale nacque per mano della Coca Cola.
E se è facile immaginare che il vestito rosso e bianco sia dovuto alla famosa lattina, beh, alla Coca Cola il primo Babbo Natale era verde. Facendo il riassunto, Babbo Natale è un pappone cristiano, una divinità fallita, uno schiavista sadico, un metallaro infame, un bambino prodigio del cazzo, una presa per il culo televisiva, un animale gigante impazzito e un tecnico russo di impianti termici scassati.
E’ anche, e soprattutto, l’icona pubblicitaria per eccellenza. Il protossido d’azoto del consumismo.
E io amo Babbo Natale.
In tutte le sue deformazioni.
Babbo Natale è una storia che rigeneriamo ogni volta, in ogni società, in ogni tradizione. Che difficilmente smetteremo di raccontare.
Ora.
Quello che mi piace di Natale è Elvis Presley. E magari con un Babbo Natale meccanico che balla fuori tempo. Davvero.
La differenza reale tra un gay e un transessuale è la terza persona singolare.
Una lesbica e un gay rimangono “lei” e “lui”, un travestito invece può farsi chiamare “cagnetta”, “zoccola”, “vacca”. Il travestitismo ha una componente di sottomissione e perversione fondamentale.
Buck Angel è l’unico trans “da-donna-a-uomo” esistente al mondo.
O almeno, lui dice così.
Ha gli occhietti piccoli ed è pelato. Sembra un irlandese. “Sono un uomo con la fica”, dice. “E sin da quando ero una ragazza ero un maschiaccio.” In inglese usa il termine “tomboy”. In italiano non abbiamo nulla di così calzante.
Dice: “Quindi non c’è da stupirsi. Sono stato un transessuale, ma la mia transizione è completa. Cosa me ne dovrei fare di un pezzo di carne tra le gambe?”
Ora, quello che puoi immaginare è che un trans faccia sesso con qualcuno del suo stesso sesso.
Un “shemale” va con uomini.
Questo moto a luogo del cambio di identità sessuale è finalizzato e motivato dall’attrazione verso il tuo stesso sesso.
Buck Angel, no.
Back Angel, il cui vero nome è stato rimosso da Wikipedia sotto sua precisa richiesta, è un attore di film porno con uomini.
E’ specializzato in bondage, sadomaso, fetish.
Non va con donne, anche se fuma il sigaro, ha la barba ed ha una ringhiera liberty tatuata sul petto.
Ha il primato della prima scena di sesso mai girata tra un classico trans e lui.
Nella scena quella con il rossetto ha il cazzo e quella con la barba ha la fica.
E’ una scena invendibile. Non interessa ai gay, tantomeno agli etero.
Ma lui l’ha girata.
Dice: “Ma io non mi considero omosessuale o bisessuale. Sono solo ’sessuale’.”
La cosa fantastica di Buck Angel non sono i pettorali, o le spalle, che molti uomini invidierebbero.
La cosa fantastica di Buck Angel è che lui è tutto quello che nessuno vorrebbe mai essere.
Preghi ogni mattina per non svegliarti così.
Un etero che cambia sesso per potersi definire omosessuale. Dice: “Ho passato gran parte della mia infanzia e della gioventù in terapia, cercando di sfogare la rabbia. E nessuno mi diceva che potevo cambiare sesso, ed io non avevo alcuna idea di come potessi fare.” A chiedergli del suo futuro, lui risponde: “Un giorno me ne andrò in giro a fumare i miei sigari, e basta.”
Fate finta di non capire, ma succede così.
Nasci troppo tardi o troppo presto, o peggio ancora nasci quando nasce qualcuno di mostruoso, di geniale.
Metti che sei davvero bravo in moto, tipo Capirossi, ma nel frattempo è nato Valentino Rossi.
Nasci Damon Hill ma c’è Schumacher.
Sei un geniaccio tipo Aphex Twin, ma c’è pure Trent Reznor o i Krafkwerk, i KMFDM, i Godflesh.
Così Delany nasce quando c’è Philip Dick proprio in mezzo alle balle.
D’altronde, con quel nome lì.
Comunque Delany, io che sono uno dei pochi viventi ad aver letto per intero Dhalgren ed aver detto che è un capolavoro, oggi lo trovate dal giornalaio. E costa 4.90 euro.
Nasce nel 1942 e per non dire che è “negro” si dice che è nato “nella Harlem di New York”.
Oppure dici che è nato in una famiglia inter-razziale della buona borghesia nera americana.
Gli eufemismi su uno dei pochi scrittori di colore di fantascienza, che alcuni osano definire “il miglior scrittore del secolo”, si sprecano.
Si laurea in matematica, così bene che poi si cimenta nella poesia.
Dopo il suo primo ciclo di narrativa, I gioielli di Apoter e il ciclo delle Torri, tutti pensano che sia l’ennesimo Ballard, Bradbury, Vonnegut o Bester. Uno che inizia con la fantascienza ma che poi la smette con l’erba. O che si uccide.
Ma lui se ne va in giro a pescare, a suonare e/o cantare musica folk. Tira su una band, The Heavenly Breakfast.
Il secondo ciclo di narrativa [Einstein Perduto, Babel-17, Nova] conferma la sua scrittura cinematografica, fatta di azione e colpi di scena, e nel 1968 fa la prima cosa che gli servirà per guadagnarsi la mia assoluta e totale devozione.
Nel 1968 scrive un saggio su come si debba scrivere ogni singola frase di un romanzo.
Dopo Nova sembra non scrivere più, e sette anni dopo esce quel “romanzetto” di 900 pagine di Dhalgren: una storia dove narratore e protagonista si confondono tra di loro, come liquidi con la stessa densità, che genererà una forma narrativa identica al nastro di Moebius. [Forma narrativa che molti ricorderanno per quel misto di incazzatura e presa per il culo di Strade Perdute di Lynch.]
Con Dhalgren ecco il suo terzo delirante ciclo di scrittura.
Viene etichettato come più intelligente di quanto gli converebbe”.
I neri intellingenti, si sa.
Per di più bisessuale, che bisessuale è come dire “sei il gay dei gay”.
E pure nero.
Praticamente la gente non la smetteva di pensare che fosse intelligente, ma anche gay, anzi no, peggio, perchè gli piacevano anche le donne, e che era sposato con una donna bisessuale che andava con altre donne, se non con uomini.
Mentre tutto questo gli esplodeva nei loro benpensieri, ecco che arrivava il fatto che i Delany erano anche di colore. Così la gente ripartiva da capo: gay, anzi no peggio, bisex, perdipiù in due, legalmente sposati.
E neri.
Che si scambiano i compagni di letto.
E lui, Samuel R. Delany, così dannatamente intelligente.
Per farla breve, nero bisessuale in America tra i ‘50 e i ‘60 è come dire “Sono il vietcong che ha partorirà Saddam Hussein e Bush Jr, datemi amore!”
Dopo Dhalgren esce Triton ed altri esperimenti letterari, dove scabrosità, sessualità sfociano in un romanzo pornografico The Tides of Lust. Dello stesso filone faranno parte Hogg, 1995, e The Mad Man, 1994.
Tornando a Triton, è fondamentale dire quanto sia un Mattia Pascal della fantascienza, dove il protagonista cambia luogo, tempo, sesso e rimane sempre lo stesso.
A metà degli ottanta escono saggi, altri libri, come Stars in my pocket e Neveryon.
Dal 2001 insegna letteratura comparata all’università del Massachusetts.
Non sa ancora se è un musicista, uno scrittore o un matematico.
Ora andate.
Giornalaio, 4.90 euro, Babel-17.
p.s. tutte le altre info, wikipediamente serie, qui, mentre i libri su ibs sono davvero pochi.
Sfogliando la tua vita indietro, come un quotidiano, non andresti molto più in là dei tuoi cinque anni.
I tuoi ricordi più nitidi diciamo che sono intorno ai sette anni. E le cose migliori che ricordi, con tanto di dettagli sui tuoi vestiti, le tue scarpe di cuoio, i pantaloni, persino il taglio dei capelli che non ne volevano sapere di stare pettinati, queste cose prendono colore e forma definita soltanto intorno ai tuoi nove anni.
A nove anni, quando chiunque ricorderebbe bene ogni dettaglio, Tura Luna Pascual Yamaguchi viene stuprata da cinque uomini.
Le sue tette che crescono in fretta sono il cartello “Umiliatemi perchè sono l’unica mezza giapponese mezza filippina a Chicago in questi anni ‘40 del cazzo”.
Dei suoi nove anni Tura ricorderebbe il suo quartiere, che è un misto di italiani, ebrei e polacchi e che non nessun altro definiva in modo diverso da “La Mafia”, e questi cinque uomini che la stuprano a turno. Come un flipper.
Quegli stessi uomini vengono arrestati subito dopo e pagano il giudice per chiudere la faccenda.
D’altronde, lei, “è solo una puttana cinese con le tette grosse. A Chicago. E perdipiù negli anni ‘40″.
A questo punto, una vita normale sarebbe già finita.
Tura si sposa quattro anni dopo, nel 1948, a tredici anni. E’ un matrimonio combinato che dura poco, e nello stesso tempo prende lezioni di karata. Quelle durano di più.
E’ probabile che sia questo il punto della sua vita in cui decide di chiamarsi “Tura Satana”.
Per lei un nickname non è una cosa così moderna.
A quattordici anni entra a fare parte di una gang e viene intervistata da una rivista, “Psychotronic magazine”, proprio mentre la cacciano da scuola.
Dice: “Abbiamo giacche di pelle, moto e stivali. E prendiamo a calci in culo la gente.”
A quindici anni, con una carta di identità falsa, diventa una danzatrice esotica.
A pensarci bene, non ci sono molte altre cose da fare con un seno ancora intatto dalla forza di gravità. Pochi altri lavori hanno veramente senso se hai del sangue Cherokee nelle vene, se hai un padre giapponese attore di film muti e una madre filippina contorsionista.
A diciannove anni Tura ha il primo figlio, ma continua a ballare sui tavoli. Tavoli che si ripetono uguali ovunque, mentre lei viaggia, che sia Nebraska, Arizona o Texas. Fino all’ottavo mese.
Nel ‘63 debutta al cinema.
E’ una prostituta in “Irma la dolce” di Billy Wilder.
Non ci sono tanti ruoli per una ballerina esotica che nove volte su dieci fa pompini ringhiando.
Due anni dopo il regista Russ Meyer decide che lei è la protagonista perfetta per il suo film “Faster, Pussycat! Kill! Kill!”.
Tura Satana diventa così l’icona del genere d’exploitation, quello che tutti hanno preso a venerare nel 2007 per Tarantino-blablabla-e-le-sue-cazzate.
Grazie a Mike Hoffman diventa un fumetto. Siamo alla fine degli anni ‘60. Cartacea, Tura ha lo stesso vitino da vespa di Cathie.
Dal ‘66 al ‘74 interpreta Our Man Flint, The Astro-Zombies, The Doll Squad.
Nel 1973 trova il suo grande amore ultrapossessivo.
Si ritira dalla scena, per gelosia del compagno, e viene assunta in un ospedale. Faccio fatica a vederla lavorare, ma non a immaginarla in completino da infermiera mentre fa un clistere, usa un catetere o mentre un paziente gli vomita addosso sangue.
Nel 1981 si spezza la schiena in un incidente stradale. Gli servono due anni per tornare a camminare.
Negli anni ‘90, una band metal prende il suo monito dal suo nome. Tura Satana. Due anni dopo cambiano di nuovo il nome in “Manhole” perchè un altra band metal aveva già avuto quest’idea.
Un terzo gruppo intitola un EP “Tura Satana”.
I metallari hanno fantasia.
Tarantino dichiara di voler pagare con cinque anni della sua vita per poter lavorare con lei. Io credo che lui intenda “la lei di quarant’anni fa”, oppure non sa cosa fare della sua vita.
Su Russ Meyer, il talent scout di Tura Satana, forse faranno un film di dodici ore con un ‘best of’ delle sue opere.
Oggi Tura Satana vive con un ex poliziotto, ha due figli.
Magari ne ha perso qualcun altro per strada.
Nel 2002 viene girato un sequel del suo quarto film, si intitola “Mark of the Astro-Zombies”.
Lei interpreta il ruolo di Satana. Le hanno levato “Tura” dai piedi. Quella bambina stuprata undici vite prima.
Io faccio fatica a pensare che la sua vita continui.
Cathie Jung a guardarla è handicappata. Fa lo stesso effetto di Mister Olympia in tv.
E’ qualcosa così fuori dal comune da aver oltrepassato l’immaginario dell’eccesso. Ed ha infranto ogni regola di normalità consapevolmente. Come se fosse espiazione, come una vita qualsiasi scelta tra milioni di possibili chance.
Insieme al marito Bob, dentro i loro vestiti di epoca vittoriana, nei loro sguardi non c’è nulla di altrettanto strano. Anche i loro occhi sorridono. La moquette, la tappezzeria amaranto, i mobili in legno così scuro perchè è soffocato nel buio, e loro due sembrano due statuine.
Lei porta un vestito blu cobalto di un tessuto troppo gonfio per essere semplicemente raso, con pizzi neri sul delcoltè e sull’orlo delle maniche a sbuffo. Dello stesso colore dei pizzi porta una pelliccia che prima era un coniglio. Il suo berretto è solo la versione più femminile di quello che porta il marito Bob, un cilindro nero con la sua fascetta di seta.
Con loro davanti, capisci cosa sia un vitino da vespa.
Così ti dicono “Please, take a sit” e tu muori dalla voglia di vedere come quella donna non si spezzi, sedendosi.
Nel punto dove non ci sono ossa, tranne la colonna vertebrale, tra le costole e il bacino, la Signora Jung ha il girovita pazzesco di un palo della luce. La sua vita è grossa come una gamba rachitica.
Il suo cuore, venti centimetri più su di quella strettoia biologica, fa colare il sangue alle sue gambe, come se fosse una clessidra.
Ti rendi conto di quanto sia esagerato perchè ogni secondo, per almeno mezz’ora, controlli che sia davvero così. Che lei non tiri il fiato e torni normale. Controlli, e controlli. E poi controlli ancora.
Quando non credi a qualcosa, non fai altro che controllare ogni secondo.
“Bob è un chirurgo ortopedico”, dice. E poi sbuffa una nuvoletta di fumo azzurro che finisce dentro un lampadario giallo come gli occhi di un malato.
Se è possibile, dice, ogni anno vanno all’ LGM. “Les Gracieuses Modernes”. Gente di tutto il mondo che si incontra per la passione dei vitini da vespa. Altrimenti durante l’anno, potresti trovare Bob e Cathies pescare con la loro barca.
Dice: “Il prossimo anno è un quarto di secolo che non tolgo un corsetto di dosso.”
Sorride, il marito fissa il suo orologio da tasca, e poi si corregge.
“Escluso ovviamente i momenti in cui mi faccio la doccia e in cui mi asciugo.”
Le sue costole dal 1983, così come i suoi organi interni, sono il contenuto compresso di un centinaio di corsetti.
“Ho perso il conto”, dice. “E ne ho persino uno di ferro, tipo guerriero medioevale.”
Sono sicuro che nessuna delle sue figlie possa rubargliene uno per il sabato sera.E delle sue figlie, perchè ne ha tre, racconta che in fondo fino al 1959 non le interessava molto la questione della donna a clessidra.
In forse mezzo metro scarso di circonferenza, ringrazi che non sia rimasta incinta dentro un corpetto.
Cathie dice: “Iniziai con un corsetto nero da 28 inch [nda. 70 cm]. Poi 25. Piano piano 23 inch.”
Con un metro e settanta di altezza, sessanta chili di peso, oggi porta un corsetto da 15 inch.
38 assurdi centimetri.
Il mio braccio a riposo è tre centimetri più grosso.
Parla Bob, il chirurgo ortopedico che è suo marito, e dice: “Portare un corsetto per ventiquattro ore al giorno, per oltre vent’anni, non gli ha mai portato disagi o malattie. Lei si stupirebbe di vedere come è sorretta solidamente la colonna vertebrale e quanto sia flessibile la cassa toracica e le costole. Soltanto le ultime due costole, quelle non ancorate allo sterno, si sono modificate con il passare degli anni.”
Dice: “Mentre ovviamente, viscere e stomaco sono vuoti.”
E sorridono.
Cathie aggiunge: “E’ fondamentale che la pelle rimanga sempre asciutta e il corsetto pulito, altrimenti marcirebbe e ti procureresti delle piaghe.”
Cathie, che all’anagrafe si chiama Cathy, ha deciso di eliminare la y perchè andando a capo, scrivendo, quella lettera invadeva lo spazio della riga sottostante.
La vera illusione dice, non è lo spazio contenuto nella mia vita, i calcoli che fate voi per capire come possa starci “tutta quella roba qui dentro”, la vera illusione è dovuta alla larghezza del mio bacino e delle mie spalle.
“E’ una questione di proporzioni”, dice.
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