Archivio Mensile: dicembre 2008

Choke, ovvero soffocare, ovvero soffocato.

Questa è la cosa più bella del titolo in questione:

Per tutto il resto, passate oltre.  

Se stai per entrare al cinema, evita.  Tra un paio di minuti vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finchè non sei ancora deluso. Salvati.Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli. Tanto, ringiovanire non ringiovanisci. Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. e poi sarà sempre peggio.
Quello che trovi qui è una brutta trasposizione cinematografica. E la cosa triste è che non è come tutte le trasposizioni cinematografiche, condensate-stuprate-amputante, ma è solo brutta. E vuota.
Non è neppure più la stupida storia di un ragazzino stupido.
[*parafrasato da*]

Clark Gregg, che proprio non poteva far a meno di essere anche attore oltre che regista nel suddetto film, poteva fare di meglio. Sopratutto, dell’altro. Un corso serale. Due palline anali in gomma anallergica e una paletta da spanking in cuoio texano.
La trasposizione di Choke, ovvero di Soffocare di Palahniuk, uno dei quattro libri che rappresentano l’apice del suddetto scrittore, anche se in verità il sessodipendente Victor Mancini rappresenta il personaggio meno riuscito rispetto a Tyler Durden o Brandy Alexander o Tender Branson [il mio preferito da "lucchetto sul ponte"], è fiacca e falsa. E’ un cartonato poco colorato e con belle facce sorridenti e ben pettinate.
Ma facciamola corta.
Non sono tanto gli attori e non è tanto la mancata aderenza della pellicola al film, discreta se dimenticate il finale [e fidatevi che se avete letto il libro il finale lo maledirete a sufficienza], ma è l’incapacità della sceneggiatura e della regia, e direi anche degli scenografi e dei direttori della fotografia, a non rendere il libro.

Non c’è il ritmo, anche se c’è un ritmo diverso, e non ci sono “i colori” della storia.
Il sarcasmo diventa comocità.
Il grottesco diventa cazzata.
Il tragico diventa una specie di scena seria all’interno di un film comico.
C’è un parallelo tra due libri che adoro e le loro trasposizioni cinematografiche. Uno è questo Choke, e il rispettivo Soffocare, e l’altro è Scanner Darkly, e il rispettivo Un oscuro scrutare di Dick.
C’è una sottile somiglianza. Nessuno dei due film sgarra troppo nei confronti del libro, nessuno dei due ha brillato nei cinema, gli attori sono stati bravi. Ma qualcosa non va. In qualche modo hanno lo stesso spessore come “bontà di realizzazione” o come “grado di riuscita”.
Scanner Darkly è coraggio montato a neve con il rispetto al libro, oltre che l’amore di Linklater per lo scrittore.
Choke invece è un film “solo”.  E’ un film divertito dalla propria esistenza. E’ un film che si chiede: “Cazzo, mi hanno davvero girato con degli attori famosi a Hollywood?”
E questo film allora sorride a tutti e ammica come una sedicenne in tutù.
La cosa tragica, lasciatevelo dire, è che a Portland, quello stesso giorno che il libro correva in tutina in lycra, c’era Chuck Palahniuk e il suo compagno in tutù che correvano per strada urlando “Perfida!” o “Arcigna!” a chiunque capitasse a tiro. 
Chiamatelo isterismo ormonale, poi passate oltre. 
Così Choke appare senza dimensione mentre affoga la sua storia in mezzo a pochi personaggi stolti. Non c’è un mondo, non c’è uno spazio di normalità per fare il confronto. Siamo in alto, a diecimila metri, ma non vediamo terra. Allora potremmo essere anche a duecentomila metri, oppure su un tapis roulant con un cartone azzurro tutto intorno.
Non abbiamo riferimenti. 

Questo film, preso così, è idiota quanto uno Scary Movie. Tutti sono scemi e tutti sono pervertiti.
Ahimè, questo non è il sarcasmo di Palahniuk, tantomeno la sua voglia di strafare.
Palahniuk lo prendi sempre sul serio, sempre. E questo è difficile da rendere e questo non è stato reso.
E il finale, cazzo, il finale, ecco l’addio alle metafore e all’unica cosa che rendeva quel libro davvero unico. 

Per tutti gli altri: OK, guardatelo. E’ divertente.

p.s. ovvero rigurgito parte b: Altre piccole cose pignole da notare. O da dire.
Non fate film di libri che necessitano mezzi economici e coraggio.
La madre di Victor non dimagrisce, non si avvizzisce e non sparisce fra le lenzuola. Prendete The Machinist, e quello sì che era un Bale “adatto alla parte”. Quella era dedizione e soldi. E poi prendete Bale sei mesi dopo in Batman.
Altra dedizione, altri soldi.
In Choke, Denny non diventa muscoloso.
In Choke, Victor non cambia colore, e non dico blu, ma non diventa neppure un po’ pallido mentre soffoca.
In questo film nulla si muove.
Ripetono le battute e i fatti del libro diligentemente, anche con trasporto e interpretazione.
Per dire, io ho imitato il sergente Hartman insieme a mio cugino durante il pranzo di Natale.
“Io vi ammazzo a forza di ginnastica vi faccio venire i muscoli al buco del culo che ci potrete succhiare il latte senza cannuccia!!!”  [cit.]
Ed è stato un successone.  

p.p.s. ovvero rig. parte c.
Potrei dire che, anzi ho detto che, scrivere Infinite Jest non rende felici.
Forse potrei dire che scrivere Fight Club, farlo dirigire da Fynch, interpretare da Norton e Pitt, vedere il risultato, rende un pochino felici. Forse molto felici.
Però ecco, potrei dire che scrivere Choke, sentirlo nominare da migliaia di persone come “il loro libro preferito” e “il tuo miglior libro”, apprendere che diventerà un film e poi vedere il risultato potrebbe farti aspirare al suicidio.


Cogito, ergo Proxy

Partendo da una citazione cartesiana, la stessa citazione rigurgitata in questo blog, Ergo Proxy è un esempio di come si possa fare del “crossover” narrativo.
Non accontentandosi di Cartesio l’anime in questione chiude molti dei suoi significati dentro un’altra citazione, questa volta di Michelangelo Buonarroti, mostrata all’inizio del primo episodio:

Caro m’è ‘l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ‘l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso.

Pur non essendo mai stato un otaku, ma rimanendo da sempre affascinato dalla capacità giapponese di inventare storie realmente nuove,  Ergo Proxy rappresenta per molti motivi la mia visione di connubio tra metafora e forma. Significato e azione.
Per farla breve, questa storia fallisce da subito nell’originalità: siamo nel futuro, a metà tra Blade Runner e Matrix, dentro una città-cupola isolata dal mondo esterno a causa dei soliti disastri ecologici di cui siamo già colpevoli e i cyborg,  detti “autoreiv”, si ammalano di un virus chiamato Cogito che, guarda-’n-pò, li rende un po’ troppo pensanti ed emotivi. Intorno a tutto questo c’è un eroina dark con il trucco impeccabile [leggere feticismo], il protagonista sfigato [leggere "il giapponese otaku qualsiasi"] e i Proxy [leggere "creature mostruose che spiegheranno probabilmente il significato della realtà"].
Per fortuna, l’originalità non è esattamente “tutto”.
E, carissimi, non c’è più nulla da inventare in narrativa.
Nata su ispirazione dickiana Ergo Proxy si arrampica con un ritmo in tempi dispari alternando visioni e suggestioni e, così come si potrebbe dire per Evangelion, fa uno shampoo di immagini e azioni per aprire la fine della narrazione alla libera interpretazione.
E’ curioso come in Oriente abbiano il vizietto di nascondere storie complicatissime, suggestioni filosofiche, dietro i dettagli principali di un anime: bei disegni, bella protagonista, protagonista sfigato, crisi esistenziali.
Raccontata per dettagli, questa storia è notevole persino per il dizionario di parole che utilizza.
Dovrete capire cosa è un Proxy. Ed è strano anche associare nuovi significati alle parole.
Non mi stupisce pensare che un probabile nuovo “2001 Odissea nello spazio” possa essere un anime giapponese.
E mi stupisce ancora meno il fatto che in occidente possa essere considerato solo come un “cartone animato”.
Però Ergo Proxy è sensuale da far male. E’ velluto per gli occhi.
Ed è spigoloso per il cervello.
Pare che chi racconti in termini negativi, apocalisse e catastrofi e armageddon vari ed eventuali, dimentichi che ha l’obbligo, nonostante tutto, di rendere piacevole il viaggio, seppur senza far ridere.

Se la barca sta affondando, almeno lasciateci suonare.


Happy Nu-Xmas

Avevamo pochi giorni.
Eravamo in tre, e tre è il numero che non va bene per nessun gioco. Nessun passatempo poteva adattarsi ad una parentesi che sarebbe stata eterna. Magari sarebbe sbucato un pallone da sotto il letto in qualche cameretta, in una delle tante case vuote, e avremmo potutto giocare a turno in un uno-contro-uno con portiere.
Ma il tempo non sarebbe passato.
Il tempo era diventato eterno ed immobile. 
Era tornato ad essere quello che tutti avevamo dimenticato che fosse. 
Nessuno ci avrebbe tirato per il colletto della camicia, nessuna multinazionale con nuove tecnologie scintillanti e nessuna nuova droga e nessuna modella puttana ci avrebbe trascinato attraverso le nostre vite.
Non avremmo avuto nuovi desideri per i quali immolare i nostri giorni. 
Niente ci avrebbe fatto dimenticare i momenti che sarebbero gocciolati via. E lo sgocciolio ci avrebbe fatto impazzire. 
Avevamo pochi giorni, e fra molti giorni, senza batterie e senza corrente elettrica, tutte le lancette dei secondi sarebbero svanite. Sarebbero diventate solo astine che indicavano direzioni casuali. 
Il tempo sarebbe tornato ad essere siderale.
Avevamo due corde, una latta di benzina,  due zaini con scatolette di fagiolini, piselli, cavoli di Bruxelles. Niente pistole o fucili, solo due coltelli da cucina. Uno per il pane, lama lunga non seghettata punta rotonda, uno per il formaggio di quelli con la punta che sembrano due corna appuntite. E per sei mani, tre destre e due sinistre complete più un’altra sinistra esplosa all’altezza del terzo metacarpo, non erano poi molto.
Per la strada qualcuno urlava e quello che facevamo, io e lui e l’altro, era infilare meglio le orecchie dentro il cappuccio e dentro le tese delle giacche. Allungavamo i passi e piegavamo di più e ginocchia, come per diventare più bassi.
C’erano lente spirali di fumo sull’orizzonte, Buick schiantate e accortacciate contro i marciapiedi e spalmate dentro le cabine delle fermate dall’autobus. Una nonnetta rantolava da giorni con il sangue alla bocca e quaranta centimetri di intestino tenue disposto a formare un punto interrogativo e un freccia che indicava il sole.
Chi sopravviveva non li uccideva neppure più. Chi sopravviveva non si scambiava neppure le domande di rito.
Io non sapevo i loro nomi.
In tre non è difficile pensare che ogni domanda è per entrambe, e che ogni domanda merita sempre una risposta.
Ogni domanda, nel nuovo presente, ha due risposte.  A volte completamente opposte, a volte identiche. 
Il tempo era infinito ma avevamo verità. Non avevamo molti desideri e speranze, ma tutti li avevamo in comune.
Babbo Natale sarebbe arrivato con un solo pacco e sarebbe bastato per tutti.
Finalmente.


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