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Se riesci a immaginarlo, esiste.

27 Ottobre 2009 Caino 8 commenti

Uno dei pensieri che più mi disturba è quello degli universi paralleli.
L’idea che esistano infiniti universi che rappresentano qualsiasi, e sottolineo qualsiasi, possibilità di eventi mi distrugge. Potrebbe esistere un universo dove questo post è scritto in sanscrito. Uno dove sono una donna. Uno dove sono un transessuale. Uno dove sono un uomo, nato donna, esperto in sanscrito.
Pensare che esiste tutto, qualsiasi combinazione, seppur solo come volo pindarico o parto mentale, mi distrugge.
Solo dopo la distruzione e la demotivazione, solo dopo l’arresa  arrivo alla conclusione ultima.
L’immaginazione non esiste.
Non esiste nulla che si chiami “fantasia”.
Se stai giocando ad un videogame, se stai leggendo un libro fantasy, se sei al cinema o se stai riguardando “Atto di Forza”.
Quella è realtà.
Da qualche parte. In qualche universo, in qualche galassia, in qualche pianeta, in qualche città.
Non è infinita l’immaginazione.
E’ infinita la realtà.
C’è un pianeta con Alien e uno con Predator. C’è Belushi da qualche parte vivo e vegeto. Esiste Goku e le sette sfere del drago. Esiste uno sport nazionale, in un pianeta fatto di cubi monocromatici, giocato da due lastre rinchiuse in un quadrato che si rimbalzano addosso una pallina. C’è uan realtà dove Alba Parietti è un uomo, ed ha questo nome. Dove Maurizio Costanzo è una donna.
Da qualche parte sono già morto e  da qualche parte un ragazzo di nome Jimi H. venera i miei dischi come chitarrista prima che soffocassi nel mio vomito.
Tutto esiste.  Niente è fantasia.
Tutto è successo, tutto sta succedendo e tutto succederà.
E’ tutto così possibile, ed è così sconcertante.

Del perché District 9 è una cagata e del perché nessuno ve lo verrà a dire

14 Settembre 2009 Caino 2 commenti

La pillola blu dice che District 9 è un film spassoso. Dice che merita il suo tempo, i suoi euro, dice che è originale, strano, imprevedibile e geniale. La pillola blu mostra effetti speciali di prima categoria, ottimi attori, un trama avvincente e, finalmente, alieni vagamente chtulhiani.
E cazzo, ci sono persino dei Mech. Da quanto tempo non si vedono dei Mech sul grande schermo?
La pillola rossa dice tutt’altro. Dice che se si ci si sforza di leggere tra le righe District 9 rappresenta tutto il male che può nuocere l’industria dell’intrattenimento a delle idee geniali. La pillola rossa racconta quanto una mente acuta, potenzialmente sovversiva,  debba essere controllata, annacquata da una dozzina di milioni di dollari e rediretta in maniera produttiva.
Se pensate che District 9 sia il nuovo “Essi vivono” allora mi dispiace. Quello è il guard rail e quelli con il suv che stanno per uscire di strada siete voi.
Voi della pillola rossa allacciatevi la cintura. Gli altri possono solo tapparsi il naso.

Il corto realizzato nel 2005 da Neil Blomkamp, “Alive in Joburg”, è geniale per due singole idee che colpivano rispettivamente la forma e il contenuto dell’opera stessa.
Se le due idee fossero state solo di forma, o solo di contenuto, ci saremmo trovati di fronte ad un cortometraggio semplicemente carino, bello, stupendo. Non geniale.
Per esempio, un film di alto contenuto metaforico ma di banale realizzazione rischia di essere un “segone mentale”. Al contrario, un film senza contenuto metaforico ma colmo di stile [dal montaggio, alla fotografia, alla narrazione] diventa un “segone per esteti”. [A riguardo vorrei aggiungere, per esempio, che Lynch è il Gran Maestro Assoluto dei Gran Segoni Estetici e Mentali. E' troppo di tutto, e va benissimo così.]
“Alive in Joburg” era una fortissima metafora dell’apartheid in salsa sci-fi incrociato con la “multi narrazione” tipica di un documentario.
Ha contenuto e forma.
Bene. Ora pensate di fermarvi in un chioschetto dove fanno i panini. Hanno un prosciutto da favola che non è quello lucido che sembra fatto con la cera rubata in chiesa. E poi hanno salame, pancetta e soppressata e persino il peperoncino non è quel rosso E 122. E’ proprio peperoncino.
E finisce che ordini il panino, il tizio ti chiede se vuoi altro “peparedda“,  e poi ti annegano una fettina di salume in 400gr di panino bianco malcotto e raffermo.
Alive in Joburg è la fettina di salame annegata in District 9.
Non c’è una sola idea che sia stata migliorata e non c’è un momento in tutta la narrazione che recuperi la bontà del corto di origine.

E’ ancora peggio capire quanto il contenuto sia stato edulcorato.
Ci sono fattori essenziali che non sono potevano venir eliminati  e che rendono District 9 “reale”. Il Sud Africa, Johannesburg, non fanno pensare alla solita americanata alla Indipendence Day, ma fanno paura. Sono reali, sono la faccia della medaglia che ti convince del disagio, delle difficoltà, della sporcizia e del disordine di quel momento storico.
Tutto questo allarmerebbe qualsiasi spettatore.
Il Sud Africa rappresenta il problema in tutto il suo silenzio.
Sei con il culo a terra, in mezzo a contrabbandieri  e ovunque c’è un gran cazzo di casino da Terzo Mondo.
Però c’è il supererore. C’è Capitan Hollywood travestito da Peter Jackson che con il suo trucchetto rende la storia sopportabile e divertente.

Un paio di trovate ed ecco che l’effetto desolante di un documentario svanisce, la storia si scolla dalla realtà e torna una bobina che si srotola sullo schermo.
Si rischia di sperare davvero che non arrivi Bruce Willis con un trapano a manovella pronto a ridurre in un colabrodo la nave spaziale per salvare la figlia di Steve Tyler.

District 9 sarebbe riuscito a far davvero male. A gettare di nuovo la gente nel panico, a spaventarla davvero.
District 9 sarebbe riuscito a ricordare l’11 settembre come nessun altro film.  E non solo. Lo avrebbe fatto parlando di segregazione razziale. Di apartheid. Di cose vere.
District 9 doveva parlare di cicatrici e doveva far vedere le ferite, le mutilazioni, i danni. Non parlare di cerotti colorati con la faccia di Bart Simpson che ti regalano con il McScroto Menù al McDonald.
Per quanto Obama dica di non dimenticare, tutti vogliono dimenticare.
Tutti vogliono godersi un film con alieni, navi spaziali, esplosioni, creature mutanti, lanciagranate e coltelli a serramanico, un cazzo di mitragliatore dell’altro mondo e una pistola Gauss, uno sfigato di turno, sistemi di navigazione olografiche e, di nuovo, dei fantastici Mech che saltano e sembrano veri e tu sai quanta coda non faresti in città con uno di quegli affari, eh? Cioè te ne basterebbe uno e basta, il tuo vicino di casa che sta al piano di sopra e tu gli applichi altri tre buchi il culo optional mentre è seduto sul cesso e i suoi 90kg di moglie non la smettono di camminare per il corridoio con i tacchi a spillo da 10cm.
E infine lanciare manciate di pop-corn.
Liberi.

Homo Sapiens Ikeus

6 Settembre 2009 Caino Lascia un commento

L’atto di svegliarti al mattino [check], di stropicciarti gli occhi [check], di infilarti le mutante al contrario [check], poi al rovescio [check], di smascellarle e slinguare con la tua bocca perchè hai bevuto troppo [check], tutto è perfettamente coronato dall’istante cacca+catalogoikea2010.
Sul trono hai un intero campionario di cose a basso costo, a basso consumo, a basso impatto ambientale, sul quale hai potere.
Ordinare mentre si caga.
Questo è il vero atto di onnipotenza.

Categories: scrittura

“Rifiuto”

2 Settembre 2009 Caino 2 commenti

Nel 2006 con lui c’ero anche io.
Tiro Rapido [perchè Giro Rapido era del 2007, se non erro] era un’occasione unica. Non c’entrava chi organizzava la manifestazione, chi avrebbe letto i racconti. Non c’entrava chi avrebbe partecipato e meno che mai la speranza di conoscere un famoso editore.
Era una maratona, e una seduta di scrittura in 911 minuti senza staccare era un trip. In privato, senza concorsi, non ho mai ripetuto una prestazione del genere. Scrivo in modo discontinuo, vado avanti ad urti e non in constante tensione.
Potevi conoscere gente strana. Frequentare scrittori incapaci e lettori accaniti.
Stare lì e scrivere male era un momento di comunione, una raccolta di personaggi e di storie.
Perderselo era un delitto e la prima cosa che devi fare, come scrittore, è cercare persone, luoghi e storie. Ovunque.

Credo che il mio racconto fosse “troppo” per ogni palato. Lungo, strano, cattivo.
In qualche misura, ancora oggi mi piace.
L’idea di base era tratta dal libro di Scrittura Creativa di Burroughs. E tutto si conclude con una frase degli Alice in Chains.
E tutta questa gente si faceva di eroina con le siringhe per i cannoli siciliani.
Diciamocelo, mica potevano pubblicarmi davvero su un giornale che deve vendere.

- o -

Rifiuto

Era dall’umido che scendavano le idee, le parole. Gocciolavano debolmente.

I ricordi, da qui dentro, all’interno del ventre, li sentivo rimbombare tra il mio respiro ed il battito del cuore.

“Sono cadavere, come te” pensai.

Nel ventre della terra c’erano urla che squarciavano il silenzio. Piccoli singhiozzi e bestemmie. Tutto questo mentre io contavo i respiri ed i sorsi d’aria degustandoli come vino, conscio che sarebbe stato  un piacere passeggero. Teso a terminare in questo buio.

Venti boccate al minuto, per non ubriacarmi, per non farmi girare la testa. Per controllare l’iperventilazione e la perdita di coscienza. Volevo stare in prima fila, quando sarei morto.

Ero freddo, religiosamente freddo.
Continua a leggere…

Finalmente, Amy Hempel

2 Settembre 2009 Caino 1 commento

foto libro

Lessi la notizia da una fonte che mi vergogno di conoscere. Non ricordo il titolo, ma doveva essere qualcosa come Donna Moderna, Intimità o Marie Claire. La cosa ancora più brutta è che no, non ero in bagno, non ero alle prese con le mie deiezioni solide e no, non ero annoiato dalle etichette dei prodotti per la pulizia di un gabinetto che conosco già a memoria.
[Tipo, lo direste mai che in Anitra WC Citrus c'è l'acido lattico e la citronella?]
Il fatto è che quando sai qualcosa di sensazionale da qualcosa o qualcuno che sarebbe meglio non conoscessi è come portarsi dietro un segreto in una tomba. Lo sai, e se ti scappa di dirlo qualcuno ti chiederà come lo hai saputo.
Di certo, non posso dire di conoscere Amy Hempel.
Tuttavia.

Esce “Ragioni per vivere” edito da Mondadori che racchiude tutti i racconti della scrittrice in questione e, anche se il titolo sembra riferirsi a “Reasons to live” uscito in America, la versione italiana racchiude anche “Alle porte del regno animale” .
Mi pare di capire quindi che corrisponda a questo “The Collected Stories of Amy Hempel“.
E’ ancora più curioso che questo libro sia stato lanciato come una novità,  con tanto di copertina rigida e prezzo mediamente esorbitante, considerando che Alle porte del regno animale venne pubblicato nel 1990 da Serra e Riva Editori. [nda: anche se a primo acchitto direi che è stato ritradotto.]

Per chi non lo sapesse, “Il Raccolto” è il miglior racconto mai scritto.
C’è chi definiva Hempel un sacchetto della spesa ripieno di elio o come una scoreggia dentro un paio di mutande.
Cazzate. E’ divina, spiazzante.
Lei è la frase ed il racconto perfetto.

p.s. ne parlai ai tempi qui.

AmpCorp, The Octopus

13 Agosto 2009 Caino 1 commento

Categories: scrittura

Keywords: quante ne sapevi Will, prima di sparare a tua moglie?

5 Agosto 2009 Caino 1 commento

E’ bello vedere che le proprie keyword fanno interi discorsi. Mentre ho di meglio da fare e mentre il blog non viene aggiornato. Gli utenti arrivano qui. E non si trovano. E lasciano impronte.
E queste impronte fanno discorsi e sono discorsi migliori dei miei.
Tipo questo.

Se la vita fosse una driven plot novel, magari di cose che non capisco, come se Jared Leto fosse fidanzato, come le frasi straight edge, come se Maryln Manson diventasse un albero di fronte a Tania Dervaux, allora la prima lezione di Chuck Palahniuk sul prenderlo in culo con la vasellina dimostra che Cloverfield è una storia vera.
“Amo Layne Staley: è grave? Pamela Lyndon è scomparsa?”
Metteteci una cascata di immagini di Blade Runner,
di frasi di David Foster Wallace.
Recensioni.
Tutto contro il giorno,
come se fossi John Dillinger.
O forse in verità preferite la solitaria campagnola porno,
invece di Resuscito.

p.s. Vi faccio notare che le parole NON in grassetto non sono keywords e le ho usate come tessuto connettivo.
Impressionante.

Ce l’ho in canna

14 Luglio 2009 Caino 1 commento

La verità è che ho una storia così bella e così tanta voglia di scriverla che sapere che non verrà letta da almeno un milione di persone mi fa passare la voglia.
Una storia bella, con piume colorate, che vi farebbe vergognare.
E se c’è una cosa in cui sto diventando “meglio”, è quella di capire le pieghe psicologiche delle persone.
Una volta mi hanno detto che non ha senso scrivere se non vieni letto da tutti, o almeno da tanti.
Forse è un po’ vero.
Forse questa è una mia piega psicologica, un tratteggio “taglia qui”.
Forse sono pesante e palloso e un finto-smartguy.
Quindi sollevo pesi.
Almeno le braccia le noterete.
E vaffanculo.

Alice in catene, altro che paese delle meraviglie

12 Luglio 2009 Caino 5 commenti

Degli Alice in Chains mi ricordo la faccia di Layne Staley riversa sul suo vomito e la puzza di cadavere vecchio di due settimane. Tapparelle o persiane socchiuse, la polvere di una galassia intera nella stanza, i pavimenti macchiati di piscio e sangue e vomito.
Quella scena me la sono immaginata un miliardo di volte.
Layne Staley che si fa una dose, si accascia e per quindici giorni, un tempo utile per fare la spesa 3 volte, fare una cinquantina di telefonate, diverse scopate, qualche offerta di un operatore telefonico, almeno trenta viaggi in metropolitana, due o quattro serate alcoliche, una mezza dozzina di prove in sala, per tutto quel tempo lui viene ignorato.
Me lo sono immaginato, e mi sono chiesto come una persona possa essere ignorata per tutto quel tempo.
Un albero fa rumore se cade in una foresta dove non c’è nessuno che possa sentire lo schianto?
E lo schianto di Layne ha fatto rumore?

Quattordici anni dopo, come le la band dovesse scontare un anno di reclusione per ogni giorno che hanno ignorato il loro cantante, gli Alice in Chains tornano.
Ed il pezzo è buono, il nuovo cantante sembra Lenny Kravitz ed è nascosto e tampinato da Jerry Cantrell.
A Looking in View mi fa ancora quell’effetto tipico degli Alice in Chains.
Un esemplare di essere umano dalla bellezza così annichilente che non puoi immaginare possa essere posseduta da qualcuno.  Da qui ecco l’assurdità delle catene nel loro monicker. Ti passa vicino, sullo stesso marciapiede e nel senso inverso, ed è un incrocio bastardo di asiaticità e tratti negroidi che ti guarda dai suoi due metri nordici di altezza.
Gli Alice in Chains scivolano.

Umanamente parlando: Google

8 Luglio 2009 Caino 2 commenti

“Metti che il Grande Fratello è un innovazione tecnologica embrionale.
Che diventi uno strumento che usi ogni giorno, che invada la quotidianità delle tue azioni.
Supponi che il Grande Fratello è lo strumento più smart che tu possa usare. E che tu possa farlo gratuitamente.
Metti che il Grande Fratello si faccia usare da te e che un giorno lui decida di raccogliere e rappresentare le notizie per te. Di selezionarle secondo i tuoi gusti.”

http://resuscito.wordpress.com/2008/06/11/da-big-brotha/

Google lancerà un sistema operativo, tale Google Chrome OS.
Mi hanno detto che la Grande G potrebbe esser stata “costretta” dall’ineluttabile evidenza che gli smanettoni abbiano iniziato a compilare Android per farlo girare sui netbook.
Io non sono fiducioso, tantomeno non sono convinto che Google sia ineguagliabile in tutto ciò che crea. Resuscito ha già parlato male di Google una volta, e sono sicuro che avrò infiniti modi per parlarne sempre peggio.
Potrei inaugurare una serie “Non può che peggiorare” dedicata a Google. Ma in fondo, poco mi importa dell’informatica come passione, mi importa solo come risorsa da sfruttare fino all’osso.
Ora, i fatti.
Chrome è un browser privo del 80% delle funzionalità di Firefox 3.5 ed è sostanzialmente inferiore a IE8 per diversi aspetti.
Chrome non ha ancora estensioni, Chrome si schianta. Chrome non apre al volo i file che scarichi. Te li devi salvare, punto.
In verità Chrome è decisamente opzionale per utenti che non abbiano un schermo piccolo o un pc dalle basse prestazioni. Oppure è utile per chi ha infarcito Firefox di estensioni e all’improvviso si è ricordato che “nessuna feature è sinonimo di browser veloce”.
Se vogliamo parlare di Android, beh mi pare proprio che non sia privo di difetti.
E se vogliamo puntualizzare riguardo l’ open source, di codice aperto, allora c’è già chi da secoli lavora su quel fronte.
Così oggi sento parlare di svolta perchè Google vuole creare un suo OS.
Questo è un dramma che si aggiugne al dramma reale dell’informatica e dei geek. Ovvero “chi ne sa qualcosa” si sta differenziando in due categorie.
I feticisti dell’hardware.
I feticisti del software.
Persone così lontane dal mondo materiale, con la testa dentro un monitor, che si perdono per colpa di un peccato carnale.
Invece di supportare ciò che è giusto, ciò che è umanamente e intellettualmente importante, tutto verrà spazzato via dal proprio feticismo.
Per ora non temo che Linux e Ubuntu subiranno reali perdite, o quantomeno perdite importanti. Ma sono convinto che ogni utente che passerà da Linux a Chrome OS segnerà un fatto grave quanto un cane abbandonato per strada, quanto l’8 per mille ad un’associazione umanitaria, quanto il rifiutarsi di donare il sangue.
Sarà grave come tirare dritto di fronte ad un incidente.
Per me, sarà sputare in faccia alle persone, agli sviluppatori, ad un intera comunità che insegue la libertà e la condivide con tutti. Gratuitamente.
In fondo, ciò che detesto è non poter avere opzioni.
Non posso scegliere di “trasportarmi” senza un mezzo a benzina.
Non posso scegliere di lavorare senza Windows.
Non posso scegliere di non sprecare il mio voto per evitare, come la peste, Berlusconi.
Non posso usare un feed reader online che non sia Google Reader.
Oppure posso fare tutto ciò a patto di peggiorare la mia vita, il mio fegato, accettando di dimuire il numero dei miei capelli ed iscrivendomi ad un corso di meditazione Zen.
Ci stanno mettendo a nostro agio, ci metteranno sempre più comodi,  riempendoci di cose che considereremo fondamentali.
Muoversi senza pedalare, lavorare senza impazzire, votare senza lottare, leggere delle news senza esser controllati.
Anche in questo, Google è il male assoluto.
In più Google sa tutto e Google sa che non vi sta regalando assolutamente nulla.
Google sa che le vecchie fonti di ricchezza valgono zero. Il modello economico sta cambiando. E tutto questo lo sta sfruttando nella miglior maniera possibile.
Tutto girerà sempre di più intorno all’informazione.
Mentre voi litigherete per il metallo satinato di un case, oppure per il numero di “O” colorate che compaiono sul vostro schermo,  avremo perso la libertà anche nell’unico luogo in cui ne avevamo guadagnata un po’.
Ricorderemo quella “Internet libera dell’inizio 2000″ come oggi ricordiamo le spiagge senza strutture balneari e senza ville abusive.
E i nostri figli ci guarderanno stupiti, occhi spalancati, bocca aperta e il rivoletto di bava di chi desidera tornare indietro nel tempo con le ultime estrazioni del lotto.