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Archive for Settembre 2008

Io sono Melvin

25 Settembre 2008 Caino Lascia un commento

Avevamo deciso di chiamarci “Melvins”.
Melvin era il cognome di un tizio che era finito sulla prima pagina del quotidiano locale perché era stato arrestato mentre rubava alberi di Natale su un viale cittadino.
Ed era così assurdo, ingenuo e ridicolo. 

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Shortcut

22 Settembre 2008 Caino 3 commenti

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Volevo fare un post molto lungo sulla questione, purtroppo non ho il tempo e la forza di raccogliere abbastanza informazioni. E la questione sono le elezioni americane. Quindi se Obama non vince prima che metta in fila le idee forse riuscirò a partorire il post.

Facendo il nodo, possiamo definire la corsa alla presidenza americana come un immenso lavoro di narrativa.
A differenza dell’Italia, dove perlopiù i leader basano la loro strategia giocando al rialzo di utopie, miliardi di posti di lavoro, pensione per tutti, sistemi sanitari che guariscono il momento stesso in cui pensi di avere un raffreddore, in America non si vendono promesse, e non solo quelle, ma una storia vera e propria.
Si vende il futuro Presidente come un passato, un presente e un futuro. Tre momenti narrativi distinti e intrecciati, con un plot e un colpo di scena.
In America stai per premiare qualcuno con una specie di Grammy, e non eleggendo la persona che gestirà il tuo paese.
In Italia usiamo dei pubblicitari,  slogan veloci come frecce, in America usano sceneggiatori veri e propri.

Una cosa che io adoro nella scrittura è lo shortcut.
Racconti una storia, fissi alcuni paletti principali e alla fine crei uno shortcut sull’episodio.
Esempio: Una donna al supermercato soppesa tacchini e scambia il prezzo dei tacchini. I tacchini da quattro chili costeranno come quelli da tre, quelli da tre costeranno come tacchini da 4.
Lo shortcut è raccogliere questa storiella in due o tre parole.
La Signora Trasformatacchini.
La Tacchinatrice.
La macchina umana antigravitazionale.
Con 4 o 5 shortcut è possibile riportare un’intera storia di cinquecento pagine sull’indice del lettore.

Tornando alla questione dei democratici e dei repubblicani che urlano e si scannano in tv, Obama dice: “Un maiale con il rossetto è pur sempre un maiale.”
Ed ecco che Sarah Palin diventa uno shortcut.
I suoi sceneggiatori hanno costruito una storia, la concorrenza l’ha ribattezzata.
Maiale con Rossetto.

p.s. Detto ciò, i democratici sanno [anche] scrivere meglio.

La persona depressa [ed Infinite Jest]

15 Settembre 2008 Caino 9 commenti

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Benché non mi sia mai sentito di consigliare Infinite Jest, conscio del fatto di lanciare un tomo di millequattrocento pagine addosso al malcapitato, lettore che si sarebbe trovato mesi e mesi di lettura delirante, complessa, con un vago retrogusto fantascentifico ed ironico, costretto ad immaginare che quel tomo rappresenti a conti fatti non una semplice storia, tantomeno un agglomerato di semplici storie – immaginatele pure come mille serpentelli, dove ogni protagonista è perlopiù una testa e dove la famiglia Incandenza ha lo stesso colore e code di diverse lunghezze, perchè le code in fondo non fanno altro rappresentare le loro vicende passate – quindi tirare un intero universo addosso a qualcuno, almeno per me, è reato. Prendete Stephen Hawking e immaginatelo corrervi addosso con Plutone e i suoi anelli, oppure se preferite una pena più grande e lenta, considerate quel pallone marrone doppiostrisciato di Giove e i suoi figli che vi arriva addosso.
Quindi, responsabilizzato dalla morale che mi obbliga a non uccidere nessuno tirando pianeti ed atmosfere, nessun mondo animale o vegetale da terminare nell’esplosione uomo-pianeta che in fondo non produrebbe nulla di più di un misero squittio, come un chicco d’uva sotto l’edizione Fandango del libro sopracitato, evito sempre di dire “leggilo”.
E se lo dico è più qualcosa come, “leggilo ma io non te l’ho detto”.
A volte mi limito a fissare qualcuno per ore impossibilitato ad esprimermi di fronte alla paura di un possibile rifiuto di un estraneo, o peggio ancora di un amico, di leggere David Foster Wallace e La Sua Opera Maggiore, mentre altre volte fisso il malcapitato, che se è una donna statisticamente urlerà “mi guardi le tette” a insaputa del fatto che io sono un “lato-B-ista”, e guardandolo cercherò di incutere-incidere-inchiodare nel suo cervello che i suoi prossimi soldi andranno a finire a rimpolpare quelli che da oggi in poi saranno i crisantemi dello stimatissimo scrittore post-moderno. (E questo tra l’altro mi fa pensare che forse lui dei suoi soldi non ha più bisogno, e che forse potremmo pagarlo in merda, in capelli, in unghie e in sangue di bue per concimare i suoi fiori.)
Consigliereste dopotutto del tabasco nel cappuccino?
Delle caramelle pynchoniane con acciughe e ricoperte al limone?
Il succo è, cari saputelli, che nessuno di voi potrà esimersi dal condividere che un vero pianeta, e persino i suoi satelliti, anche quelli con nomi buffi come Ijiraq o Trinculo, possiedono una forza conservativa tipica dei corpi dotati di massa, per quanto riguarda la meccanica tradizionale, mentre per i relativisti questa forza è legata alla geometria non euclidea dello spazio-tempo.
Se ci stiamo capendo, stiamo quindi parlando di forza di gravità ed Infinite Jest, indubbiamente, ne possiede una pari o superiore a quella della Terra, cosa che per altro spiegherebbe la quantità di racchette e di palline da tennis che rimbalzano in tutto il libro.
Ma se questo non vi spaventa sappiate che la sua gravità vi colpirà come una maledizione e così come nessuno vi ha mai detto che “cadrete” in quanto vittime della forza gravitazionale terrestre, e se non ricordate quando ve l’hanno detto la prima volta è per colpa della vostra memoria e del fatto che eravate troppo piccoli, mentre tutte le altre “seconde volte”, che sono quelle che ricordate adesso, tipo vostra madre che ve lo urlava dalla finestra mentre imitavate i piccioni in piedi su una staccionata, le consideravate solamente e inutilmente retoriche, sappiate che Infinite Jest vi cadrà addosso.
Voi ci cadrete dentro.
Più leggerete libri, più entrerete in libreria, più prima o poi vi troverete a bruciarvi nella sua atmosfera, nella nuova America rinominata ONAN, a chiedervi quale sia realmente l’Anno del Glad.
La cosa tragica è che finito di leggerlo, con il libro saldo nelle mani, urlerete: “Se potrei scriverlo io, sarei felice per sempre” e questa, scusate il cinismo, è una cosa che è stata dimostrata come falsa.
Scrivere Infinite Jest non porta alla felicità. E urlando quelle parole, come se vi stesse guardando allo specchio, vi renderete conto di essere inadeguati. Per sempre. Sarete un pianetucolo senza vita, al buio, vicino ad essere inculati proprio da Hawking e i suoi buchi neri, mentre desidererete una capacità che in fondo porta alla morte.
In quella condizione, orfani della Lettura del tomo, distrutti dal fatto che neppure scrivere un capolavoro possa regalarvi il nirvana, vi ritroverete in crisi di astinenza e vi mancherà un pezzo di voi stessi, come se Infinite Jest fosse un vostro parente, come se poteste far soffrire di meno Don Gately.
Imparerete a guardare con più attenzione gli uomini in carrozzella.  Il Qebeq.
Finalmente, in un tripudio di neuroni sovraeccitati, poserete quella cazzo di penna, o quel pc, grande o piccolo che sia e inversamente proporzionale al vostro pisellino geek e al vostro stipendio, e capirete che voi non avete proprio un cazzo di niente da dire.
Non avete una storia.
Non avete un personaggio.
Non avete una sola idea che valga la pena di diventare l’appendice dopo le suonerie di Tv, Sorrisi e Canzoni.
L’unica speranza, cari omiciattoli, è dimenticare, così come non vi annotate l’odore e il colore delle vostre feci ogni santo giorno.
Dimenticato Infinite Jest allora troverete cose nuove da dire [falso], nuovi modi per dirle [falso], nuove situazioni [falso], nuovi sentimenti da descrivere [falso], troverete qualcosa di geniale da raccontare [falso].
E alla fine sarete felici. [FALSO. FALSO. E FALSO.]
Lo stesso DFW non avrebbe più scritto un Infinite Jest.
E tuttavia, questo mi secca. Mi mancherà.
Da lui, io ho imparato (anche) questo.

Non è possibile.

14 Settembre 2008 Caino 4 commenti

E’ un brutto sogno, ti svegli e dici che non è possibile.
Non è possibile. Cazzo. 
Impiccato, come un idolo del cazzo. 

David Foster Wallace

David Foster Wallace was found dead last night at
his home in Claremont. 
“His wife told Claremont police that the novelist and humorist
who wrote ‘Infinite Jest’ hanged himself Friday night. He was 46.” 

Viva Charles Bronson

11 Settembre 2008 Caino 4 commenti

Questo post era un commento a lui e a questo punto di vista. Poi ho deciso che come commento era troppo lungo. Ed allora lo sposto qui, perchè è un commento che richiede commenti.

Riassumendo, il nocciolo del tema è Dexter, la serie tv con il poliziotto serial killer.
E’ doveroso notare questa contraddizione che, messa giù in qualsiasi forma e in qualsiasi lingua, è di per se un perfetto incipit.
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer.”
Breve e semplice.
 

Saltiamo.
Prima stagione carina, mediamente tesa, plot in costante aumento di contraddizioni, personaggi profondi quanto si possano trovare in un thriller da 19 euro a copertina rigida, e blablabla. Basata sul libro “La mano sinistra di Dio” di Jeff Linsday, è un lavoro netto, pulito e dignitoso. 
La seconda stagione parte goffa ma inannella un paio di incastri notevoli. Si nota la differenza fra una sceneggiatura nata da un romanzo e una sceneggiatura nata direttamente per lo schermo.
La prima è goffa e sovrabbondante di incastri e dettagli, la seconda è snella, agile e inizialmente impacciata.

Nel post citato c’è l’accusa “ikea stile”: una serie funzionale ma non un trionfo orgasmico.
Colpito, perfetto. Vero.
Manca “gore”, splatter, raccapriccio degno di un serial killer.
Tuttavia non ha “foglie di fico”.
Raccontando qualcosa non si deve mai saltare o vergognarsi di descrive situazioni o aspetti della storia. E questo lo si deve fare compatibilmente con lo stile e il modo di raccontare.
In “Dexter” non ci si può aspettare in un trionfo di amputazioni e sangue degno di The Texas Chainsaw Massacre.
Dexter è ikea style, funzionale e privo di fronzoli.
E Ikea non mette fregi Luigi XVI nei suoi mobili. 
Non ci sono scabrosità e persino in situazioni limite non vi è il livello di dettaglio che le renderebbe pesanti.
Esempio: Dexter da bambino piange in una pozza di sangue: basta scurire il sangue per rendere realistica quella scena, e volutamente non viene fatto.
Eccone due motivi: la possibilità di mandare in onda quella serie in seconda serata, il fatto che l’aspetto ironico e l’ottica sia preponderante rispetto al sadismo visivo.

Tutto questo dovrebbe spingere a focalizzarsi sull’ottica narrativa di questa serie.
Dexter è un continuo monologo personale, egoista e scorretto, di una persona in lotta tra le proprie necessità e il modo per far rientrare i propri errori nell’accettabilità umana.
E’ una persona che per approvare se stesso non scappa dalle proprie perversioni, ma cerca di direzionarle nel modo più corretto.

E’ per questo che ha consensi: ognuno di noi fa cose tremendamente sbagliate ma cerca di applicare un proprio codice di accettabilità e di tolleranza. Se la società condivida o meno, non fa differenza.
Lo fanno tutti e tutti si ritrovano in Dexter.
Dexter uccide qualcuno di cattivo, noi mangiamo il pasticcino e poi andiamo a correre il lunedì mattina.
Dexter butta a mare l’ennesimo cadevere, noi anneghiamo l’ennesima sigaretta nel nostro portacenere colmo.
Quello che facciamo è associare il nostro senso di colpa con il suo.  E non vorremo associare la nostra persona e la nostra condotta a vermi, corpi putrefatti, cervelli spappolati. 
Vi immedesimereste in John Wayne Gacy?
Dexter funziona perchè una macchia di sangue è così tanto simile allo sbaffo di marmellata di ciliegia del quale siamo colpevoli. 
Per il resto, ok, non è un capolavoro.  Forse fa proprio cagare.
Ma notata che ha una metafora, ha una coerenza narrativa, ha uno stile. Non credo sia poco. 

E finiamo dicendo la verità.
Il vero incipit di Dexter sarebbe:
“Salve, sono un poliziotto. E un serial killer di serial killer.”
Ed ecco che di Dexter non ce ne frega più nulla.
Non c’è mordente, è solo l’ennesimo giustiziere e per di più poliziotto e quindi semi-autorizzato.
Mi manca Charles Bronson.

Monografie: Tigre acquattata, dito nascosto.

7 Settembre 2008 Caino 1 commento

Siamo nel suo ufficio e io sto guardando la sua doccia. Jeff ha questa enorme doccia,  un “enorme” proporzionato all’ufficio altrettanto enorme, e io gli chiedo se posso usarla. 
Non so per quale ragione, perchè io non ho detto bucco di culo, non ho detto ano, non ho detto rai2, crea-merda, raccoglitore-emorroidale, sfintere, retto, porta posteriore, sedere, uscita di sicurezza, produttore di concime, lato b, tafanaro o mandolino o corridoio, e non ho detto neppure buco nero o occhio marrone, che Jeff dice: ”Conosci Hopoate?”
Dice: “Dovresti informarti.” 

Il 21 marzo 2001 la partita West Tigers e North Queensland non è ancora finita che tre giocatori si sono beccati diverse ditate in culo. 
Non sopra, intorno o sotto. Ma dentro il culo.
Questa è una storia vera.
“Sentii delle dita. Lui le stava spingendo su per il mio ano,” disse Bowman, ala destra dei North Queensland. “Ero disgustato, non potevo crederci. Se lui fosse stato un vero uomo non l’avrebbe mai fatto.”
Morrison disse: “E’ stato tremendo, mi fece male. Faceva pressione con tutta la sua forza.”
Bernard Cross, l’avvocato difensore di Hopoate, disse ai giornalisti che era stato un tacchetto della scarpa. Come se una scarpa, un tacchetto di gomma, fosse identico ad un dito.
Il giocatore del North Queensland Jones, un’altra vittima, non aveva dubbi nel tatto della sua zona anale e nella sua capacità di riconoscere dita e tacchetti.
Vedesi anche “rugby proctologico”.
Il giocatore neozelandese Hopoate venne squalificato per dodici settimane  perchè colpevole di aver “interferito” con gli avversari. Soltanto un anno prima, nel luglio del 2000, la squalifica fu di sole quattro giornate a causa di altrettante ditate esplorative. Sempre nel 2000, le altre ditate vennero convertite in penalità sul punteggio. 
Il commissario giudiziario Tim Hall disse: “In 45 anni di rugby non ho mai avuto a che fare con qualcosa di altrettanto disgustoso.” 

Nato a Tonga nel 1974, John Hopoate iniziò a giocare a rugby sin da bambino. 
Divenne un giocatore professionista all’incredibile età di 19 anni e confermato come titolare solo nel 1995 quando come riserva segnò 21 volte e si piazzò secondo in classifica dietro il suo compagno di squadra Steve Menzies.
Nel 2005 verrà obbligato a lasciare in maniera definitiva il rugby e i campi da gioco. 
E’ ricordato come  ”il giocatore più volte squalificato nella storia moderna del rugby”.

In tutto questo una delle cose migliori furono i titoli della stampa e gli articoli.

Il Manager di Hopoate punta il dito sulle pubblicità.
Il manager della discreditata stella del rugby John Hopoate sta considerando di fare causa contro la New Zeland Cancer Society [società per la cura e prevezione del cancro, nda] per la foto utilizzata in una delle loro pubblicità che ritrarrebbe il giocatore intento a infilare un dito nell’ano dell’avversario.” 

 

 

 

In quella stessa stagione, il 2001, i Melbourne Storm segnarono il record della vittoria più schiacciante ai danni della squadra di Hopoate.
64 a 0 .
Sessantaquattro punti sono la testimonianza ineluttabile che le dita di John aiutavano. 
Tuttavia i North Queensland, forse per sicurezza, sempre nel 2001 si posizionario immediatamente dietro ai West Tigers nella classifica di fine stagione. 

Oggi John Hopoate è un pugile. 
In questa foto sembra sfidare il pubblico: “Chi vuole farsi FOTTERE dalle mie dita?” 
E visto lo sport, non sono più sicuro che continui ad usare un solo dito alla volta.

Crude verità narrative

4 Settembre 2008 Caino 5 commenti

Se questi vi sembrano solo moduli e tasselli poco importanti al fine narrativo, state sbagliando.
E quando pensavate che fosse una cazzata il fatto che nessuno inventa una storia “nuova”, perchè se ne replicano degli archetipi ben definiti, allora stavate sbagliando ancora.
Per chi non l’avesse notato, gli sceneggiatori e scrittori Disney sono quanto più vicino all’ingegneria letteraria che possa esistere. L’approccio delle storie non è creativo, ma progettuale. Tutto questo vale per anche per la Dreamworks, Blue Sky Studio, Sony Entertainment. 
E’ un modus operandi che a differenza dei normali film nei film di animazione è molto più chiaro e definito.
Si percepisce la trama come una tenda da campeggio ed ogni evento della storia è un picchetto che va a tirare le estremità in modo bilanciato e preciso. Altrimenti la tenda vola via o affoga nella pioggia.
Il target è così ampio che tutto deve essere bilanciato.
Ogni spettatore e lettore ha bisogno di alcuni momenti. Si aspettano di riconoscere situazioni, si aspettano di capire il problema e si aspettano una risoluzione della storia. 
Nel video qui sotto, quelle che vedrete non sono “piccolezze”, ma momenti chiave narrativi che funzionano. Se li guardate bene, noterete che non fanno parte della struttura principale plot, bensì degli angoli emotivi di quello che stanno raccontando.
Quello che state per vedere sono le risposte alle esigenze dello spettatore. 
E non stupitevi che le risposte siano tutte così identiche.
Eccovi i momenti che fanno sorridere, quelli che fanno piangere e stringere il cuore, ecc.ecc.
William Burroughs [due citazioni in due giorni... omg!, nda] diceva che il copia ed incolla in letteratura era consigliato, se non obbligato. E lo diceva molto prima della nascita dei personal pc.
Diceva: “Perchè scrivere da zero la descrizione di una foresta quando Conan Doyle potrebbe averlo fatto molto meglio di come potre farlo io?”
La trovate una bestemmia? 
Ed attraverso questo concetto, la scrittura, e qualsiasi gesto che porti a raccontare una storia, diventa minimalista, asciutto, ingegneristico.
Ogni giorno copiate il gesto di qualcuno che conoscevate mentre vi descriveva la sua nuova moto, ogni giorno vi imbroncerete come i vostri genitori quando qualcuno vi chiederà qualcosa di impossibile.
Vi atteggerete stupefatti come il vostro bancario con un collega, o piccoli come un neonato con le vostre mogli e i vostri mariti.
Userete situazioni e luoghi per raccontare altre storie ed ottenere altri feedback.
Vi imbroncerete come vostro padre per sfanculare un collega, non per mettere in castigo un figlio.
Popperete una tetta come un neonato per fare sesso, non per nutrirvi.

Avete una libreria di simboli, una libreria di azioni, una libreria di paesaggi e luoghi.
La state usando in ogni momento.
E lo fa anche la Disney. 

Visto che sarete vicini al non aver capito nulla di quanto sto dicendo, guardatevi il video di cui parlo.

 

p.s. Notate bene una cosa. Queste clonazioni arrivano dai tempi in cui la computer graphic non esisteva, o perlomeno non era allo stato attuale delle cose. Non esisteva il rigging dei personaggi, ovvero la creazione di una struttura ossea applicata ad un modello di un personaggio 3D.
Questo significa che le clonazioni sono state fatte a mano, coscientemente, senza trascinare e fare “tasto destro -> incolla”  da nessuna parte.

Torni indietro

3 Settembre 2008 Caino Lascia un commento


Ashes to Ashes, Faith No More 

 

Torni indietro e scopri che Jake Gyllenhaal si sta facendo di steroidi per interpretare l’eroe dei videgiochi di quando eri ragazzino.
Torni indietro e Google ha lanciato Chrome e la rete si sta rivoltando in preda a spasmi e orgasmi.
Torni indietro alla tua vita e qualcuno vorrebbe abbracciarti per quanto sei bravo mentre hai soltanto un milione di cose da leggere, di impegni, di persone e di libri. E in tutto questo non includi il lavoro che rappresenta a conti fatti circa il 70% del tempo in cui sei cosciente e non sei occupato a mangiare, cacare o a decidere se è meglio la maglietta o la camicia.
E mentre qualcuno dice che non può che peggiorare, argomento sul quale ho scritto una papiro che non so mai se pubblicherò, mi viene in mente Simcity.
Saltavi due piattaforme con il Principe di Persia, la tua vita eroica individuale non-steroidea, ma poi tornavi a Simcity. Dove la vera difficoltà non era Godzilla, le piogge torrenziali, gli incendi, gli aerei che si schiantano. Ma la vera difficoltà erano le strade che marcivano, le tasse che erano troppo alte e lo smog. 
Il tutto proporzionato al numero di abitanti della tua città.
Sei Dio, quella è la tua città che ogni tanto punisci con il tuo Godzilla Personale, tanto che creerai una band chiamata Depeche Mode che scriveranno una canzone intitolata “Personal Godzilla”, e tu in qualità di Dio capisci che la vera difficoltà è gestire il numero di persone.
Bastava creare un Canada o un Alaska, due persone per miglio quadro e tutti avevano un lavoro, una strada, una casa e niente smog. In Simcity nessuno ruba se tu sei Dio e nella tua cittadina tutti si conoscono.
C’ho pensato anche io, tutto non può che peggiorare.
Dimmi cosa è migliorato negli ultimi 5 anni. Negli ultimi 10. Dimmi un reale passo avanti negli ultimi 6000 anni.  Se due miliardi di anni fa non esisteva la razza umana, siamo sicuri che fosse davvero una nota negativa? Se una volta morivamo di tifo e di colera e di pesta, ora moriamo di cancro al colon e soprattutto non moriamo di meno. 
Dimmi quale tecnologia ha risolto realmente un problema senza crearne di nuovi.
Dimmi se una volta con tutte e quattro le stagioni si stava davvero meglio o se avevi comunque il problema del denim o della giacca a vento almeno due volte l’anno.
Dimmi se l’automobile ha ridotto le distanze, o se non ha bucato l’ozono e i sedili posteriori qualche imene di troppo.
Dato un limite di tempo abbastanza remoto, più persone condivideranno le stesse risorse naturali, la stessa aria, acqua e terra. Fino alla fine di tutto. 
Pensa che se il linguaggio è davvero un virus, allora l’essere umano non può che essere un parassita.
Quindi, ammazziamoci. Per i capelli si dice “sfoltire”.
Oppure scappiamo su Marte, tanto c’è l’acqua. Dicono pure che lo stiamo già inquinando con bacilli terrestri in grado di sopportare radiazioni e temperature marziane.
Per l’adsl sicuramente non possiamo capitare peggio che in Italia.
Quelli di fastweb e telecom mi hanno assicurato che non offrono copertura.

p.s. i commenti sono tornati.
Categories: rigurgito