
Ho un ripiano della libreria di tomi che non ho letto. Alcuni sono già stati letti da altre persone che non conosco.
Ho “Il Lercio”* sul comodino che ormai non parla più. Urla.
“Rotto in culo di uno spasticoide prendi ’sto fottuto libro e finiscilo. Mettitelo su per il culo. Fai qualche cazzo di cosa. Ma Bruce Robertson non lo fotti, amico. A Bruce Robertson non l’hanno fregato manco gli abo** del cazzo, finisci ’sta cazzo di storia o ti faccio fare la fine della sceneggiatura di Toal.”
E non è carino aprire la porta di casa, il tuo vicino che ti parla dei rincari del Dash e della Ferrarelle o del fatto che Paola Barale deve essere diventata una delle peggiori cocainomani dello star-system, una cosa che mi chiedo di quale cazzo di star-system possa parlare e quale star-system possa essere definirsi tale se c’è una che girava delle lettere di cartone con Mike, e insomma sei lì, nel pianerottolo, che dici che non esistono più i detergenti di una volta, quelli che puzzavano di animale e di cenere, e senti quello scozzese con lo scroto a scaglie e la tenia urlarti il benvenuto.
E’ Bruce Robertson, dici.
E il tuo vicino dice “ah” e non capisce che la tua coscienza c’ha ’sta voce tipo cantante degli Earth Crisis. Due corde vocali ruvide modello Tempesta di Sabbia al Sole.
Così quest’anno mi sta scivolando tra le gambe, come ogni altra estate.
Questa è la fine dell’anno e di cose ne sono successe troppe.
Posti e persone e amicizie e figli e matrimoni. Case. Mezzi a due ruote. La riscoperta della durezza dell’asfalto. Rincari del gasolio e cisti al coccige. La vita che mi viene raccontata da altri e bozze di romanzi da finire, da pubblicare, da sudarci ancora. Ci sono chitarre, storie d’amore finite dopo due terzi di un decennio, ci sono persone che amo.
Se conto i progetti potrei essere un architetto.
E’ il figlio di una mia amica con i suoi tre anni che mi ha detto che gli architetti sono la rovina di questa società. E’ biondo e ha gli occhi azzurri e portava una camicia bianca di lino. Qualsiasi cosa possa inventarsi, vestito da arcangelo, allora quella cosa è vera. Mi è venuto in mente che l’ha detto anche Manuel Agnelli con una trentina di anni in più sulla schiena.
“Resuscito” diventerà qualcosa come “Mi sbriciolo, quindi sono”.
Questa è la fine dell’anno.
Modestamente, sono alla frutta.
* “Il lercio” di Welsh mi venne consigliato mentre facevo delle foto a una divisa militare dell’inizio ‘900. Ero impressionato da quanto erano piccole e ingessate quelle giacche. Da quanti rattoppi e quanta puzza. Dal fatto che io non potrei fare finta di indossarle come non potrei fare finta di infilarmi la gonna della Barbie. Questa persona che scatta le foto insieme a me, dice che Welsh non è esagerato ma realista. Non è solo turpiloquio. Lo dice anche il Corriere della Sera. O la Repubblica. C’è il ronzio di due fari da 750watt e fa caldo. Il suo Mac dal pavimento vomita Diamanda Galas o P.J. Harvey.
C’è l’odore di un secolo di storia e polvere chiuso dentro un armadio di un museo.
Anche quelle divise sono reali, molto più che realistiche.
In entrambe i casi, le divise e il realismo welshiano, mi chiedo chi e come possa entrarci dentro.
E senza sembrare uno stronzo.
**abo = abbreviazione di “aborigeni”, nomignolo che nel libro viene usato per definire tutti gli australiani .