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Archive for Maggio 2009

A proposito di anticristi

25 Maggio 2009 Caino Lascia un commento

Corre il ‘94 e il capolavoro massimo non è arrivato. Antichrist Superstar è ancora nelle balle del reverendo, un gioiello feticista così vivido che avrebbe appannato la musica a favore dell’immagine.
Seppure Marylin Manson dichiarò che all’inizio sembravano una brutta copia degli Slayer, di musica ne ha sempre fatta poca e male. Antichrist Superstar era un concetto a tutto tondo, un concetto fatto di protesi, apparecchi odontoiatrici, lacci emostatici, sedie da barbiere, corsetti, larve e farfalle, confusioni sessuali multiple ed un Willy Wonka scappato dalla sua fabbrica di cioccolato al latex.
Con “High End of a Low” Marilyn Manson è diventato un cake face*, e tutti i suoi dischi sono dei cake date**.
Incasellato, ordinato e predetto.
Ma prima che tutto fosse Reznor-izzato, prima che Antichrist Superstar venisse prodotto e prima che Brian Warner iniziasse a scendere la china con Dita Von Teese, c’era un ritratto americano, di una famiglia americana, che è andato perduto.
Persino per il sottoscritto che venne affascinato da Beautiful People, quando ai tempi Silvestrin aveva i capelli lunghi e viveva a Londra e su MTV passavano persino i Soungarden e i P.U.S.A., persino il sottoscritto non riuscì a tracciare la rotta e il significato dei primi due dischi di Marilyn Manson.
La cosa bella della musica alternativa dei primi anni 90 era che potevi amarla senza capirci un cazzo di come avrebbe suonato il disco o la canzone successiva.  Sarebbe stata più country, più lenta, più elettronica, magari rubata da un disco dei Killing Joke o da uno di Morrisey. Ti sarebbe piaciuta al settimo e sudato ascolto e ne avresti capito il significato.
Se Antichrist Superstar è un caso completo, studiato in tutte le sue sfumature morbose,Portrait of An American Family è solo naturale: suonato come un disco punk più lento e porno da un band glam lobotomizzata [e Twiggy Ramirez non stava neanche tanto in piedi e non portava neppure i pantaloni].
Portrait è un disco che non restituisce un’immagine finta, è un disco seviziato, preso in giro, legato e allucinato. E’ mansoniano prima che Manson venne generato, è Brian Hugh Warner da bambino.
E’ la larva che diventa la misera farfalla di Holy Wood o Eat me, Drink.
Gli unici che hanno ascoltato questo disco nel 1994  sono quelli che l’hanno comprato per errore. Un metallaro l’avrebbe trovato ridicolo, un punk l’avrebbe trovato noioso, le persone normali l’avrebbero trovato rumoroso.
Eppure è un caso di spontaneità musicale e di contenuti fantastico.
E’ un disco per umanisti, filosofi, ma soprattutto per sociologi.
Get your Gun, Lunchbox, Cake and Sodomy predicono Columbine e massacri correlati. Non perchè traumatizzano giovani menti in fase di crescita, ma perchè fotografano quelle menti.
In “Ritorno dal nulla” , anno 1995 tratto da Basketball Diaries di Jim Carroll [a suo volta scrittore e musicista "punk"], DiCaprio entra nella sua classe con un Remington 870 e mentre sorride trasforma la sua classe in intonaco vermiglio.
Nel 2005 è uscito l’inguardabile “Super Columbine Massacre RPG!”, simpatico gioco per ascoltare Manson in pace senza commettere reati involontari.
E se Columbine è il caso più famoso, beh, pensate che ci sono stati solo 13 morti [autori esclusi].
In Virginia nel 2007 i morti sono stati 33.
Se vi state chiedendo se è una cosa “moderna” allora nel 1966 ad Austin, in Texas, i morti furono 14.
Pare che il cielo sia blu, che l’acqua sia bagnata, che le donne abbiano i loro segreti e che due fucilate in una scuola facciano così tanto ritratto americano.
Non è tanto colpa di Manson se questo “Portrait of An American Family” riflette la realtà.
E’ colpa sua se in fondo ha fatto un disco musicalmente così mediocre per raccontare qualcosa di importante.
Però negli anni ‘90 ascoltavi un disco quindici volte, perchè ogni canzone era così dannatamente diversa dall’altra.
Alla fine te lo facevi piacere.
E così mi piace. Tanto.

“You can not sedate all the things you hate”,
Dogma, Portrait fo An American Family [1994], Marilyn Manson.

* cake face si dice di persona troppo truccata, il cui viso di squaglierebbe al contatto con l’acqua.
** cake date
si dice di appuntamento dove c’è solo la torta [in pubblico] e niente sesso.

Categories: rigurgito

Il martirio dello spettatore, Martyrs.

24 Maggio 2009 Caino Lascia un commento

Se nella mia vita ho usato il concetto di “disturbante”, allora scusate. Ho sbagliato.
Come voi avrete sbagliato a dire “sono triste” prima di avere un lutto in casa, come avrete sbagliato a dire “sono senza soldi” prima che la banca vi telefonasse a casa, come avrete sbagliato a dire “ci sto uscendo di testa” senza aver mai preso citalopram, paroxetina, prozac, zoloft, fevarin, seropram, elopram, sereupin, seroxat, dumirox, maveral, cipralex .
Eccediamo nelle espressioni per essere sicuri di attirare l’attenzione.
Esageriamo cosicchè le nostre storie non passino inosservate.
Quando avremo storie degne di una definizione allora alzeremo le mani come se spingessimo via il nostro passato e ci scuseremo.
“Questo” è disturbante, e lo è in tutti i modi.

Tutto il resto di quello che ho visto, che non sia categorizzabile come “mondo movie” o “snuff”, non è sufficientemente disturbato, morboso, cattivo e alienante. E se avessi visto uno snuff non sarei di certo qui a dirvelo a meno che non voglia rischiare la galera.
Però l’idea non è quella.
Martyrs non è sangue, torture, budella, scuoiamenti. E’ quello, ma concettualmente è tutt’altro.
Non impantatevi sull’emoglobina, le piastrine, i glubuli rossi, bianchi, i trigliceridi, il ferro ecc.ecc.
Il risultato finale non è Saw, non è L’esorcista, non è Venerdì 13. Non è ribrezzo o paranoia. Se per voi è quello, allora siete un caso patologico di totale assenza di empatia ed emozione.
Se l’unico scopo dell’Arte, in qualsiasi forma, fosse quello di portare a riflettere, a scuotere il pubblico, Martyrs sarebbe un capolavoro.
Ma è una storia capace di danneggiare il pubblico.
Se avete da smerigliare una ringhiera, la ruggine che la sta divorando, fatelo.
Se dovete levarvi dei punti neri, germi di miglio, brufoli bianchi, peli incarniti, è meglio che mettervi a guardare Martyrs.
E non perchè Martyrs è brutto.
Perchè Martyrs è troppo bello per non poterlo ammirare. E come me, dopo starete male. Con lo stomaco rivoltato, masticando cibo e senza sentirne il gusto, con qualcuno che magari poi vi chiede “Che c’è” e tu sei troppo frastornato per spiegare in che modo possa averti stuprato un film.
Tutto quello che vedrete è in qualche modo esistito e per motivazioni molto più futili e meno nobili.
I concetti sono reali. E dopo aver visto Martyrs sono i concetti che vi perseguitano.

Come nuda e cruda esperienza narrativa, come storia, come cinema, Martyrs spezza la banalità narrativa in tre tronconi. E’ obbligato a fare l’occhiolino al clichet, obbligato a richiamarlo, per spazzarlo completamente via. Questo è un grande limite.
Per difendersi, il film sente l’obbligo di citare il banale per dimostrare di non esserlo.
Si mette sulle punte dei piedi per dimostrare la sua altezza, quando era già alto a sufficienza.
Martyrs in questo fallisce. Fallisce nella necessità di voler essere troppo esplicito.
Fallisce nell’essere troppo poco “Sartre”, nell’essere troppo poco “una storia che dovrebbe far vergognare il lettore” per essere troppo “una storia che fa vomitare il lettore”.

Tuttavia il cinema europeo ancora una volta sbeffeggia gli americani.
Attendo beffardo il prossimo remake con i soliti Charlize Theron, Naomi Watts ebblablablablabla.

Categories: cinema, scrittura

Not an inutility: Yooouuutuuube

6 Maggio 2009 Caino 2 commenti

Motivi pratici per cui questa cazzata non è una cazzata.
Durante una narrazione in genere l’ascoltatore salta da un paletto all’altro. Attende il momento propizio per far saltare la propria attenzione da un momento all’istante successivo. E’ un processo comune, dovuto al fatto che non si considerano vere parole e veri concetti un buon 50% di quello che viene scritto, suonato o filmato.
Il processo narrativo è molto meno liquido di quanto si possa pensare per cui in tutte le narrazioni c’è un sacco di brodo di dado, e noi saltiamo da un tortellino all’altro per sentirnee il gusto.
Se il brodo è piacevole è già tanto.
Non ricordiamo un film nella sua interezza perchè ci concentriamo in determinati momenti narrativi.
Yooouuutuuube non è una cazzata per questo.
Perchè mentre sta raccontando ti permette di seguire quello che ti interessa, riproponendolo fin quando gli occhi non vengono catturati da qualcos’altro.
Prima guardi in alto a destra, poi in basso, poi a sinistra, poi di nuovo a destra.
La tua attenzione è massimizzata dalla presenza, a volte, di più istanti narrativi significativi nello stesso attimo, cosa che non può accadare in una singola narrazione sequenziale.
E’ narrazione “multitasking”.
E’ un caso di arte involontaria, generata da qualche riga di codice.
E alcuni esperimenti sono semplicemente meravigliosi.
Aphex Twin – Come to Daddy
Converge – No Heroes
Elvis Presley – Jailhouse Rock

Categories: narrativa, pensieri