Uno dei motori principali del mio blog, che urla e scalcia e cammina sempre meno frequentemente, sono le cazzate che leggo in giro. Cazzete che io non linko per non farle diventare pandemie in giro per la rete.
Su “The Walking Dead” si possono dire tante cose e partire con i fumetti ben aperti nella mano sinistra e con la destra indicare in cielo mentre si sale sul pulpito a difendere ed insultare le differenze, gli errori, le scelte con la versione grafica è sostanzialmente da imbecilli.
In questi giorni ho condiviso su Google Reader gli articoli di Ugo.com [http://www.ugo.com/tv/walking-dead-comparison-ts-19-flashback?cmpid=rss-tv] dove si tracciavano queste macroscopiche differenze e anche io mi stavo per incazzare.
Poi ho capito.
Il fumetto non è gran cosa. Soprattutto per i primi tre numeri italiani. La serie tv ricalca, più o meno, i primi sei numeri americani, ovvero il primo volume italiano.
La storia inizia come 28 Giorni Dopo, continua con del Bucio di Culo [leggi "Rick che trova la famiglia al primo colpo"] , prosegue un po’ alla Beautiful [leggi "Triangolo amoroso"] e si conclude degnamente.
Dico degnamente perché Shane muore e perché in una serie tv, in un film o in un musical Shane era troppo importante per farlo morire. Ed infatti…
C’è una cosa che emerge nel fumetto e che Kirkman o Moore hanno spiegato in un’intervista: la storia scorre veloce, di corsa. I morti viventi zampettano tranquilli e i protagonisti corrono da una situazione all’altra.
Perchè? Perchè il fumetto nacque nella piena instabilità economica americana e poteva essere soppresso da un secondo all’altro.
Chi se ne frega di un triangolo amoroso per centinaia e decina di numeri.
Shane-Rick-Lora… interessante! Ok, facciamo fuori Shane e passiamo oltre!
Ci sono due motivi per cui i primi numeri di Walking Dead non li considero granché.
Il primo è Max Brooks e War World Z. Che è come dire “Infinite Jest” di Wallace: che cazzo ti rimane da dire?
Il secondo è che Kirkman parte da situazioni ovvie, già sentite, guidate da azioni già prese e gli ci vuole un bel po’ per inventarsi qualcosa che mi incolli davvero alle pagine. Ad esempio, il numero 5 italiano è un piccolo gioiello. Ci sono volute centinaia di pagine, dozzine di personaggi pseudo-principali da ammazzare, un sacco di posti da visitare, prima che Kirkman trovasse la sua voce e la sua storia.
Non prendiamoci in giro: un libro, un film, un fumetto, insomma, una storia non è progettata da pagina 1 alla pagina “the end” come un edificio. Le cose si inventano passo per passo e l’autore, che non sa se verrà mai neanche pubblicato, cerca un modo di non annoiarsi mentre racconta qualcosa. Nessuna opera, soprattutto quelle aperte come i fumetti, è omogenea nella sua narrazione. C’è sempre una parte migliore.
Detto questo, quando lessi che The Walking Dead sarebbe diventato serie tv avevo una certezza: cazzo, la parte peggiore, più banale e monotona.
Invece gli sceneggiatori, quelli che ora chiedono l’elemosina agli angoli della strada con un cartello “Grazie Darabont, ti mangiassero i morti viventi!”, hanno lavorato bene e con una certezza che Kirkman non aveva.
La certezza del lavoro.
Lo stesso Kirkman ha ammesso che il CDC, il luogo dove troviamo il Dottor Jekyll e le sue provette, è un’ottima idea oltre che “obbligata”: quale storia che tratta una pandemia può evitare degli scienziati che cercano l’antidoto? Ma lui non ci aveva pensato, aveva fretta.
La parte migliore di quest’idea tuttavia non è neppure avercela infilata con l’imbuto, ma è stata quella di rimanere sempre fedeli al mood del fumetto, alla voglia di andare avanti.
Perché le differenze sono davvero tante, ma il succo è lo stesso.
E se il succo è lo stesso allora ci sono due cose da dire: chi non ha letto il fumetto sarà entusiasta, chi ha letto il fumetto sarà curioso come un scimmia.
Tutto il resto delle scelte “diversificanti” va letto in questa prospettiva. La serie tv poteva essere progettata, distesa, pianificata con una certa strategia narrativa.
Ma se poi, tornando al paragrafo uno, vogliamo metterci la toga e il cappuccio dell’Elite che ha letto e apprezzato “The Walking Dead” prima ancora che venisse tradotto in italiano, come quelli che tutt’oggi scrivono al contrario il nome di Peter Jackson sperando che Sauron se lo inculi ammanettato ad una sedia in acciaio e formica alla Pulp Fiction, allora avremmo capito ben poco.
The Walking Dead è un progetto ambizioso nel suo intento, raccontare una storia di zombie che non termini dopo due ore scarse, ma non fa tremare la terra, non contiene metafore disturbanti, non è politicamente scorretta. E’ molto americana post-11/9: edulcorata nei suoi contenuti.
Concludo dicendovi “Dead Set” [http://resuscito.wordpress.com/2008/11/26/ridefinizione-di-storie/], per esempio, è una serie tv inglese nata diversi anni prima e che con i suoi piccoli sei episodi da 20 minuti annienta il successo di Darabont e della AMC. [nda, E' stata trasmessa da MTV poche settimane fa, ad orari improponibili e senza un briciolo di pubblicità. Però la trovate sul mulo.]
Vi segnalo un’interessante post degli amici della SaldaPressa, la casa editrice che ha portato l’opera di Kirkman in Italia: http://zetacomezombie.blogspot.com/2010/12/twd-ipotesi-sul-futuro.html