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Desert Session

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Alle sei del mattino siamo nati nel deserto insieme al Sole.
Siamo dentro piccoli canyon e un cammello mastica. Le pietre stratificate tutto intorno, ogni strato è simile ma diverso. Più spesso, più giallo, più pietroso.
Ogni strato è un pianeta Terra precedente. Viviamo sopra una matrioska di pianeti Terra.
Questo presente riveste il passato come un guanto. Il futuro ci seppellirà. Fisicamente.
Viviamo dentro un pianeta sempre più grosso, secolo dopo secolo, e finiremo per inglobare la Luna. Basterà un ascensore per arrivarci.
Fa un caldo che anche Dio vede doppio. Mancano pochi minuti alle 9 ed io sono convinto che le persone possano sublimare in pochi istanti.
Solide, gassose. Svanirebbero come scoregge. Se immagini mezzogiorno in mezzo all’asfalto, in Sicilia, non ci sei neanche vicino. Il caldo è simile, il tuo stupore però ti spalanca gli occhi che le pupille rotolano fuori.
Il cammello mi guarda, io guardo l’albero che sembra la  versione wallpaper di un albero del deserto. Quant’è storto e bianco e figo e per bruciarlo basterebbe davvero sbattere un pezzo di selce contro l’altra come dice il Manuale dell’Uomo Primitivo.
La polvere sa di Africa e il mio sputo è pittura. E’ tutto così rosso e giallo ocra che le mie scarpe non sono in tono con il mondo.
Striscio kitsch pressato dal Sole e il cammello mi guarda.
Lui che è vestito di velluto e che si è cagato anche addosso.

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