Archivio Giornaliero: 26 novembre 2008

Ridefinizione di storie

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“Dead Set” è l’ennesima ridefinizione di una storia.
Perlopiù, insieme a “28 giorni dopo” e “28 settimane dopo” di Danny Boyle, è una delle migliori produzioni di Zombies & Co. di tutti i tempi. La differenza è che è la prima [mini] serie tv che tratta l’argomento.
Quello che si sono inventati a questo giro è di ambientare tutta la storia intorno al Grande Fratello inglese. E se state pensando “bella cazzata” state sbagliando. E di grosso. E’ difficile non farsi una lunga flebo da 3 ore dopo averne visto i primi dieci minuti.
Come stercorari che prendono a spallate la propria merda, noi prendiamo a spallate le nostre storie. Le facciamo rotolare ancora e ancora, le facciamo viaggiare, ingrandire. Lasciamo che abbiano la stessa forma, ma diverse composizioni, diverse direzioni.
Dead Set prende la reclusione volontaria, il dramma del voyeurismo televisivo degli ultimi 10 anni, e lo analizza. Mentre ci sono le budella di un concorrente che saltano fuori dal suo addome, in realtà stai pensando sul concetto di fama e successo. I fan che vorrebbero anche solo un pezzetto del loro amato.
I film di morti viventi sono analisi, e non solo horror movie.
Sono metafore a base di sangue, tombe e morsi.
Per ogni periodo storico e sociale negli ultimi 50 anni c’è un’orda di morti viventi che tracciano una metafora e un’analisi precisa. Prendete “La notte dei morti viventi” e avrete uno scontro a pieno carico della cultura americana contro la guerra del Vietnam, prendete “Zombi” ed eccovi [più facilmente] il consumismo, la massificazione, ma anche una frecciata alla nascita del punk e del popolo MTV.
Abbiamo persino una puntata  ["Homecoming"] di Masters of Horror diretta da Joe Dante dove i morti viventi tornano dall’Iraq per votare contro Bush. Ma questa è storia recentissima.
Romero avrebbe detto: “Voi fate finta di nulla, ma i morti del mio film ci sono e sono vostri parenti, amici, sconosciuti del vostro stesso paese. E forse torneranno a prendervi.”
E Romero avrebbe detto: “Voi fate finta di nulla, ma siete pecoroni in gruppo che anche da morti vi ammassereste dentro un supermercato.”
Non è neppure un caso che “Rec” utilizzi telecamere in soggettiva e riprese amatoriali, così come Dead Set senta la necessità di inquadrare morti viventi sbavanti di fronte a televisori che proiettano le immagini della casa del Grande Fratello. E mentre loro sono morti, dichiaratamente “morti”, e non sanno capire la differenza tra la realtà e la fiction mentre avvicinano la faccia ai televisori, c’è da chiedersi quanti di noi di fronte ai programmi Mediaset e Rai siano vivi.
Narrativamente il genere “zombie” è una miniera di dimensioni inimmaginabili. Potrei scriverne per un anno e trovare sempre cose nuove da dire. Qualsiasi film o libro o fumetto riesce a coprire una serie di elementi che difficilmente si possono coprire con qualsiasi altra storia di fantasia. Ora vanno di moda i vampiri [vedesi True Blood, Twlight e Let the right one in] ma sia loro, che l’uomo lupo, Frankenstein [anche se poi concedetemi di pensare che in qualche modo anche lui sia un morto vivente] non ricoprono la stessa gamma di situazioni ed emozioni con la stessa efficacia ed attualità.
I Morti Viventi hanno una “libreria” di situazioni, come i film disney [vedesi "crude verità narrative"], ed ogni volta la ridefinizione, la ri-narrazione è il momento cruciale di una storia. Non mi stuferò mai di vedere uno dei personaggi principali che viene morso e che nasconde la propria ferita sperando di non diventare “uno di loro”. Questo accade in ogni salsa. Nel 2004, ne “L’alba dei morti viventi”, venne partorito il primo bambino zombie. Ed il padre era solo un padre qualsiasi, con le lacrime agli occhi.
Queste storie hanno a disposizione fatti basilari,  un background apocalittico, personaggi in lotta tra di loro per la propria salvezza, hai qualsiasi rapporto affettivo umano strafatto di ormone della crescita. Un’amicizia diventa più importante di qualsiasi assegno, un’amore l’unico elemento fondamentale.
I Morti Viventi degli ultimi dieci anni ormai si sono presi la licenza di correre.
Romero li ha fatti parlare ne suo terzo e quarto capitolo.
In “Fido” i morti viventi sono più che semplici amici.
The outbreak” è il miglior survival game su web [e che non dovreste assolutamente perdere].
Max Brooks è diventato famoso dopo aver scritto “Manuale per sopravvivere agli Zombi”, un vero manuale che tratta seriamente l’argomento, ed ora il suo ultimo libro “World war Z” diventerà l’ennesimo zombie-movie.
“I love Sarah Jane” è stato premiato come “Best Narrative Short” al Nashville Film Festival del 2008. Potete, anzi dovete, vederlo qui.
Ogni settimana, in media, esce un film, un fumetto, un libro, un sito, un cortometraggio di morti viventi.
Non è un caso. E quando lo dico la gente mi guarda strano. Mi guarda strano perchè è dannatamente vero.
Tracciamo una storia, la raccontiamo fino alla nausea. Raccontiamo la stessa storia con obiettivi diversi.
Spingiamo palline di merda a spallate.
Tornando a Dead Set, per me è la ridefinizione del genere, il nuovo termine di paragone. E’ semplicemente coerente, cattivo e furbo.
Io amo gli inglesi.
Gli inglesi amano gli zombie.
Io adoro gli zombie.
E il cerchio si chiude.
Se solo potessi fare la comparsa cadaverica in qualche film.
Mi piacerebbe da morire.


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