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Archive for Marzo 2009

La concezione della metafora di Predator

22 Marzo 2009 Caino 1 commento

«Noi non siamo pedine sacrificabili. Ma che t’è successo?» Dice Dutch
«Io mi sono svegliato. Svegliati anche tu.» risponde Dillon

Presupposto primo: qualsiasi opera intenzionalmente ludica non ha alcun valore se privo di significato e di concetto. Non esiste il godimento fine a se stesso e non esiste opera umana sufficientemente vuota che sia in grado di far provare piacere.
Non esistono lustrini, luccichii, pensieri superficiali che diano piacere. Per quanto qualcosa di “semplice” e “inutile” possa sembrare innocuo, privo di metafore e fine a se stesso, in realtà nasconde simboli, letture e differenti gradi di analisi.
Ovvero, le cazzate non piacciono se sono solo cazzate. E se piacciono, allora non sono solo cazzate. Rappresentano qualcosa.
E le cazzate che non ti piacciono, quelle non contengono nulla che tu sia in grado di capire.
In realtà, delle cazzate ti piace proprio il contenuto che sfugge ma che viene assorbito indirettamente.

Nel 1986 tal Jonathan Pollard viene dichiarato colpevole per aver venduto documenti top secret americani a Israele, in Oklahoma un impiegato di nome Patrick Sherrill abbatte a colpi d’armi da fuoco 14 colleghi prima di suicidarsi e in Italia il 27 ottobre si tiene il Giorno Mondiale della Preghiera.
L’anno dopo esce Predator di John McTiernan ed in Italia Quark gira uno speciale su una nuova innovativa tecnica di ripresa a raggi infrarossi – tecnica che verrà utlizzata per simulare la visuale in prima persona del Predator.
Il film è sufficientemente bello per diventare un culto, per trasformare il sette volte Mister Olympia e cinque volte Mister Universo in un cyborg 2.0 diretto da James Cameron e nel Governatore della California nel 2003.
A tal riguardo è anche interessante notare quanto Arnold Schwarzenegger si sforzi di ribadire nei comizi cose come: “Se non barate [cheat] l’America è il paese delle opportunità”. Come se la storia dei suoi glutei non fosse mitragliata di steroidi illegali.
Tuttavia, siamo sicuri che il Predator sia l’alieno cattivo che brutalizza uno squadrone di Forze Speciali in piena America centrale?

Le metafore che rombano intorno alla pellicola sono infinite.
C’è il concetto di caccia indiscriminata dove l’uomo rappresenta il “tordo” e il Predator lo yankee con il Winchester, ma c’è il confrontro tra il vecchio e il nuovo per tutta la durata della storia.
La cosa umiliante è che uno dei messaggi nascosti è “il futuro non vi migliorerà”.
Esatto.
Predator non solo rappresenta una macchina da guerra, ma rappresenta il cinismo del nostro io futuro e la lunghezza proporzionale del suo uccello: fino dove può un Predator pisciare? Fino a quale sistema solare può arrivare per svuotare le sue olive?
Questo concetto è tutto fuorchè alieno.
Chiedetelo a Bush.
Predator è la dimostrazione pratica che l’evoluzione non vuol dire nulla. Potremo tornare ad essere brutti, credere a riti goliardici conditi di teschi e ad andare in giro nudi grugnendo.
E Bush non era forse un predator? L’orologio a cristalli liquidi che aziona il soldato squamato dopo essere schiacciato da un bilancere di Arnold non visualizza forse la durata del suo mandato trasposto in secondi?
E Predator rappresenta ancora molto altro. Giuro.
Lui è la nostra faccia di cazzo che si nasconde e fa danni in silenzio, con cattiveria, molto invisibile, e siamo noi che ci facciamo sparare da un M60 e riusciamo a cavarcela con pochi graffi.
Non è forse la storia di tutti quella di essere “estranei” combattuti dagli “indigeni”? Non eravate dei Predatori il giorno che siete entrati nella vostra classe dopo che avete cambiato casa? O il primo giorno di scuola guida? O la prima volta che volevate fare “all’ammore”? In tutte queste scene, ammettetelo, non volevate essere solo dei brutti figli di puttana come Predator armati con un cazzosissimo fucile al plasma e fare dei buci del culo aggiuntivi a  quello stronzo del futuro Governatore della California detta “La Patria della gnocca Ossigenata”?

Predator quindi, non è una cazzata.
E’ roba seria.

Laccio americano

16 Marzo 2009 Caino 1 commento

La quintessenza fondamentale del Wrestiling sono gli albume d’uovo, i push-up, il Vicodin, il Dynabolon, il GH, il Winstrol, il Viagra, i barbiturici, le lamette da barba, le tutine in lycra, il sesso da quattro soldi chiuso dentro un cesso con la puzza di sudure e il trucco da mercato rionale che ti si scioglie in faccia.
Tutto il resto è materiale misterioso. 
The Wrestler vede un Mikey Rourke in grado di sciogliersi totalmente nei panni di un lottatore, un clone di Bret ‘The Hit Man’ Heart, che si strugge e si squaglia di fronte alla vita. 
Se immaginate una palestra di poser, tra riflettori e steroidi e soldi facili, avete un’ idea di quel mondo.
Tutto il resto è materiale misterioso. E per noi italiani è insondabile.
Dopo i primi venti minuti shock,  finzione-doping-delirio, tutto il film è solitudine. Rourke si annega in se stesso, lo stesso Rourke che era un pugile e una telecamera a spalla lo insegue zoppicando.
Prendete Rocky in clima perdente tipico di Bukowski e ci siamo.
Riassunto: “Per quanto tu possa tirare pugni una vita può andare storta e non c’è verso di raddrizzarla.”
Uomo al tappeto, salto dall’ultima corda, suplex, titoli di coda. 
Tutto il resto è materiale misterioso.

Categories: scrittura

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12 Marzo 2009 Caino 1 commento

Avevamo l’importanza del gas di petrolio liquefatto.
Ci avevano messo in fondo, ed in fondo se avessimo preso fuoco non avremmo ustionato nessuno. Pierre si sarebbe tirato su i calzini, Jeremy avrebbe continuato a farlo con il naso. E noi avremmo fatto il rumore di un pneumatico che perde la sua atmosfere urlando nel fuoco. A fine lezione si sarebbero girati ed ecco la firma della nostra esistenza. Ombre negative contornate dalla aura malevola nera di foliggine.
In fondo, dice il Rettore, non disturbate quelli davanti.
<<Siete GPL>>
E quelli davanti galleggiavano come metano.
Avevano camice, cinture in cuoio, maglioncini dolcevita di lana sottile, pantaloni i velluto verde ed io ero sicuro che avessero persino dei cuori rossi. E del sangue vero.
Le ragazzine portavano qualcosa di simile ai collant.
Non erano quelle di Betty Page, ma neanche un telone da circo.

[...]

Slipstream, New Weird & Avantpop [Pt.1]

12 Marzo 2009 Caino Lascia un commento

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Slipstream è un termine che definisce opere letterarie di narrativa fantastica a cavallo dei confini che separano le convenzioni di un genere da quelle di un altro o altri, e che pertanto non si possono agevolmente collocare nei confini di uno solo di essi, si tratti di fantascienza o di fantasy rispetto alla narrativa cosiddetta mainstream (nel senso di “narrativa convenzionale e maggioritaria”, priva di elementi fantastici).

Lo scrittore di fantascienza Christopher Priest ha scritto relativamente allo slipstream che: “In letteratura può includere Angela Carter, Steve Erickson, Paul Auster, Haruki Murakami, J. G. Ballard, Jorge Luis Borges, alcuni romanzi di John Fowles. Nel cinema sono esempi recenti di pur slipstream Memento, Essere John Malkovich e Intacto“.

Il termine slipstream, limitatamente alla letteratura, venne coniato dall’autore cyberpunkBruce Sterling in un articolo originariamente pubblicato dalla rivista e giornalista SF Eye1989). Egli afferma che (n. 5, luglio “…questo è un tipo di scrittura che ti fa semplicemente sentire molto strano; come pure vivere nel ventesimo secolo ti fa sentire strano, se sei una persona di una certà sensibilità.” La narrativa slipstream è stata di conseguenza definita “the fiction of strangeness” (la narrativa della stranezza) che è una definizione altrettanto chiara di quelle più comunemente in uso.

Lo slipstream, per come viene indicato nel paragrafo iniziale, cade nello spazio che s’apre tra la fantascienza e la narrativa mainstream (e da questo termine deriva ovviamente slipstream). Alcuni sostenitori della letteratura mainstream tendono a evitarla perché è troppo strana, mentre alcuni fan della fantascienza tendono a evitarla perché non è abbastanza strana. Alcuni romanzi slipstream impiegano elementi tratti dalla fantasy o dal realismo magico, ma non tutti lo fanno. Il fattore comune che unifica questi testi letterari è la sensazione surreale che lasciano al lettore. La maggior parte dei lettori che non hanno mai sentito parlare di slipstream, riconosceranno I nomi di autori come Christopher Priest, Margaret Atwood, Karen Joy Fowler, Steve Erickson, Douglas Coupland e William S. Burroughs, che hanno scritto romanzi riconducibili alla definizione di slipstream.

Il concetto di slipstream coincide in parte con quelli di avantpop e New Weird; probabilmente vanno letti tutti e tre come tentativi di pensare un complesso movimento della letteratura attualmente in corso.

Categories: scrittura

L’arte imita la vita, la vita imita la TV

10 Marzo 2009 Caino Lascia un commento

E te ne rendi conto quando capisci che le persone stupide esistono. Che non sono un caso di poca “applicazione” – del tipo Signora mia, suo figlio non si applica – tantomeno non sono casi di ignoranza. 
La stupidità esiste e quando te ne accorgi è come prendere una ginocchiata contro il comodino nell’oscurità totale .
Sussurri “Ahi” come un cane, imprechi due settimane di Santi ed eccotela lì.
La stupidità
Cuochi che si ritirano in Thailandia per vendere le proprie ricette.
Ottantenni che ti rubano l’ugello dei lavandini del bagno.
Io che lascio il latte dentro un frigo poco funzionante per una settimana.
Spreco substrati di lingua, saliva e neuroni. Spreco atomi che girano sempre più vorticosamente scaldandosi e consumandosi. 
La stupidità esiste ed è shockante.  
Ci sono persone tarate e c’è arte da buttare nel cesso. 
Non sarebbe giusto continuare a pensare che tutta l’arte ha un valore perchè esprime un pensiero. E non sarebbe giusto pensare che tutte le persone hanno un’intelligenza perché sono in grado pensare. 
Almeno un megatelevisore del cazzo, plasma panasonic – grazie -, farebbe il punto della situazione. 

Giuro.