Archivio

Archivio per la categoria ‘cinema’

Del perché District 9 è una cagata e del perché nessuno ve lo verrà a dire

14 Settembre 2009 Caino 2 commenti

La pillola blu dice che District 9 è un film spassoso. Dice che merita il suo tempo, i suoi euro, dice che è originale, strano, imprevedibile e geniale. La pillola blu mostra effetti speciali di prima categoria, ottimi attori, un trama avvincente e, finalmente, alieni vagamente chtulhiani.
E cazzo, ci sono persino dei Mech. Da quanto tempo non si vedono dei Mech sul grande schermo?
La pillola rossa dice tutt’altro. Dice che se si ci si sforza di leggere tra le righe District 9 rappresenta tutto il male che può nuocere l’industria dell’intrattenimento a delle idee geniali. La pillola rossa racconta quanto una mente acuta, potenzialmente sovversiva,  debba essere controllata, annacquata da una dozzina di milioni di dollari e rediretta in maniera produttiva.
Se pensate che District 9 sia il nuovo “Essi vivono” allora mi dispiace. Quello è il guard rail e quelli con il suv che stanno per uscire di strada siete voi.
Voi della pillola rossa allacciatevi la cintura. Gli altri possono solo tapparsi il naso.

Il corto realizzato nel 2005 da Neil Blomkamp, “Alive in Joburg”, è geniale per due singole idee che colpivano rispettivamente la forma e il contenuto dell’opera stessa.
Se le due idee fossero state solo di forma, o solo di contenuto, ci saremmo trovati di fronte ad un cortometraggio semplicemente carino, bello, stupendo. Non geniale.
Per esempio, un film di alto contenuto metaforico ma di banale realizzazione rischia di essere un “segone mentale”. Al contrario, un film senza contenuto metaforico ma colmo di stile [dal montaggio, alla fotografia, alla narrazione] diventa un “segone per esteti”. [A riguardo vorrei aggiungere, per esempio, che Lynch è il Gran Maestro Assoluto dei Gran Segoni Estetici e Mentali. E' troppo di tutto, e va benissimo così.]
“Alive in Joburg” era una fortissima metafora dell’apartheid in salsa sci-fi incrociato con la “multi narrazione” tipica di un documentario.
Ha contenuto e forma.
Bene. Ora pensate di fermarvi in un chioschetto dove fanno i panini. Hanno un prosciutto da favola che non è quello lucido che sembra fatto con la cera rubata in chiesa. E poi hanno salame, pancetta e soppressata e persino il peperoncino non è quel rosso E 122. E’ proprio peperoncino.
E finisce che ordini il panino, il tizio ti chiede se vuoi altro “peparedda“,  e poi ti annegano una fettina di salume in 400gr di panino bianco malcotto e raffermo.
Alive in Joburg è la fettina di salame annegata in District 9.
Non c’è una sola idea che sia stata migliorata e non c’è un momento in tutta la narrazione che recuperi la bontà del corto di origine.

E’ ancora peggio capire quanto il contenuto sia stato edulcorato.
Ci sono fattori essenziali che non sono potevano venir eliminati  e che rendono District 9 “reale”. Il Sud Africa, Johannesburg, non fanno pensare alla solita americanata alla Indipendence Day, ma fanno paura. Sono reali, sono la faccia della medaglia che ti convince del disagio, delle difficoltà, della sporcizia e del disordine di quel momento storico.
Tutto questo allarmerebbe qualsiasi spettatore.
Il Sud Africa rappresenta il problema in tutto il suo silenzio.
Sei con il culo a terra, in mezzo a contrabbandieri  e ovunque c’è un gran cazzo di casino da Terzo Mondo.
Però c’è il supererore. C’è Capitan Hollywood travestito da Peter Jackson che con il suo trucchetto rende la storia sopportabile e divertente.

Un paio di trovate ed ecco che l’effetto desolante di un documentario svanisce, la storia si scolla dalla realtà e torna una bobina che si srotola sullo schermo.
Si rischia di sperare davvero che non arrivi Bruce Willis con un trapano a manovella pronto a ridurre in un colabrodo la nave spaziale per salvare la figlia di Steve Tyler.

District 9 sarebbe riuscito a far davvero male. A gettare di nuovo la gente nel panico, a spaventarla davvero.
District 9 sarebbe riuscito a ricordare l’11 settembre come nessun altro film.  E non solo. Lo avrebbe fatto parlando di segregazione razziale. Di apartheid. Di cose vere.
District 9 doveva parlare di cicatrici e doveva far vedere le ferite, le mutilazioni, i danni. Non parlare di cerotti colorati con la faccia di Bart Simpson che ti regalano con il McScroto Menù al McDonald.
Per quanto Obama dica di non dimenticare, tutti vogliono dimenticare.
Tutti vogliono godersi un film con alieni, navi spaziali, esplosioni, creature mutanti, lanciagranate e coltelli a serramanico, un cazzo di mitragliatore dell’altro mondo e una pistola Gauss, uno sfigato di turno, sistemi di navigazione olografiche e, di nuovo, dei fantastici Mech che saltano e sembrano veri e tu sai quanta coda non faresti in città con uno di quegli affari, eh? Cioè te ne basterebbe uno e basta, il tuo vicino di casa che sta al piano di sopra e tu gli applichi altri tre buchi il culo optional mentre è seduto sul cesso e i suoi 90kg di moglie non la smettono di camminare per il corridoio con i tacchi a spillo da 10cm.
E infine lanciare manciate di pop-corn.
Liberi.

Il martirio dello spettatore, Martyrs.

24 Maggio 2009 Caino Lascia un commento

Se nella mia vita ho usato il concetto di “disturbante”, allora scusate. Ho sbagliato.
Come voi avrete sbagliato a dire “sono triste” prima di avere un lutto in casa, come avrete sbagliato a dire “sono senza soldi” prima che la banca vi telefonasse a casa, come avrete sbagliato a dire “ci sto uscendo di testa” senza aver mai preso citalopram, paroxetina, prozac, zoloft, fevarin, seropram, elopram, sereupin, seroxat, dumirox, maveral, cipralex .
Eccediamo nelle espressioni per essere sicuri di attirare l’attenzione.
Esageriamo cosicchè le nostre storie non passino inosservate.
Quando avremo storie degne di una definizione allora alzeremo le mani come se spingessimo via il nostro passato e ci scuseremo.
“Questo” è disturbante, e lo è in tutti i modi.

Tutto il resto di quello che ho visto, che non sia categorizzabile come “mondo movie” o “snuff”, non è sufficientemente disturbato, morboso, cattivo e alienante. E se avessi visto uno snuff non sarei di certo qui a dirvelo a meno che non voglia rischiare la galera.
Però l’idea non è quella.
Martyrs non è sangue, torture, budella, scuoiamenti. E’ quello, ma concettualmente è tutt’altro.
Non impantatevi sull’emoglobina, le piastrine, i glubuli rossi, bianchi, i trigliceridi, il ferro ecc.ecc.
Il risultato finale non è Saw, non è L’esorcista, non è Venerdì 13. Non è ribrezzo o paranoia. Se per voi è quello, allora siete un caso patologico di totale assenza di empatia ed emozione.
Se l’unico scopo dell’Arte, in qualsiasi forma, fosse quello di portare a riflettere, a scuotere il pubblico, Martyrs sarebbe un capolavoro.
Ma è una storia capace di danneggiare il pubblico.
Se avete da smerigliare una ringhiera, la ruggine che la sta divorando, fatelo.
Se dovete levarvi dei punti neri, germi di miglio, brufoli bianchi, peli incarniti, è meglio che mettervi a guardare Martyrs.
E non perchè Martyrs è brutto.
Perchè Martyrs è troppo bello per non poterlo ammirare. E come me, dopo starete male. Con lo stomaco rivoltato, masticando cibo e senza sentirne il gusto, con qualcuno che magari poi vi chiede “Che c’è” e tu sei troppo frastornato per spiegare in che modo possa averti stuprato un film.
Tutto quello che vedrete è in qualche modo esistito e per motivazioni molto più futili e meno nobili.
I concetti sono reali. E dopo aver visto Martyrs sono i concetti che vi perseguitano.

Come nuda e cruda esperienza narrativa, come storia, come cinema, Martyrs spezza la banalità narrativa in tre tronconi. E’ obbligato a fare l’occhiolino al clichet, obbligato a richiamarlo, per spazzarlo completamente via. Questo è un grande limite.
Per difendersi, il film sente l’obbligo di citare il banale per dimostrare di non esserlo.
Si mette sulle punte dei piedi per dimostrare la sua altezza, quando era già alto a sufficienza.
Martyrs in questo fallisce. Fallisce nella necessità di voler essere troppo esplicito.
Fallisce nell’essere troppo poco “Sartre”, nell’essere troppo poco “una storia che dovrebbe far vergognare il lettore” per essere troppo “una storia che fa vomitare il lettore”.

Tuttavia il cinema europeo ancora una volta sbeffeggia gli americani.
Attendo beffardo il prossimo remake con i soliti Charlize Theron, Naomi Watts ebblablablablabla.

Categories: cinema, scrittura

Dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota.

8 Aprile 2009 Caino 6 commenti

Se la Coca-Cola è uno strumento di seduzione, un indispensabile strumento che  ha saputo farci immaginare le profondità orali di Cameron Diaz, riuscendo peralto a farci fantasticare  sul suo diaframma e sulle sue capacità di apnea legata alla sua capienza polmonare, le carote non lo sono.
Non è tanto una questione del fatto che la Coca-Cola ha creato Babbo Natale, regalandoci anche l’atmosfera natalizia della nostra infazia e accompagnadoci fino alla nostra prima sbronza di cuba libre – perchè d’altronde quale mentecatto potrebbe bere rhum liscio da 10.000 lire a bottiglia al sabato sera – ma la nostra fantomatica azienda con il logo rosso ha sì rovinato la vita ad un barista [americano[ che ha venduto la ricetta per pochi dollari ma ha anche salvato centinaia di cubani e le loro canne da zucchero, alla faccia dell'embargo americano e di Fidel Castro.
La Coca Cola è uno strumento di Dio.
Ha esplorato Cameron Diaz, mentre le carote no.
Le carote, le 49 carote che si è infilata in bocca Glenn Close, sono l'ortaggio del demonio. E questa convinzione non è una convinzione ottocentesca secondo la quale i cosidetti "pel di carota" sono dei figli di puttana, vedesi "Rosso Malpelo", ma è per il fatto che la carota è un alimento indegno alla cottura. Forse nelle torte e forse per i conigli.
Ma le carote - e parlo anche per voi, carote - fanno anche ingrassare.
E la Coca Cola [37cal/10cl] è stata in grado di diventare Light [0cal/10cl] e poi Zero [0cal/10cl + vari stimolanti tumorali]. Non ingrasserete, ma almeno avrete il dono del rutto.
Così ammetto l’elasticità facciale di Glenn Close mi spinge alla repulsione.
Se Cameron Diaz si fosse messa 49 lattine di Coca Cola in bocca, in gola, sarebbe un altro discorso. Dopo “il principio dell’alesaggio” al quale ho pensato dopo il sonoro rutto della biondina, dove per alesaggio si intende appunto il diametro interno di un cilindro o pistone, avrei pensato al concetto di elasticità.
Ma Cameron Diaz sa che le carote sono out e cehe 49 lattine di Coca Cola sono inarrivabili.
La lattina è Sex in the city, la carota è disperazione solitaria campagnola.
In America hanno le carote piccole.
In Giappone hanno i piselli piccoli.
In Italia abbiamo Berlusconi che è un po’ un cazzone [pisello], un po’ lampadato [carota ] e  per quanto fondotinta possa mettersi nelle scarpe rimane piccolo.
Glenn Close si mette 49 carote piccole in bocca e io me la immagino in casa, da sola, che tenta di battere il suo record di 48 carote piccole. Dopodichè al primo momento possibile dice al suo agente: “Fa che nella prossima intervista ci siano almeno 49 carote piccole ad aspettarmi insieme al microfono.”
Immagino Glenn Close che si spacca un labbro la prima volta che arriva a 20 carote.
Immagino Glenn Close che deve rispondere al telefono, con suo marito che la chiama, ed ha 32 carote in bocca.
Immagino che starnutisce con 38 carote e i suoi occhi si iniettano di sangue come in 28 Giorni Dopo.
La Coca Cola racconta storie migliori. Ci ha illuso sulla fantomatica vita di aspirazione e sacrifici di Cameron Diaz per aumentare il suo alesaggio.
Le mail che riceveva. “Increase your BORE.”
Le amiche che la deridevano perchè i suoi rutti erano dei flebili Do di petto.
Ma ora non ditemi che tutto questo è normale e non è perchè Cameron Diaz è gnocca e Glenn Close no.

Glenn, dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota. Non scherzo.

La concezione della metafora di Predator

22 Marzo 2009 Caino 2 commenti

«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon

Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.

Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?

Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a  quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?

Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

Capolavoro annunciato

23 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

300 Generazioni…2 Messaggeri…1 Dilemma… Nessuna scelta.

Ambassadors Day è ambientato tra qualche migliaio di anni nel futuro, quando i superstiti della razza umana si sono rinchiusi per scappare dalle condizioni ambientali diventate ostili. Sono passate molto generazioni, e tutto quello che è rimasto per comunicare tra i rifugi sono gli Ambasciatori.

Dopo che la Fine del Mondo è diventata un mito disperso nei secoli,  due delegati si incontrano settimanalmente per scambiarsi le statistiche settimanali della loro gente. E’  un giono qualsiasi nella zona Rendezvous Zone Eight-Seven Northwest, fin quando a uno degli Ambasciatori viene ordinato di sparare al’altro. Rifiutando, l’Ambascaitore prova a sdrammatizzare la situazione.  Sfortunatamente questo problema è iniziato centinaia di anni prima, e nessun può fare qualcosa.

Vista la storia, visto la fotografia, visto le maschere a gas.
Mi hanno fregato.
Cazzo.

Categories: cinema, rigurgito

John Zorn è il Salvatore.

1 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

http://www.telegraph.co.uk/arts/graphics/2008/04/04/bffunny.jpg

“Il nuovo Arancia Meccanica” è un filmetto riducibile in un riassuntino di cinque minuti, basato su una singola idea, interpretato da un Tim Roth lagnoso, un Michael Pitt misofobico e una Naomi Watts che sembra un Richard Ginori per l’intera durata del film.
Mentre Arancia Meccanica si basa su un ventaglio di metafore, quei due o trecento messaggi complessi, un pizzico di surrealismo, su un regista che tre anni prima aveva scritto quella “cagatina” di 2001: Odissea nello Spazio, Funny Games è bello i primi venti secondi e gli ultimi venti.
E questo è per i Naked City di John Zorn.
Okay, vi dico la verità. La parte bella del film è quella delle uova e finisce al momento della gambizzazione del marito.
Detto questo  siete di fronte ad una figata di film imbastito sull’America contro l’America, la borghesia contro la borghesia, il sadismo dello spettatore contro il sadismo dello spettatore.
Quel grandissimo Genio di Edoardo Vianello direbbe: Stessa spiaggia, stesso mare.
E’ un film che vuole mettere in pellicola gli stessi risultati ottenuti con l’esperimento Milgram o l’esperimento carcerario di Stanford. Ma probabilmente sarete troppo estasiati per informarvi.
Ora, fate una cosa, scrivete sui vostri blog che è una grandissima figata di film.
Che vedere la Watts che fa finta di non riuscire a rimettersi in piedi con le caviglie legate è divertente. Che le inquadrature che indugiano sul nulla sono artistiche. Che Roth è davvero realistico magari e che una gamba rotta può bastare a renderti inerme mentre ti inculano la famigliola. Che la scena del telecomando è veramente da sballo.
Poi, visto che ci siete, andate in un museo di arte contemporanea e anche se non capite un cazzo indossate quell’espressione di pura estasi che non sfoggiate mai.
Urlate che è l’unico film che può toccare il vostro punto G.

Categories: cinema, rigurgito

Mondo-movies, Mondo-writings

23 Giugno 2008 Caino Lascia un commento

Primer gip.jpg

“E’ una storia intricata, di quelle come scrivi tu”, dice.
Ed è vero. Molto meno bene, forse. A ben vedere io non parto dall’ingegneria per scrivere. La prendo meno larga. Inizio a lavorare sulle idee e non ci lavoro neanche troppo, perchè poi le parole copolano tra di loro e prendono vita e forme ed è così che si dovrebbe fare.
E’ come scrivere senza plot e senza ragione ma attenti a come i personaggi, le idee, i fatti vogliono spiegarsi e raccontarsi.
Piazzare un microfono davanti alle bocche e una telecamera davanti ai fatti, e girare.
Oppure prendere appunti e trasformarli in italiano corretto.
In occidente abbiamo il vizio dello spiegone. Abbiamo il vizio di far capire cosa succede a chiunque, di rendere le cose chiare, banali, lineari.
In occidente raccontiamo storie che sono consapevoli di essere storie.
E invece ci sono altre storie che si possono a malapena seguire Se poi le vuoi capire, allora devi diventare parte di quei fatti, bisogna diventare spettatori “contigui” con i personaggi. Sapere quello che sanno loro ed essere come sono loro.
“Primer” è questo.
Primer è la cagata pazzesca di andare a parlare domattina con due ingegneri del Cern e non capire un cazzo.
Ci sono viaggi nel tempo, cloni, linee temporali che si accavallano, persone che vivono vite dettate da loro stessi per poter trovare la pace.
Lo guardi e poi devi andare a studiare cosa hai guardato per riguardarlo e capirlo. Studiare i fatti e la teoria vuol dire “rendersi simile ai protagonisti”. Devi imparare come funziona il loro viaggio nel tempo e devi imparare a capire cosa si stanno dicendo nei dialoghi.
Nella narrazione continuiamo ad applicare il metodo di Omero e delle tragedie greche, montandole con effetti speciali, con steroidi 3d, con silicone e porno e ombrelli e trilogie e capitoli incoclusivi.
“Primer” è reale.
Sei un voyeur.
E tu lo guardi e speri che prima o poi qualcuno dietro lo schermo si accorga di te, e dica: “E tu che cazzo vuoi? Mica c’è la Jolie qua dentro.”
Primer è quasi un mondo-movie.
Ah.
Pin a medal on me
.
Mettetemi una medaglietta.
Pare che mercoledì presenteranno un’antologia dove sono finito.

Italian Spiderman – Episodio 1

25 Maggio 2008 Caino Lascia un commento
Categories: cinema, narrativa

Juno col bene che ti voglio…

11 Marzo 2008 Caino Lascia un commento
“Juno” l’ho visto con il coltello fra i denti. Un po’ come ho letto in giro, avrei voluto dire che è un pacchettino merdoso alternativo mirato, scritto dalla Moccia americana per la gioventù americana.
E tutto il resto.
Maglie a righe, sguardi persi, tutto il “post” che ha smesso di essere di moda perchè ora di moda è l’ “emo”.
Dove emo sta per emotional e puoi usarlo come la senape, la salvia, il peperoncino. Ovunque.
Metti “emo” sulla tua casella di posta e penseranno che sei una specie di intimista che si incula una pecora rivestita di pura lana vergine.
Trantacinque anni fa “emo” si chiamava “new romantic“.
Così vedo e Juno, che in Italia vorrei traducessero come “Giugno” e vorrei anche sentir chiamare la cerbiatta di turno “Hey, Giugno è incinta”, e penso che in fondo non è così male.
Da qui Little Miss Sunshine ci passano dodici milioni di chilometri di pellicole, però si sa.
E’ così. Ogni volta che i media dicono “il nuovo qualcosa“, tipo riferendosi a Archimede o Delillo o Gilberto Govi, sai già che lo fanno per cacarti il cazzo. Per farti prudere il tuo punto G.
“Il nuovo Little Miss Sunshine” è un film che in un momento c’è moglie e marito che parlano.
La moglie dice: “E levati quella maglietta da cretino.”
E quella maglietta da “cretino”, le vorrei dire, quella cazzetta di maglietta consunta e grungy con un folletto urlante rosso in primo piano, quella maglietta è la maglietta di Superunknown.
Ora, che in fondo è un film che tutto quello che ho detto, non è da prendere negativamente.
E’ un pacchettino merdoso alternativo e mirato, ma nomina Melvins, Sonic Youth e Stooges.
E’ scritto dal nuovo presunto genio, che in fondo nomina i Melvins, i Sonic Youth e gli Stooges.
La trama poteva essere peggio. E c’è uno che in piena crisi-peter-pan si mette una maglietta dei Soundgarden.
Ok.
Quindici anni fa “Juno” si intitolava “Singles” e non se l’era cagato nessuno.
Pin a medal on me.
Categories: cinema, pensieri, rigurgito

Narrazioni deframmentate e complesse

6 Marzo 2008 Caino Lascia un commento

Chi ha visto e capito Donnie Darko, non può dire che la narrazione sia comprensibile. L’intero film trova una spiegazione solo attraverso resoconti ufficiali, letture di forum, blog. Meglio ancora, bisogna comprare il libro di Richard Kelly su Donnie Darko.
Così ti ritrovi con un attrezzo per la comprensione e la storia da smontare e capire.
Quello che mi piace è che il suo prossimo film che [non?] uscirà in Italia è Southland Tales. Per quanto riguarda la comprensibilità, vedi sopra, mentre il motivo del gran casino logico che nasconde questa volta è diverso.
Southland Tales racconterà gli ultimi tre capitoli di una storia fatta di sei capitoli. Per i primi tre dovete comprarvi tre volumi che Richard Kelly ha scritto.
Sono tre graphic novels, disegni a colori, lo stile asciutto dell’acquerello incazzato.
Belli. In quarta copertina del primo volume c’è Sarah Michelle Gellar che vende qualcosa come un lubrificante anale. Nel film lei è una pornostar.
Così leggo in giro che le tecniche di narrazione di cent’anni fa sono tutt’ora valide. Non ne sono certo.
Così come la musica non lo è. E non perchè era brutta. Le veline non andrebbero bene con un minuetto e un vestito di corte. Non è quella la storia che la gente vuol farsi raccontare. Là fuori c’è chi vuole sfide e cose nuove. O cose abbastanza vecchie che hanno dimenticato e che vogliono rivivere.
Infine, se vi state chiedendo qualsiasi cosa su Lost, io ho trovato tutte le risposte qui.