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Archivio per la categoria ‘libri’

Finalmente, Amy Hempel

2 Settembre 2009 Caino 1 commento

foto libro

Lessi la notizia da una fonte che mi vergogno di conoscere. Non ricordo il titolo, ma doveva essere qualcosa come Donna Moderna, Intimità o Marie Claire. La cosa ancora più brutta è che no, non ero in bagno, non ero alle prese con le mie deiezioni solide e no, non ero annoiato dalle etichette dei prodotti per la pulizia di un gabinetto che conosco già a memoria.
[Tipo, lo direste mai che in Anitra WC Citrus c'è l'acido lattico e la citronella?]
Il fatto è che quando sai qualcosa di sensazionale da qualcosa o qualcuno che sarebbe meglio non conoscessi è come portarsi dietro un segreto in una tomba. Lo sai, e se ti scappa di dirlo qualcuno ti chiederà come lo hai saputo.
Di certo, non posso dire di conoscere Amy Hempel.
Tuttavia.

Esce “Ragioni per vivere” edito da Mondadori che racchiude tutti i racconti della scrittrice in questione e, anche se il titolo sembra riferirsi a “Reasons to live” uscito in America, la versione italiana racchiude anche “Alle porte del regno animale” .
Mi pare di capire quindi che corrisponda a questo “The Collected Stories of Amy Hempel“.
E’ ancora più curioso che questo libro sia stato lanciato come una novità,  con tanto di copertina rigida e prezzo mediamente esorbitante, considerando che Alle porte del regno animale venne pubblicato nel 1990 da Serra e Riva Editori. [nda: anche se a primo acchitto direi che è stato ritradotto.]

Per chi non lo sapesse, “Il Raccolto” è il miglior racconto mai scritto.
C’è chi definiva Hempel un sacchetto della spesa ripieno di elio o come una scoreggia dentro un paio di mutande.
Cazzate. E’ divina, spiazzante.
Lei è la frase ed il racconto perfetto.

p.s. ne parlai ai tempi qui.

In breve, su Brooks, Guerre Mondiali e Zombie

1 Luglio 2009 Caino Lascia un commento

Warld War Z è un libro che ho letto per un terzo ma sbrodola da ogni pagina potenza, visionarierà, intelligenza che da anni nulla mi colpisce così tanto.
Posso fregarmene di arrivare in fondo prima di dire quello che penso. E questo mi è capitato al massimo un paio di volte.
Gli zombi diventano contenuto e metafora, acquistando piena dignità narrativa senza venir trattate come macchiette comiche al pari dell’uomo lupo e del Dracula di turno.
Il 2009 è un anno poco zombificato, causa la moda vampiresca che si è diffusa con Twilight, ma il libro di Brooks risplende in qualsiasi scaffale si possa mettere.
E’ troppo bello e troppo intelligente.
Mi fa vergognare di essere una mezza calzetta.
E quindi è un libro perfetto.

Contro il giorno

22 Giugno 2009 Caino 5 commenti

Non so se sentirmi idiota subito per aver speso 32 euro per un libro, roba che ho sterminato almeno un albero tutto da solo visto le mille e quasi duecento pagine, oppure se sentirmi in colpa perchè nello stesso paese dove ho portato via un albero con 32 euro avrei potuto diventare Berlusconi.
E poi essere anche libero di amare “carne fresca”.
Comunque sono un feticista di Pynchon.
Sicuro che non capirò un cazzo, sicuro di aver trovato  i miei Converge in letteratura, sicuro che quest’opera enciclopedica mi lascerà atterrito, spaventato, inutile come una banana al polo sud.
Sudato come Batman.
Sicuro che sto preparando l’Estante Pynchoniana 2009, e la Total Global Dance Compilation 2009.

Scusate, ora torno ad accarezzarlo.

Lo spazio di Dick

5 Gennaio 2009 Caino Lascia un commento

Non mi stupisce che i fratelli Wachowski si siano legati a Neuromante di Gibson. E non mi stupisce che una delle maggiori opere cinematografiche degli ‘80 sia tratta da “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.
La mia generazione non ha avuto il tempo di sognare tra i satelliti di Urano e di Giove. Non ha mai immaginato il formaggio lunare o la distesa di bottigliette contenenti il senno dell’umanità.
La mia generazione è nata che l’uomo già andava e veniva dalla Luna.
Con gli avvistamenti ufo e lucette colorate annesse. Fotografie a colori.
E’ nata che l’Apple non era più un frutto e che Bill Gates aveva perso la verginità da qualche giorno e la Microsoft era già poco “micro”.

Siamo nati che eravamo già troppo sporchi e troppo pessimisti per Asimov e le fantasie di Adamski. Sognavamo già di mettere la testa dentro il Commodore64, o un 8086 sulla nuca. 
Non mi stupisce che in fondo il cyberpunk, la post-fantascienza, le reti neurali e informatiche, il cyberspazio, non mi stupisce che siano solo pretesti. 
E noi, pretestuosamente, cerchiamo di comunicare, di spiegarci, di fare informazione e informatica.

Antagonisticamente parlando con Keplero.

La persona depressa [ed Infinite Jest]

15 Settembre 2008 Caino 9 commenti

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Benché non mi sia mai sentito di consigliare Infinite Jest, conscio del fatto di lanciare un tomo di millequattrocento pagine addosso al malcapitato, lettore che si sarebbe trovato mesi e mesi di lettura delirante, complessa, con un vago retrogusto fantascentifico ed ironico, costretto ad immaginare che quel tomo rappresenti a conti fatti non una semplice storia, tantomeno un agglomerato di semplici storie – immaginatele pure come mille serpentelli, dove ogni protagonista è perlopiù una testa e dove la famiglia Incandenza ha lo stesso colore e code di diverse lunghezze, perchè le code in fondo non fanno altro rappresentare le loro vicende passate – quindi tirare un intero universo addosso a qualcuno, almeno per me, è reato. Prendete Stephen Hawking e immaginatelo corrervi addosso con Plutone e i suoi anelli, oppure se preferite una pena più grande e lenta, considerate quel pallone marrone doppiostrisciato di Giove e i suoi figli che vi arriva addosso.
Quindi, responsabilizzato dalla morale che mi obbliga a non uccidere nessuno tirando pianeti ed atmosfere, nessun mondo animale o vegetale da terminare nell’esplosione uomo-pianeta che in fondo non produrebbe nulla di più di un misero squittio, come un chicco d’uva sotto l’edizione Fandango del libro sopracitato, evito sempre di dire “leggilo”.
E se lo dico è più qualcosa come, “leggilo ma io non te l’ho detto”.
A volte mi limito a fissare qualcuno per ore impossibilitato ad esprimermi di fronte alla paura di un possibile rifiuto di un estraneo, o peggio ancora di un amico, di leggere David Foster Wallace e La Sua Opera Maggiore, mentre altre volte fisso il malcapitato, che se è una donna statisticamente urlerà “mi guardi le tette” a insaputa del fatto che io sono un “lato-B-ista”, e guardandolo cercherò di incutere-incidere-inchiodare nel suo cervello che i suoi prossimi soldi andranno a finire a rimpolpare quelli che da oggi in poi saranno i crisantemi dello stimatissimo scrittore post-moderno. (E questo tra l’altro mi fa pensare che forse lui dei suoi soldi non ha più bisogno, e che forse potremmo pagarlo in merda, in capelli, in unghie e in sangue di bue per concimare i suoi fiori.)
Consigliereste dopotutto del tabasco nel cappuccino?
Delle caramelle pynchoniane con acciughe e ricoperte al limone?
Il succo è, cari saputelli, che nessuno di voi potrà esimersi dal condividere che un vero pianeta, e persino i suoi satelliti, anche quelli con nomi buffi come Ijiraq o Trinculo, possiedono una forza conservativa tipica dei corpi dotati di massa, per quanto riguarda la meccanica tradizionale, mentre per i relativisti questa forza è legata alla geometria non euclidea dello spazio-tempo.
Se ci stiamo capendo, stiamo quindi parlando di forza di gravità ed Infinite Jest, indubbiamente, ne possiede una pari o superiore a quella della Terra, cosa che per altro spiegherebbe la quantità di racchette e di palline da tennis che rimbalzano in tutto il libro.
Ma se questo non vi spaventa sappiate che la sua gravità vi colpirà come una maledizione e così come nessuno vi ha mai detto che “cadrete” in quanto vittime della forza gravitazionale terrestre, e se non ricordate quando ve l’hanno detto la prima volta è per colpa della vostra memoria e del fatto che eravate troppo piccoli, mentre tutte le altre “seconde volte”, che sono quelle che ricordate adesso, tipo vostra madre che ve lo urlava dalla finestra mentre imitavate i piccioni in piedi su una staccionata, le consideravate solamente e inutilmente retoriche, sappiate che Infinite Jest vi cadrà addosso.
Voi ci cadrete dentro.
Più leggerete libri, più entrerete in libreria, più prima o poi vi troverete a bruciarvi nella sua atmosfera, nella nuova America rinominata ONAN, a chiedervi quale sia realmente l’Anno del Glad.
La cosa tragica è che finito di leggerlo, con il libro saldo nelle mani, urlerete: “Se potrei scriverlo io, sarei felice per sempre” e questa, scusate il cinismo, è una cosa che è stata dimostrata come falsa.
Scrivere Infinite Jest non porta alla felicità. E urlando quelle parole, come se vi stesse guardando allo specchio, vi renderete conto di essere inadeguati. Per sempre. Sarete un pianetucolo senza vita, al buio, vicino ad essere inculati proprio da Hawking e i suoi buchi neri, mentre desidererete una capacità che in fondo porta alla morte.
In quella condizione, orfani della Lettura del tomo, distrutti dal fatto che neppure scrivere un capolavoro possa regalarvi il nirvana, vi ritroverete in crisi di astinenza e vi mancherà un pezzo di voi stessi, come se Infinite Jest fosse un vostro parente, come se poteste far soffrire di meno Don Gately.
Imparerete a guardare con più attenzione gli uomini in carrozzella.  Il Qebeq.
Finalmente, in un tripudio di neuroni sovraeccitati, poserete quella cazzo di penna, o quel pc, grande o piccolo che sia e inversamente proporzionale al vostro pisellino geek e al vostro stipendio, e capirete che voi non avete proprio un cazzo di niente da dire.
Non avete una storia.
Non avete un personaggio.
Non avete una sola idea che valga la pena di diventare l’appendice dopo le suonerie di Tv, Sorrisi e Canzoni.
L’unica speranza, cari omiciattoli, è dimenticare, così come non vi annotate l’odore e il colore delle vostre feci ogni santo giorno.
Dimenticato Infinite Jest allora troverete cose nuove da dire [falso], nuovi modi per dirle [falso], nuove situazioni [falso], nuovi sentimenti da descrivere [falso], troverete qualcosa di geniale da raccontare [falso].
E alla fine sarete felici. [FALSO. FALSO. E FALSO.]
Lo stesso DFW non avrebbe più scritto un Infinite Jest.
E tuttavia, questo mi secca. Mi mancherà.
Da lui, io ho imparato (anche) questo.

L’estate che ti scivola tra le gambe [pt.1]

6 Agosto 2008 Caino Lascia un commento

Guardi la tua libreria, tomi ingialliti sull’attenti, alcuni nell’ordine cronologico delle tue letture, altri nell’ordine alfabetico ereditato da un momento di precisione di qualcun altro, e scopri un libro che avevi comprato e di cui ti eri dimenticato.
La breve accelerazione del tuo umore è perchè non vedi l’ora di leggerlo.
La persona che viveva nel tuo passato, il te stesso che qualche centinaia di migliaia di cellule prima aveva speso i tuoi soldi, in fondo non era così coglione.
Perché in fondo non si cambia mai abbastanza, e neppure troppo in fretta.

Mi sbriciolo, quindi sono.

4 Agosto 2008 Caino Lascia un commento

Ho un ripiano della libreria di tomi che non ho letto. Alcuni sono già stati letti da altre persone che non conosco.
Ho “Il Lercio”* sul comodino che ormai non parla più. Urla.
“Rotto in culo di uno spasticoide prendi ’sto fottuto libro e finiscilo. Mettitelo su per il culo. Fai qualche cazzo di cosa. Ma Bruce Robertson non lo fotti, amico. A Bruce Robertson non l’hanno fregato manco gli abo** del cazzo, finisci ’sta cazzo di storia o ti faccio fare la fine della sceneggiatura di Toal.”

E non è carino aprire la porta di casa, il tuo vicino che ti parla dei rincari del Dash e della Ferrarelle o del fatto che Paola Barale deve essere diventata una delle peggiori cocainomani dello star-system, una  cosa che mi chiedo di quale cazzo di star-system possa parlare e quale star-system possa essere definirsi tale se c’è una che girava delle lettere di cartone con Mike, e insomma sei lì,  nel pianerottolo, che dici che non esistono più i detergenti di una volta, quelli che puzzavano di animale e di cenere, e  senti quello scozzese con lo scroto a scaglie e la tenia urlarti il benvenuto.
E’ Bruce Robertson, dici.
E il tuo vicino dice “ah” e non capisce che la tua coscienza c’ha ’sta voce tipo cantante degli Earth Crisis. Due corde vocali ruvide modello Tempesta di Sabbia al Sole.
Così quest’anno mi sta scivolando tra le gambe, come ogni altra estate.
Questa è la fine dell’anno e di cose ne sono successe troppe.
Posti e persone e amicizie e figli e matrimoni. Case. Mezzi a due ruote. La riscoperta della durezza dell’asfalto. Rincari del gasolio e cisti al coccige. La vita che mi viene raccontata da altri e bozze di romanzi da finire, da pubblicare, da sudarci ancora. Ci sono chitarre, storie d’amore finite dopo due terzi di un decennio, ci sono persone che amo.
Se conto i progetti potrei essere un architetto.
E’ il figlio di una mia amica con i suoi tre anni che mi ha detto che gli architetti sono la rovina di questa società. E’ biondo e ha gli occhi azzurri e portava una camicia bianca di lino. Qualsiasi cosa possa inventarsi, vestito da arcangelo, allora quella cosa è vera. Mi è venuto in mente che l’ha detto anche Manuel Agnelli con una trentina di anni in più sulla schiena.
“Resuscito” diventerà qualcosa come “Mi sbriciolo, quindi sono”.
Questa è la fine dell’anno.
Modestamente, sono alla frutta.

* “Il lercio” di Welsh mi venne consigliato mentre facevo delle foto a una divisa militare dell’inizio ‘900. Ero impressionato da quanto erano piccole e ingessate quelle giacche. Da quanti rattoppi e quanta puzza. Dal fatto che io non potrei fare finta di indossarle come non potrei fare finta di infilarmi la gonna della Barbie. Questa persona che scatta le foto insieme a me, dice che Welsh non è esagerato ma realista. Non è solo turpiloquio. Lo dice anche il Corriere della Sera. O la Repubblica. C’è il ronzio di due fari da 750watt e fa caldo. Il suo Mac dal pavimento vomita Diamanda Galas o P.J. Harvey.
C’è l’odore di un secolo di storia e polvere chiuso dentro un armadio di un museo.
Anche quelle divise sono reali, molto più che realistiche.
In entrambe i casi, le divise e il realismo welshiano, mi chiedo chi e come possa entrarci dentro.
E senza sembrare uno stronzo.

**abo = abbreviazione di “aborigeni”, nomignolo che nel libro viene usato per definire tutti gli australiani .

Categories: libri, pensieri, rigurgito

Di corsa, per tutti. Ed in ritardo.

10 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

http://img165.imageshack.us/img165/9982/smallineditaqv8.jpg

“Genovainedita”, De Ferrari Editore.
[Disponibile forse ovunque. Forse no.]

Ah, il mio pezzo non è in rete.

Puntate riassunte & Gamberi

2 Giugno 2008 Caino Lascia un commento

Su Gamberi Fantasy è apparso un post che merita un’iscrizione annuale al feed.
Non sono d’accordo al 100%, soprattutto perchè io non considero in nessun caso la scrittura trasparente come buona scrittura e ancora meno la considero un efficace mezzo narrativo.
Ok, e anche sui dialoghi ne avrei qualcuna da dire.
Ma.
Tolta le parole “di genere” che tematizzano il post, c’è da chiedersi quanto c’è di applicabile a tutto il resto.
Leggendo una schematizzazione che potrebbe farvi risparmiare ore di pensieri, soldi per un corso di scrittura, perchè dove c’è attenzione e impegno si può cavare sangue dalle rape, non è da sottovalutare il potenziale di quelle parole.
Se stiamo a giocare con le tabelle, i generi, i sottogeneri, le diramazioni, la forma delle scarpe del nostro protagonista che potrebbero farlo identificare in un naziskin o in un elfo a seconda dei casi, in pratica, discernendo il grasso che cola e il magro che resta, c’è da ricordarsi del “messaggio”.
Partendo da quelle parole, quelle dritte, immaginate un romanzo senza una scrittura trasparente e che abbia un doppio fondo. Un triplo fondo.
Pensate ad un paio di autori che hanno fatto questo.
E se è di genere, allora, è quasi meglio.
Delle vostre parole fatene materia luccicante. Vestitele di lustrini e strass e tacchi a spillo e buttatelo per strada.
Ingannateli tutti.
Siate degli unabomber di contenuti, e che il vostro linguaggio sia un virus.

Non mi ami ancora

4 Maggio 2008 Caino Lascia un commento

Potrei riuscire a non amarti più, Jonathan.
Ho capito che ti sei ammazzato di Dick, di musica e chissà di cos’altro. Ne “La fortezza della solitudine” hai fatto ben più che raccontare una storia. Hai raccontato vite e intersezioni, hai elaborato la musica come colonna sonora di un libro, oltre che nodo di raccordo di tutti protagonisti.
In “You Don’t Love Me Yet ” mi hai fustigato sui coglioni. Mi hai fatto navigare 220 pagine con un’idiota di  teenager che scopro alla fine che in realtà ha ventinove anni. Che a turno si è scopata il cantante, un cinquantenne pubblicitario, quasi il chitarrista e poi di nuovo il cantante. Mi hai descritto peli pubici maschili, note di basso pulsanti e chitarristi che suonano seduti.
Seduti? Ma seduti ’sto cazzo. Manco Keith Richards.
E per di più tutto questo succede in una realtà playmobile-style. Macchine che si schiantano e nessuno che impreca.
Questo libro dovrebbe essere veloce e romantico nella misura di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
Forse non capivo un cazzo, ma almeno Brizzi toccò qualcosa che non erano i miei nervi.
Dite quello che vi pare, una buona tortura è leggere un pessimo libro, ostinarsi a finirlo, e averlo pagato 15 euro.
Ci facciamo sempre male da soli.