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Archivio per la categoria ‘litcamp’

Con le seghe son sempre stato bravo

20 Luglio 2007 Caino 2 commenti

Ormai ne parlano quasi tutti, e nella prima edizione c’era materiale davvero interessante.
Di tempo per il vostro Pinokkio ne avete, e qui si parla di fine settembre per la scadenza.
La seconda edizione sta partendo, è partita, ci sono già schegge di legno, pinocchi accatastati, vernice fresca e scritture curiose. Ci sono nasi lunghissimi.
E tutto sempre grazie a lui, il Signor Accatastatore di Pinokki, che vidi al Litcamp mentre raccontava questa bella esperienza.
Spero solo che l’artwork sia così bello come quello dell’anno scorso. Ma non ho molti dubbi.

Il LitCamp, e le Tigri di Carta

13 Maggio 2007 Caino 15 commenti

Da bambino c’era questo scherzo che non piaceva ai vicini di casa di mia nonna. Anche se era Capodanno, alla fine non mi permettevano troppa festività.
Così aspettavo la mezzanotte e uscivo di casa di nascosto, lasciando spalancata la porta, e iniziavo a lanciare petardi nella tromba delle scale.
Qualsiasi cosa più grossa di una falange, là dentro, diventava una granata.
I sei piani del condominio erano un cazzo di bazooka gigantesco.
E io avevo questa espressione da: “MMMinchia”.
E’ la faccia di chi è contento e stupito e pronto per essere beccato in flagrante.
La parola “Scrittore” al Litcamp è questo.
Solo che io riuscivo a tirare più di tre o quattro raudi prima che qualcuno venisse a tirarmi per un orecchio.
A ricordarmi come fa male la cartilagine, quanto peso mi si ritorce contro nel momento in cui qualcuno mi trascina via dalla mia festa, bastavano un paio di dita.
Al Litcamp nessuno è venuto a prenderci per l’orecchio.
Nessuno si ricorda del proprio peso, di quanto faccia male tirar fuori la parola Scrittori.
C’era qualche Scrittore, l’ho visto, anche se magari negli ultimi dieci anni ha scritto solo delle X sulla scheda elettorale.
Certi altri che hanno scritto milioni di parole come un semplice atto di dattilografia.
Mi mancano quelli che leggo tutti i giorni e che volevo ci fossero.
Ad averlo saputo, forse, mi sarei presentato con una divisa settecentesca, con la coda, di quel blu notte che lascia risaltare il lavoro dei sarti nelle decorazioni floreali in filo dorato. Di quelle divise ne facevano anche rosse, con quei immensi carciofoni saclà che campeggiano sul petto.
E mentre tutti si impegnano a dare un inflessione giusta a questa parola “Scrittore”, mentre le parole scrittura e narrazione zampillano, e a volte schizza fuori “letteratura” così forte che io mi spavento, dovremmo far caso al fatto che siamo in un palazzo costruito a metà del ‘600, così Barocco e pregiato che l’attacco d’ansia è ormai innestato sottopelle dal primo secondo che ho messo piede nelle stanze.
Io non so se questo era voluto, ma c’è quest’aria di pesantezza, di auto-definizione che è tutto tranne che un buon tavolo.
E un buon tavolo è una cosa che sta in piedi bene, ed è pure bella a vedersi. Come un buon libro.
La cosa più bella che ho sentito dire è di effeffe di NazioneIndiana, che magari ho anche frainteso, ma che suonava come “i blog dovrebbero spingere la gente a leggere, non a scrivere.”
E’ sempre lui che quasi tira l’orecchio quando dice: “Alla Fiera del Libro dopo un’ora mi passa la voglia di scrivere, dopo due quella di leggere. Dopo tre penso alla fiera del mobile, o a quella per odontoiatri.”
E’ un pensiero estremo, totalmente criticabile, ma genuino. C’è un motivo in questo.
Mentre tutti pensano al passaggio “monitor – carta”.
Chi può farlo da solo, di stamparsi in casa o con Lulu.
Chi decide di salvare gli alberi.
Chi vorrebbe ma non può.
Chi dice che non vuole.
Chi lascia uscire i blogger dai loro cunicoli.
Chi dice che se sai scrivere un blog non saprai scrivere un romanzo.
Le idee, quelle ci sono.
Ci sono anche le gare di chi ce l’ha più lungo, con le sue tremila visite al giorno.
Per un attimo ci scappa il confronto tra due mostri sacri della letteratura in rete. “Noi siamo più aperti di voi”.
Ma anche se tutto questo post sembra negativo, è perché alla fine la scrittura è un approccio con se stessi, una ricerca personale. Quando si sente di voler dire, raccontare, suscitare e provocare qualcosa in una persona. E’ un approccio intimo.
E’ voglia di dire.
Non c’è una limitazione che tenga. Non c’è il momento in cui si smette.
Tutta questa “Fame che abbiamo” è solo da istruire, darle una forchetta e un coltello, prima che arrivi a mangiare da sola, con le mani.
Non credo nella scrittura di gruppo, anche se organizzata ed in grado di dare splendidi risultati.
Io non credo neppure nei romanzi e nei racconti scritti in terza persona passato.
Magari ne scriverò uno in seconda persona futuro. Suonerà come una predizione.
Questo perché la scrittura è introflessa, personale, è un modo per stabilire contatti. Non è bidirezionale, non è come i blog.
Nessuno è in grado di non raccontare nulla, e nessuno è in grado di non passare attraverso se stesso, la propria esperienza, i propri sentimenti.
Quel “fare tanto con poco” è questo.
E’ riciclare le proprie poche esperienze.
Tutto quello che è stato detto al Litcamp è giusto e assolutamente sbagliato.
Siete stati tutti splendidi, e tutti orrendi.
Io sono stato fantastico, e ho fatto letteralmente cagare.
Ma era meglio che girare in Piazza con i pantaloni così a vita bassa e la maglietta così attillata, gli occhiali così grossi, da sembrare enormi vermoni da innescare.
Nei BarCamp forse stiamo innescando qualcosa, ed è sempre questa la sensazione che si prova.
La prossima volta lo spiego anche all’impiegato delle Ferrovie che ha scritto sul mio biglietto:
“Errata obbliterazione.”
Poi mi ha ricorso, chiamandomi, e ha corretto. Stavo ridendo.
“Errata obbliterazione.”
Meglio di una figura di merda, si.