“Rifiuto”

Nel 2006 con lui c’ero anche io.
Tiro Rapido [perchè Giro Rapido era del 2007, se non erro] era un’occasione unica. Non c’entrava chi organizzava la manifestazione, chi avrebbe letto i racconti. Non c’entrava chi avrebbe partecipato e meno che mai la speranza di conoscere un famoso editore.
Era una maratona, e una seduta di scrittura in 911 minuti senza staccare era un trip. In privato, senza concorsi, non ho mai ripetuto una prestazione del genere. Scrivo in modo discontinuo, vado avanti ad urti e non in constante tensione.
Potevi conoscere gente strana. Frequentare scrittori incapaci e lettori accaniti.
Stare lì e scrivere male era un momento di comunione, una raccolta di personaggi e di storie.
Perderselo era un delitto e la prima cosa che devi fare, come scrittore, è cercare persone, luoghi e storie. Ovunque.

Credo che il mio racconto fosse “troppo” per ogni palato. Lungo, strano, cattivo.
In qualche misura, ancora oggi mi piace.
L’idea di base era tratta dal libro di Scrittura Creativa di Burroughs. E tutto si conclude con una frase degli Alice in Chains.
E tutta questa gente si faceva di eroina con le siringhe per i cannoli siciliani.
Diciamocelo, mica potevano pubblicarmi davvero su un giornale che deve vendere.

- o -

Rifiuto

Era dall’umido che scendavano le idee, le parole. Gocciolavano debolmente.

I ricordi, da qui dentro, all’interno del ventre, li sentivo rimbombare tra il mio respiro ed il battito del cuore.

“Sono cadavere, come te” pensai.

Nel ventre della terra c’erano urla che squarciavano il silenzio. Piccoli singhiozzi e bestemmie. Tutto questo mentre io contavo i respiri ed i sorsi d’aria degustandoli come vino, conscio che sarebbe stato  un piacere passeggero. Teso a terminare in questo buio.

Venti boccate al minuto, per non ubriacarmi, per non farmi girare la testa. Per controllare l’iperventilazione e la perdita di coscienza. Volevo stare in prima fila, quando sarei morto.

Ero freddo, religiosamente freddo.

In quell’istante “fine” era il Resto, che con abitudine si accese. End, direbbero in Inghilterra.

Era la sonorità l’aspetto principale Resti.

Il cervello compone continuamente idee e memorie, disseziona sillabe e ricompone le parole. Gioca. Ogni tanto tra i neuroni scivolano via pezzi di questi esperimenti, di lemmi ricombinati, che si impigliano a uno strato superiore della coscienza. Allora, riconoscendo questi frutti, iniziai a chiamarli “Resti”.

End, il Resto con cui presi a lambiccarmi, lo scomposi in una vocale, aperta e violenta come il gemito di un neonato, e due consonanti, un ponte, metafora della vita, ed un suono secco, la “d”, sordo come la morte. Volevo trovare un senso a tutti i Resti che avevo ignorato, alle parole che non avevo ascoltato.

Ero alla D e sapevo che non ci sarebbe stato un dolore particolare nel nel sospiro che l’avrebbe preceduta. Non avrei paragonato niente di tutto ciò ad un triste addio. Dopo tutto ciò che ero diventato, che siamo diventati, questi discorsi avevano il gusto inutile di un testamento, di una preghiera atea spesa al vento.

Tutto questo mentre intorno le urla continuavano, rendendo singhiozzi e preghiere la moquette dei miei pensieri.

Io contavo i miei diciotto respiri passati nel minuto precedente. Loro alternavano preghiere e bestemmie. Io affrontavo il tonfo sordo, gli altri volevano concludere la loro esistenza alla ricerca di attenzione, come petardi a Capodanno. Urlando, pregando. Invocando pietà, maledicendo il destino. Chiedendo attenzione per l’unicità genetica che rapprensentavano.

Dentro questa fossa, insieme al mio cervello che dettava frasi sconnesse, parole metaforiche, stavo per la prima volta dopo molto tempo al sicuro. Morto nel cuore per aver perso anche Giorgia. Tranquillo su quello che sarebbe stato e su quello che era stato. Ero definitivamente cullato nell’humus che avrebbe divorato i miei muscoli.

Nel ventre della Terra, nel sottosuolo, con le dita che cercavano compulsivamente qualcosa, inquiete, c’eravamo io e forse altri cento. Seppelliti in piccole fosse, forse a centinaia di metri di profondità, soffocanti. Eravamo tutti sotto quel giardino che tra qualche anno, concimato dai nostri corpi, sarebbe cresciuto perfetto e meraviglioso.

Nell’umido, con in testa una jam session di rumba ed urla straziate, aspettavo.

Quando la forza di gravità perse il suo verso ed io la cognizione dello spazio, un capogiro mi disse che l’aria era lì lì.

Vicino alla fine.

Ed ormai ero sempre più cadavere, come te, Louise.

-o-

Nel 2037 la gente aveva iniziato a morire.

Pensavo fosse un fenomeno da vampiri, quello di abbandorare la vita come per implosione interna, per autocombustione, in maniera romantica, autonoma e senza patemi.

<< Buongiorno New York, da Canale9 qui è il vostro>>

“Salomon McDread” ripetei calcando la erre moscia.

Feci fischiare la sedia contro il pavimento, rabbiosamente, per punire il senso inverso del mio stato d’animo. La tv mi faceva compagnia al mattino, ma non con quelle notizie.

Sorseggiavo mango ed avevo chiamato Giorgia già due volte. La terza di solito è quella che fa effetto, ma solo se mischiata ad una sincera ed articolata minaccia.

Il gioco era divertente nei giorni in cui non c’erano cadaveri, ma oggi con Salomon contento di descrivere un altro morto, di arraffare altro audience, non avevo voglia di fare il padre giocherellone.

Non ero più un buon padre, senza Louise. Con lei mi ero sforzato d’esserlo.

<<E’ stato trovato un nuovo cadavere all’angolo della 51esima e Lex Avenue…>>

Il mio bicchiere era al gusto vodka. Dentro c’era proprio del succo di mango.

Il trucco è che erano riusciti a sterilizzare ogni contenitore per vivande ed alimenti, a pulirlo a fondo sterminando batteri e germi, senza scollarne via il gusto.

Era un trucco furbo. Ogni giorno avresti mangiato il melone nel piatto che forse da trent’anni serviva per quel frutto che, inesorabilmente, perdeva, maturazione dopo maturazione, ogni gusto.

Loro questa l’avevano chiamata Tecnica di Compensazione del Gusto.

<< Corpo devastato dal plesso solare fino dalla fronte, un unico grande solco>>

Le trasgressioni, come mischiare alimenti in piatti non esclusivamente dedicati, erano punite e segnalate come inquinamento atmosferico.

Mango e bicchiere gusto vodka alla mattina. Mi accontentavo di tradire la legge, ogni tanto.

Solomon continuava preciso e puntuale nel fornire una fotografia mentale agli ascoltatori.

Casomai avessero problemi nel dormire senza incubi.

<<..come un vitello, senza organi. Dovrebbe essere ormai la 344esima vittima in città e la polizia dice di aver individuato almeno una dozzina di personaggi sospetti. Notizie sconcertanti ed un approfondimento molto importante nella prossima edizione. Qui Salomon McDread, a voi studio!>>

Al futuro, e all’inquinamento, ci pensarà qualcun altro, borbottai buttando via la mia colazione alcolica.

Pianeta terra gusto cadavere, ridacchiai, pensando agli omicidi.

“Giorgia, me ne sto andando. Alzati o perderai la lezione. Perdere la lezione significherà non essere in grado di affrontare l’esame. Sbagliare l’esame vuol dire che la nuke te la fai comprare dal tuo fidanzato. ” e chiusi la porta.

-o-

“Quello che hai sentito alla tv è parziale. La verità è che Lui sta mutando. Non si limita più ad aprire come vocabolari le vittime per giocare con i loro resti.”

“Non vorrei ricordarti che conosco la scena, evitami i dettagli”. Trinciai il discorso.

”Sappiamo che usa sempre lo stesso tipo di arma, simile ad un’alabarda orientale, ma ora ha deciso di collezionare un pezzo di ogni vittima.”

Ero arrivato al distretto e tutte le volte mi faceva lo stesso effetto.

Simile allo schifo. E Bock non aiutava.

Poni il caso che un giorno torni a casa, appena premiato e promosso di un livello. E’ lo stesso giorno in cui compri un mazzo di fiori, una bottiglia di chardonet, due cd di musica romantica e una scatola di preservativi alla fragola. Per festeggiare.

Metti il caso che rientri tardi, qualche ora dopo la solita routine.

Questo lo fai solo perché ci tieni a dimostrare di essere uno dei migliori agenti del dipartimento, che non trascura le cartacce burocratiche. Perché ami essere puntuale e preciso.

Vicino alla toppa della serratura trovi un paio di macchie, rotonde, che sembrano ruggine.

Quel giorno, con lo chardonet nella destra alla temperatura perfetta da guida enologica, mentre giri la chiave, vedi che quella ruggine si stacca, sottile. Diventa polvere e nel tuo sudore torna rossastra e liquida.

Forse, dopo l’immagine che ti aspetta, non avresti più così voglia di festeggiare e l’odore del cardonet, misto al sangue, lo ricorderesti ancora ora, come me.

Annuivo a Block, al suo resoconto, e lui, con tutta la sua stazza, aspettava un parere. Mi grattai la nuca, vicino alla scritta tatuata:

“ – - – - -Tagliare lungo la riga tratteggiata – - – - -”.

Sembrava provato, triste. Lui di parenti ne aveva persi tre. E’ pelato, grasso e supera il metro e ottanta. E’ l’unico mio collega che pianse davvero per Louise.

“Beh, almeno non è banale” dissi a Block.

Prese a fissarmi torvo.

“E abbiamo trovato il solito cartellino giallo all’alluce destro con scritto ‘Il mio gemello’…”

Oggi “storto” sembra essere il Resto, la parola scappata dal mio cervello giocherellone. Storto è anche il nome di un locale di spogliarelliste tra la trentacinquesima ed Herald Square. E’ anche la stessa imprecazione del frullatore che macina il ghiaccio, pensai.

Lui era dietro la scrivania e, fissandomi, giocava con una penna sopra l’unico foglio della stanza che usava per pasticciare quando era al telefono. La carta nel 2037 in realtà non serviva a nulla, se non in bagno.

L’ufficio in tek era lindo, l’aria ionizzata e fresca. Il computer ronzava impercettibilmente.

“e cosa si sarebbe tenuto?” chiesi ormai incuriosito.

“Un seno ed il cuore”

“Buongustaio” aggiunsi.

Non rise.

Quel giorno smisi di vivere nell’istante in cui i fiori sul pavimento presero ad inzupparsi. In quel giorno, “di esempio”, per qualche istante non fui altro che un corpo morto. La porta, i preservativi e la casa svanì. Tutto da rifare, da ri-progettare. Sciaquati dal nulla e nel nulla.

“Ed io ora…” piansi “Sono cadavere come te, mi hai lasciato solo”.

Fu un Resto, un intera frase di Resti, forse il più importante. Galleggiò attraverso i miei sentimenti, attraverso il dolore. Vide la luce. Lo dissi mille volte all’ora per giorni, mesi.

Dalla porta accostata, spingendo solo la testa, vedevo i piedi di mia moglie penzolare dal letto. Vedevo il suo intestino, il suo cuore, i polmoni ed i reni. Senza raggi x, in bella vista, sparsi per la casa.

La milza dormiva rilassata sopra la lampada accesa con il suo colore che si sposava meravigliosamente con le tende. Il fegato, maciullato e poroso, sembrava fare la guardia alle ciabatte di Louise. Brandelli di carne, filiformi ed inermi, decoravano la tappezzeria floreale.

Quel giorno alla radio le scosse elettrostatiche mi dicevano “ssss…hoooo….rrrrr..y”.

Il viso non lo ricordo ma i suoi piedi viola, i grumi di sangue sul letto, l’odore acre, si.

“Sono cadavere, come te” oggi penso, perché a volte per morire davvero, dentro,  non basta una vita.

“Per la 345esima vittima cosa hai preparato?” chiesi, con tono di sfida, nascondendo la rassegnazione.

“Che è ora di spremerti” rispose Block.

“Ah ecco. Pensavo fosse il giorno di mandarmi in pensione. Magari invalidità mentale.”

“A 33 anni?” rise sadicamente “Dai, Cristo. Stamane cosa hai sentito venendo qui?”

“Storto”

“Mi fai paura,” ma il suo sorriso non scomparve dalla sua faccia rotonda “oggi in Alabama sono morte 2 persone. Travolte da un cavo della luce. Un certo Johnny lo Storto, un mafioso che non piaceva più tanto alla Yakuza locale, è stato lanciato, legato al sedile, in autostrada con l’acceleratore bloccato. Fai te i conti per il resto.”

Noto solo adesso che la sua giacca rimane sbilenca, pesante da un lato, con il colletto asimettrico. Mi chiedo perché la pistola la porta in tasca e non nella fondina.

“Sa di Nostradamus, sta cazzata. Interpretazione post-evento.”

“Tu prova a seguirle ‘ste cazzate’..”

Mi tocco la pancia, dove prima avevo otto morbidi chili avvolti intorni agli addominali, e dove ora trovo solide ossa, e pelle.

“Terry Dillinger. PROVA” continuò.

“Ok. Allora…. Terra.”, aggiunsi aspettando di vedere cosa sarebbe successo, “sento la parola Terra, da mesi,  almeno dalla terza vittima”

“Non ha senso” sbottò Block, posando la penna rumorosamente “solo questo???”

Voltai le spalle, d’altronde mi aveva chiesto lui qualcosa ed ora me ne volevo andare.

Dissi all’ascensore, camminando, “Forse il senso non c’è mai stato, quasi come dici tu”.

Era sempre sera, fuori. In città poteva piovere in continuazione. Dannatamente.

La coltre di smog si stendeva per migliaia di kilometri senza falle ed imperfezioni. Se alla tivù avessere trasmesso quel cielo, nel secolo precendente, transistor, diodi e resistori sarebbero esplosi. Canale9 e Solomon McDread avrebbero pagato i milioni di apparecchi danneggiati. Sarebbero falliti per permettere alla concorrenza di tornare a guadagnare.

L’idea, come per i contenitori per bevande ed alimenti, fu di riciclare in qualche modo la situazione, di usare proiettori. Come se trovare un culo in perizoma, sparato a duemila metri dal suolo al posto della luna, fosse rasserentante e stimolasse davvero l’acquisto di biancheria intima.

L’estremismo di sostituire la natura con la pubblicità.

Su quelle nuvole ora ci potevi trovare costellazioni di scatole di cereali, di giocattoli per bambini, di sigarette. Cassiopea dei latticini, l’Orsa Maggiore del porno.

Era come  vivere in un tunnel. Eravamo tutti sparati verso qualche futuro. Quale fosse, poi…

Io stesso sentivo lo strazio dell’assassino, il fatto di dover “spaccare in due” l’essere umano per esorcizzare il male che conteneva l’involucro della carne. Forse era solo un pazzo che amava giocare con i due metri dell’intestino, forse mi illudevo che avesse un qualche tipo di anima.

Il vento, ad esempio, in quell’istante non diceva più “terra” e il mio cervello non aveva spurgato nessun Resto. Semplicemente, nell’unica sera dell’anno asciutta, il vento aveva ripreso con mia moglie. Soffiava, turbinava, mi sfiorava la faccia come le sue carezze.

Smuoveva foglie e cartacce con ferocia artistica.

Urlava il suo nome durante la sua furia.

“Louisesshhhe.”

I rumori, le lingue a me sconosciute mi comunicavano parole, frasi che si combinavano con i miei Resti. Questo era il dono che Block diceva che io possedevo. Per me era il tanto acclamato “seme della follia”.

Ero un ascoltatore “mediatico”, mi aveva detto eccitato.

Sempre che possa essere considerato un dono non godere del silenzio e dei rumori perché ogni cosa, ogni particella di ossigeno che vibrava e trasmetteva un suono, mi veniva indirizzata, con precisione, con cattiveria.

Cartelloni pubblicitari mi consigliavano cosa mangiare mentre le lavatrici mi avvisavano degli effetti indesiderati di un certo tipo di deodorante.

Avevo una stazione radio senza sintonia, che sparava direttamente sulle mie onde celebrali, creando un filo diretto con qualcosa di simile a Dio.

Ma Dio non era, perché Dio concede anche la pace e mai mi avrebbe rinfacciato il nome di mia moglie morta.

Forse era l’effetto aleatorio dell’alcol, della depressione e delle droghe.

Forse ero io che iniziavo a perdere le connessioni con la razionalità.

A Block semplicemente piacevo, quindi lui non mi licenziava. Io non lavoravo e lui campava felice, convinto di avere un sensitivo nella squadra. Era convinto che io fossi in grado di sentire la natura, io glielo lasciavo pensare.

Ma spesso eravamo io ed il vento… e quella realtà che non mi piaceva.

“Louisessseeeeee”.

-o-

Con l’indice, a braccio teso, iniziai a puntare il marciapiede del palazzo di fronte. Un taxi mi notò subito.

“Stasera… facciamo…. l’Orchidea, và!” gli dissi, quasi sdraiandomi sul sedile.

“Ok, ma non è neppure mezzogiorno” rispose quell’uomo dalla faccia rotonda e con una barba che faceva sembrare le guance dei puntaspilli. Doveva chiamarsi Boris, secondo la licenza appesa al cruscotto. Sempre che non fosse un assassino con un nuovo taxi e una licenza falsa.

“Già, diciamo che ho da pensare” gli dissi.

In quel momento al posto della luna c’era un pallone da rugby che pubblicizzava il Superbowl.

La musica languida, l’atmosfera viziosa. Seduto al balcone del bar avrei continuato fino a tarda serata grattandomi, sbevazzando e guardando.

Lei si avvicinò, guardandomi negli occhi, con le sue labbra plumbago che danzano insieme alla lingua, e mi disse:

“Cosa faresti davanti ad un occasione tanto ghiotta quanto mortale?”

“Non vedo il problema. Se passo d’altra parte potrei trovarlo persino divertente. Magari ci trovo anche un sacco di cose da fare.”

Lo spacco sulla gamba, quello sul petto, mi ricordò una lezione di geometria ed io iniziai calcolare quanto poco vestito ci fosse sopra questa donna.

“Offrimi da bere” pronunciò languida.

Faccio segno al barista, vestito da pirata con bandana e camicia larga, e gli dico di portarci due drink, asciutti, non troppo forti. Magari alla frutta.

Ho la faccia smunta, gli occhi infossati. Le mie dita si muovevano senza motivo.

Lei mi fissa, fa un sorriso. Si è seduta proprio sul ciglio del suo sgabello e spunta il canale anale, armonioso, dal fondo di un altro spacco che fino a quel momento avevo lasciato fuori dai conti geometrici.

“Mai pensato ad una lametta?” disse

“Si qualche volta. Ma il sangue da qualche tempo non lo sopporterei. Stessa cosa per l’ipotesi di afforgarmi nello chardonet. E poi ho a cuore Giorgia, mi spiacerebbe farle tirar su tutto quel liquido viscoso.”

“Per la barba” dice. Con le dita gioca con la collana di perle, probabilemente finte come la quarta abbondante che tiene sotto il vestito.

“Sono comunque poco propenso, non si sa mai che rischio di vedere come sono diventato”

“200$ e ci passo sopra, ok?”

Quando mi fece l’occhiolino scoprii il mascara più bello che avessi mai visto ed i suoi occhi avevano un colore pesto, malatamente perverso.

“Potrei anche starci, visto che il latte è versato, e speriamo fosse acido” e questa gliela dissi perché volevo vederla ad occhi chiusi, nel piacere.

Quando il barista torna, con due piccole vasche da bagno colme di succhi colorati, fragole, ombrellini e asciugamani, io sono già nella camera di Labbra Plumbago, nudo.

Barbara la conosco almeno da una vita. Era già nella mia quando mi sposai.

Non è mai stata gelosa. Non che prentendesse nulla di più che un ricompenso mensile.

Detesto chiamarla per nome e lei detesta farlo gratis.

Giochiamo a non conoscerci, tanto per tenere un alibi in pubblico.

Quando si avvicina e dice “bla bla bla Mortale bla bla la” vuol dire che ha sentito cose, che vuole 100$ extra e che la cosa potrebbe essere urgente.

Altrimenti avrebbe usato “dottore”, “sveltina” e “saluto”, in ordine decrescente per importanza e compenso.

Di cose, lei, se ne fa raccontare. Sa come tirarle fuori dalle persone, specialmente durante gli incontri. Il fatto di avere in qualche strano modo clienti importanti non fa altro che stabilire la “qualità” delle informazioni.

Barbara sa bene che la gente non aspetta altro che svuotarsi, raccontarsi. Dire dove inizia e dove finisce il proprio ego. Con le amanti la via è ancora più semplice.

Questa volta non mi fa nomi e cognomi.

“Aveva delle stranezze” accendendosi una sigaretta, nuda “e puzzava di terra. Aveva una valigetta sporca e pesante, era tarchiato, capello corto e ricciolo. Il classico personaggio che vedresti a Little Italy.”

“Ah beh, è quasi meglio il consiglio che mi hanno dato, quello di spremermi” le dico.

“Aveva lo strano tic di tracciarmi una linea immaginaria dalla fronte fino allo sterno, ripetutamente. Appena finimmo lo mandai via e andai giù al bar, per rimanere nella folla. Comunque io un’occhio a casa sua ce la darei…” e mi porge il biglietto da visita, quello del Tizio che Puzza di Terra.

“Hmmm e dove l’hai preso? Dalle mutande?”, prendo a rivoltarmelo tra le dita, scrutandolo.

“Più o meno” risponde con il sorriso voglioso.

Qualcosa di strano, dico, qui c’è.

-o-

A casa del Tizio che Puzza di Terra, al secolo Trent Ramirez, c’è casino in ogni angolo.

Sembra essere dedito e dipendente dal gioco “Trova un posto originale per le cose comuni”.

Il cesso è nel mezzo del salotto, ripieno di riviste. Il divano, con un buco al centro, è in bagno. Blatero tra me e me che forse ama stare comodo in certi momenti.

Il frigorifero è di traverso, nel soppalco, pieno di vestiti. Il televisore, che li batte tutti, è dentro il lavandino in cucina.

Potrebbe essere benissimo il tizio che squarta i corpi e tira fuori gli organi interni per ballarci sopra, per tirarli, morsicarli e schiacciarli.

L’odore ha una qualcosa di casalingo ma è estremamente acido, generato da chissà quale cosa. Non me la sento di trovare un corpo intero o un pezzo solo, meglio chiamare gli eroi.

La polvere, cresciuta uniforme come il pelo di un barboncino, sopra ogni cosa mi mette a disagio. I mobili, quelli che ancora non hanno giocato alla riallocazione fantasiosa, sono caduti a pezzi nel buio.

Le lampadine sono fracassate e le finestre sprangate.

“Niente entra, niente esce” osservo.

Prendo il telefono, faccio il solito numero.

“Passatemi Block, sono l’agente Dillinger”

“Un secondo solo” con tono cordiale.

“Block, vieni nel quartiere di TriBeCa, dall’angolo di Starbucks”

“Dove c’è il macellaio equino?”

“Proprio da lui, ma non in negozio”

Evado silenzioso dall’abitazione, lascio il campo ai motivati.

Ho voglia di perdermi per strada.

E’ in strada che tutto mi assale e dove decido di ascoltare le fantasie di Block, di capire un po’ del me stesso che avanzava, dell’amore per Louise.

Mi basta evitare di ricordare lui e la sua faccia identica alla mia.

La sua colpa così simile alla mia.

Prendo a camminare veloce, nelle vie piene di negozi, con il giaccone che diventa sempre più pesante, mentre le mie gambe lente ciclano pesanti nel loop di musica ambient che mi trascino in testa dall’Orchidea.

Il vento ha smesso di chiamare mia moglie.

Un arabo, davanti Macy’s, mi urla, concitato, “Adesso cosa sei disposto a fare??”

“Aspetto che mi chiamino per dirmi che sono un genio e che ho indovinato alla prima”… ma non si sta rivolgendo a me. Vedo perfettamente il suo mento e le sue orecchie, mentre nella sua lingua d’origine discute con una donna ricoperta da una tenda azzurra, con una zanzariera sugli occhi.

Burka, dovrebbe chiamarsi.

Cammino, inciampo su un tombino. Rattoppo la figuraccia nel marciapiede con un imprecazione a voce bassa.

Mi rendo conto che Trent Ramirez sarebbe anche la persona giusta per ammazzare 344 persone in 1 anno scarso, ma è ovvio che qualcosa non torna.

Un barbone mi guarda male mentre mi spremo, pensoso.

Calcolo la quantità di forza che ci vuole per brandire una simile arma e sconquassare tutte quelle ossa dalla testa allo sterno. Una quantità che coincide con le capacità di un esperto macellaio.

Quanto è alto il primo spruzzo di sangue. Quante sono le fratture, le lesioni e i millisecondi di vita che rimangono alle vittime.

Mi convinco che siano dettagli importati. Microscopici ed importanti.

E’ lì che qualcosa continua a chiamarmi. Guardando lo smog qualcuno mi chiama.

E poi dice “Terra”.

Sollevando gli occhi al cielo, leggo “soluzione”.

Il Resto in quell’istante mi dice “Tornare”.

Mi scappa da ridere perché non ho voci nella testa, non vivo stati mentali diversi dal mio. Ho quarantasei cromosomi tutti a posto. Non accetterei mai di essere rinchiuso in un manicomio ed accettare il mio problema.

E’ il fatto macroscopico che non voglio accettare l’ovvietà ed il destino.

Tornare. Soluzione. Terra.

Inizio a parlare con la voce roca, alterata, facendo spaventare una vecchia.

“Perché non provare, tanto ormai continuo ad essere cadavere, come te…”

“Louise” aggiunge sibillina una folata di vento.

Ed è lì che gli altri dubbi muoiono e capisco di essere dentro un disegno superiore.

Il cellulare squilla e forse è l’ora che mi fanno dectetive e santo.

“Ciao Terry, l’indovinello è ‘dove ci hai mandati?’ ” irrompe Rupert, l’assistente di Block.

“E perché non mi chiama Block?” rispondo lentamente, con tono da sfinge.

“Al momento si sta beccando un richiamo per perquisizione ed intrusione senza mandato” e sento la voce che si allontana, come se stesse facento sentire la telefonata ad altri,  “C’erano dei sistemi di allarme silenziosi”

“In mezzo a quel casino?” chiedo.

“Proprio lì, in mezzo a quel casino, sotto lo strato di terra, genio.”

-o-

Il primo errore che ha fatto è stato di non avermi legato mani o piedi. Appena sveglio mi ritrovo in un posto che sa di vecchio.

In bocca il sapore denso e dolce del sangue inizia a darmi la nausea e con un conato di vomito innaffio un ciuffo d’erba grasso e sporco.

Sono all’aperto e nel cielo un bambino ride. Un ghigno di soli denti, di trenta metri, per il suo latte sterilizzato. L’assassino ce l’ho lì davanti, non per la prima volta, e la cosa non mi agita perché osservo quieto, metodico. Aspetto.

D’altronde adesso sono un pochino di più un cadavere, quasi come te.

Dopo la telefonata con Rupert mi ero gettato per la metropolitana, verso TriBeCa. Ero tornato in quella folle abitazione perché la terra sparsa sul pavimento non era normale, e le mie voci continuavano a dirla quella parola da troppo tempo.

La soluzione è la terra.

Ma lui era lì, nel buio ad aspettare il mio arrivo.

“Terra mi ha detto che stavi arrivando, finalmente” urlò prima del tonfo sulla mia nuca, e l’oscurità mi avvolse come un mantello.

Adesso, da sveglio, sputacchiando sangue, cercavo di ricomporre il quadro. Cercavo di ordinare le idee, di capire la banalità degli eventi.

Lui è tozzo, come aveva detto Barbara, ed è sporco di terra. Le unghie nere, la bocca chiusa che argina l’irrazionalità delle sue parole.

“Adesso tocca a te”. La sua voce è ridicola.

Mi aspettavo di morire per mano di un folle geniale, con voce profonda, di diaframma. Il macellaio, il signor 344, invece ha la voce di un bambino rincoglionito, cantilenante. E’ il classico individuo da bocciatura in prima elementare.

“Non sei contento? Ti cedo il testimone? Io sono stanco, molto stanco. D’ora in avanti continuerete voi e mi ricorderete come uno dei padri.”

Lo guardo con aria interrogativa, da dietro il bavaglio non ero bravo a parlare, ed il discorso non è esattamente quello che mi sarei aspettavo di sentire.

Il suo corpo è minuto, scimmiesco. Si muove davanti ai miei occhi nervoso, a scatti.

Ha lo stesso sorriso di un posseduto.

“E’ arrivato la fine del turno ed ora, per qualche tempo, parlerai con Terra”.

Non fu gentile nell’accompagnarmi verso la mia fine e qualche momento dopo mi ritrovai seppellito, in mezzo ad urla dantesche, soffocante.

Nell’umido.

Questa non doveva essere una giornata ideale secondo il mio oroscopo.

Rimasi fermo immobile, ascoltando gli altri urlare, cantare e pregare.

Quando l’ossigeno finii e l’anidride carbonica iniziò a farmi fischiare le orecchie, come un rombo ingesibile, nell’istante in cui il volume dei miei timpani divenne assordante, lei prese a parlare lentamente.

Subito pensai fosse Louise, perché la voce aveva le stesse note sensuali e monotone. Capii solo dopo che questo era un discorso famoso, che presto mi avrebbe cambiato l’esistenza.

“Dalla mia nascita sono stata vostra amica. Amicizia pura, pulita, immacolata.

Nel ciclo degli esseri viventi, nel lento scorrere del tempo il mio rapporto è stato di pura generosità. Non ho chiesto nulla di più di quanto voi foste coscienti e disposti a dare volontariamente.

Ho accettato le vostre guerre. Ho visto i vostri orrori. Ho respirato per oltre un secolo il vostro smog, la vostra plastica. Come esseri immaturi e curiosi siete portati a fare errori, che è necessaria la “sopportazione”, la pazienza.

Credo che un milione di anni di pazienza possa essere sufficiente.”

Rimase qualche istante in silenzio, lasciando crescere l’attenzione.

“E’ stata l’atto più innaturale che io possa concepire convincere una creatura ad uccidere un suo simile, ma la mia vita dipende da chi mi abita e voi siete ormai solo un batterio fastidioso, ingordo.

Ho provato con il primo e l’esperimento ebbe successo. 23 vittime in poche settimane. L’unico errore fu di non capire che la persona più vicina a quella donna aveva doti innate e particolari. Sai di chi parlo, sai che la prima vittima fu Louise.

Tu sei quella persona con doti eccezionali, invidiabili. L’unico in grado di ascoltare l’essenza di una civiltà, di prevedere gli eventi ad essa strettamente legata.

Sai che tuo fratello gemello fu il primo serial killer che riuscii a creare.

Ora tocca a te, tocca agli altri 100 seppelliti in questa fossa. Vi scaglierete gli uni contro gli altri ed io tornerò pulita, sicura, ospitale. Avete spinto il pedale a fondo, ora il motore vendica l’usura.

Chiamatelo ‘Rifiuto’.”

Non ho parole per rispondere, non c’è l’aria necessaria per modulare suoni, per far vibrare particelle. La mia testa sembra in apnea e cedo alla pressione dell’arresa.

La Terra ha la soluzione.

Era questo che mi diceva la mia dote, i miei Resti, non “la soluzione è la terra”.

-o-

Sento la mia mano sinistra sdridere dal dolore, fossilizzata in un male eterno, come se un incudine l’avesse stritolata e stirata. Il mondo tornò a flutti, lentamente. In gola sentivo il retrogusto del sangue e un paio di denti traballanti.

Tiro il respiro, profondo, e mi stupisco di trovare abbastanza aria per riempire i polmoni completamente.

Sento qualcosa sbattermi contro la testa.

Vedo rosa attraverso le palpebre, come se fossi illuminato da una luce fortissima.

“Bella collana” mi dice qualcuno.

E’ Block.

Mi tasto il collo e scopro una ferita, nuova, simile al segno che le calze lasciano sui polpacci. Potrebbe essere viola, come un segno di strangolamento. Ha bordi frastagliati e profondi. Sanguina leggermente. Sono sdraiato, sento un peso addosso. Sono intorpidito dal dolore.

“Il macellaio, quel signore che ti siede addosso, e che ha un foro decorativo sulla testa che devi avergli regalo tu, è stato imbeccato a vendere resti umani al mercato nero, poche ore dopo la nostra perquisizione irregolare. Gli è venuta voglia di farla fuori dal vaso, di guadagnarci in organi di contrabbando, mangiando alcuni resti e vendendo filmini snuff.

Dio ti ha fatto bello, Terry… non ti avrebbe ucciso comunque, probabilmente”.

Iniziò ad armeggiare con la giacca, in cerca di qualcosa

Mi tasto il collo, ipnotizzando dalle sue parole. Meravigliato fin al midollo di non essere vicino a Louise, ad accarezzare i suoi capelli.

Di “Terra” Block non sa nulla, ed io non ho nessuna voglia di dirglielo. Magari domani.

“Dal canto suo, non aveva neppure torto, faceva fuori tutti quelli che avevano dei punti in comune con lui, che in qualche modo gli somigliassero. Aveva iniziato da ragazzino su internet, uccidendo le identità che assumeva e che poi non riusciva più a gestire. Da cosa nasce cosa.”

“Fantasioso” sussurai grattando le corde vocali.

“Se così si può dire… “

“L’essere umano non vuole farsi rinfacciare nulla, da nessuno.”

“Vai a farti dare un occhio al pronto soccorso, filosofo. Hai Giorgia in ospedale per overdose di nuke, ma dicono sia fuori pericolo… anche questa giornata per te non sembra un gran affare, eh?”

“Cazzo!”

-o-

Forse di mortale, per la strada, da oggi ci sono io.

Era un sogno o Terra mi aveva sputato via, espulso verso il suolo, scegliendomi per la mia dote? Mi aveva fatto uccidere il macellaio? Cosa era successo in quegli istanti scomparsi? Gli altri 100 vicino a me erano morti?

Forse sono io il nuovo serial killer.

Davanti ad un negozio di musica gli Alice in Chains rimbombavano debolmente. Ammettono, sopra le ultime note, “… killer is me” .

Il Resto del momento, lucido e nuovo, è “Urgenza”.

Il suono di questo Resto è arzigogolato ma agile.

“Sono cadavere, come te Louise”, pensai, baciando mentalmente l’immagine che avevo di lei.

fine.

  1. 3 Settembre 2009 alle 12:50 Giovedì, Settembre 3, 2009 | #1

    erri :-)
    tiro rapido 2005, giro rapido 2006.
    grazie, anche il tuo era bello e infinitamente più coraggioso del mio.

  2. Mattia
    5 Settembre 2009 alle 10:03 Sabato, Settembre 5, 2009 | #2

    Racconto bellissimo e imprevedibile… hai una dote….complimenti

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