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Archive for Luglio 2008

Jenna Jameson Zombie

31 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

le foto

Categories: rigurgito

La libertà delle persone che conteniamo

30 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

“Qui” una volta avevamo la libertà, ora l’abbiamo barattata per un cellulare, un pacco di biscotti, una giornata di test sulla nuova Yamaha e per cinque posizioni in più su blogbabel.

La gente è strana. E puttana. [cit.]

p.s. in base a questo e questo

Categories: pensieri, rigurgito

Capolavoro annunciato

23 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

300 Generazioni…2 Messaggeri…1 Dilemma… Nessuna scelta.

Ambassadors Day è ambientato tra qualche migliaio di anni nel futuro, quando i superstiti della razza umana si sono rinchiusi per scappare dalle condizioni ambientali diventate ostili. Sono passate molto generazioni, e tutto quello che è rimasto per comunicare tra i rifugi sono gli Ambasciatori.

Dopo che la Fine del Mondo è diventata un mito disperso nei secoli,  due delegati si incontrano settimanalmente per scambiarsi le statistiche settimanali della loro gente. E’  un giono qualsiasi nella zona Rendezvous Zone Eight-Seven Northwest, fin quando a uno degli Ambasciatori viene ordinato di sparare al’altro. Rifiutando, l’Ambascaitore prova a sdrammatizzare la situazione.  Sfortunatamente questo problema è iniziato centinaia di anni prima, e nessun può fare qualcosa.

Vista la storia, visto la fotografia, visto le maschere a gas.
Mi hanno fregato.
Cazzo.

Categories: cinema, rigurgito

Elton John

21 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

David Fonseca, “Rocketman”

Categories: scrittura

Un salvatore, e non.

18 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

Dentro il mio cerchio nero c’è una panchina, del cemento, un uomo che si muove avanti e indietro con le sue scarpe eleganti. La scarpa destra ha il laccio che penzola. La camicia grigia gli è uscita fuori da un lato dei pantaloni. La giacca del gessato ha una lingua rossa che esce dalla tasca e penzola con il fermacravatta.
L’uomo urla e suda e la gente lo guarda.
Una vecchietta con un carrello della spesa gli passa accanto e lo fissa. Rallenta. Come farebbe allo zoo.
L’uomo urla e suda e tira un calcio al carrello. Tutto il contenuto finisce vomitato sull’asfalto.
Da dove guardo, l’uomo sembra frugarsi in tasca e si stringe nelle spalle, chinandosi. Come quando urli tanto. Come quando gli alveoli sputano via tutta l’aria e la testa ti gira e stai collassando.
Un camioncino FedEx inchioda e quasi non sento i pneumatici fischiare.  Un tizio di colore scende per raccogliere la vecchia dal suolo.
L’uomo che urla ed è fradicio per quanto suda, da dove guardo io sembra calmarsi.
Gli stanno dicendo di stare fermo. Di calmarsi. Al telefono c’è qualcuno che gli sta spiegando che il suo debito sarà estinto, che troveranno un modo per farlo pagare. La villetta vittoriana che ha nel New Hampshire, per esempio. E l’uomo urla.
Da dove guardo non sento, ma gli stanno dicendo: “Carl, datti una calmata.”
Deve stare fermo, cazzo.
E poi il nero della FedEx non dice nulla e lo segue e poi gli molla un rovescio sulla faccia.  Gli stampa le nocche sul naso.
Il telefono vola e chi gli sta parlando non può tenemi fermo l’uomo.
Il target sbatte la faccia a terra. La cravatta rossa si allunga come una striscia di sangue. Il fermacravatte brilla dorato e il tipo della FedEx lo raccoglie e se lo infila in tasca.
Credo lo stia insultando, con il suo dito nero e la sua giacchetta bianca e blu.
Non è al primo calcio e neppure al secondo che il tizio smette di muoversi. Il nero gli sta urlando contro.
La vecchia raccoglie le sue lattine, i suoi vestiti e rimette tutto nel carrello. La gente guarda e la vecchia scivola via per la sua strada, gocciolando piscio di paura come briciole di pane.
Il target è immobilizzato.
La FedEx lavora bene.
Ci ha fatto un film pure Tom Hanks.
Slaccio il tappo dell’obbiettivo. Con un occhio solo non vedo quanti stanno guardando.
Trattengo il fiato, aspetto che il cuore abbassi la frequenza dei battiti. Non tira vento o quasi. Uno o due nodi. Qualcuno nota il riflesso del mirino nel palazzo di fronte.
Punto e incrocio il target. Il botto ultrasonico a sessanta metri in linea d’aria è poco più di una sospensione di un Greyhound alla fermata.
Per terra la cravatta rossa e il sangue formano una croce.
Il target è martoriato, in posizione da Gesù Cristo. Le braccia spalancate, niente barba e niente capelli lunghi.
Il nuovo Salvatore sarebbe un impiegato, penso.

Di corsa, per tutti. Ed in ritardo.

10 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

http://img165.imageshack.us/img165/9982/smallineditaqv8.jpg

“Genovainedita”, De Ferrari Editore.
[Disponibile forse ovunque. Forse no.]

Ah, il mio pezzo non è in rete.

Quello che sei ti insegue.

10 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

E poi sei di nuovo un chitarrista.
Non ti ricordi dove devono andare i cavi di potenza, se sono 4 o 8 o 16 gli ohm che devi impostare, non ti ricordi qual è l’ordine per accendere il preamplificatore, il finale e collegare la chitarra per evitare il bump.
Hai paura che quando finirai le valvole non saranno abbastanza fredde per rimettere tutto in macchina senza farle diventare vetro rotto e filamenti di tungsteno.
Ma sei ancora un chitarrista perchè le orecchie non ti fischiano, perchè ti stupisci sempre di quanto picchia un rullante e del fatto che il volume è peggio del Vicodin. In ogni senso. Non ti basta, non ti soddisfa, ne vuoi di più e alla fine ti stordisce e non senti più un cazzo.
La mattina dopo la tua testa fa ogni tipo di rumore.
E’ come quando hai finito puzzle bubble e conosci tutti i livelli a memoria.
Metti la pallina lì, fai esplodere quel grappolo là.
Quattro volte l’intro, otto il verso, 4 il ritornello. Da capo.
Bridge. Assolo.
E’ tutto in ordine.
Dici, Cazzo. E ti viene il sorriso. E sudi. E non puzzi.
Sei un chitarrista, e c’è sempre qualcuno che sta sudando più di te.

Numero di serie per numero di ripetizioni.

7 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

http://www.hotmoviesale.com/dvds/3273/1/Twilight-Zone-80s-Season-1.jpg

L’episodio “Personal Demons” di Twlight Zone, il quarantacinquesimo tratto dalla prima serie della nuova versione andata in onda tra il 1985 e il 1986, non è il primo momento in cui si fa riferimento esplicito alla scrittura come materia crepuscolare, come una zona d’ombra in equilibrio tra l’assurdo e l’orrore.
“Ai confini della realtà” in tutte le sue edizioni e versioni è stata una serie di culto, fucina di attori e registi [Bruce Willis o Wes Craven] ma soprattutto un momento visivo di valorizzazione della qualità immaginifica e narrativa di molti autori [Bradbury, per dirne uno].
E’ da notare che al di là della zona d’ombra che dava il nome alla serie, quando invece “twlight zone” in verità indica un istante nella fase di atterraggio di un aereo in cui il pilota non vede l’orizzonte e perde punti di riferimento con il “reale”, è perlopiù una serie fatta di storie, basata sulla voglia di raccontare, di mostrare idee. Incollando una regia con degli attori ad una sceneggiatura, il reale tentativo era sputare idee. Non era importante la durata dell’episodio che oscillava tra gli 8 e i 25 minuti.
Non c’era l’attaccamento ad un preciso istante creativo, ma c’era l’attaccamento all’intero processo.
In parole povere, non stavano girando “Lost” con l’intento di farlo durare il più possibile, ma stavano girando una cinquantina di Lost per ogni stagione.
Questo approccio, scrivendo, raccontando, ai giorni nostri si sta perdendo.
Ci si sta attaccando alla riuscita del proprio “masterpiece”. Il capolavoro che se non va bene, al massimo ti lascerà fare il tuo solito lavoro.
Ma come si legge spesso, “la pratica ti rende perfetti”, e nessuno ha abbastanza tempo per fare pratica con la dozzina di capolavori che vorrebbe scrivere.

Nell’episodio citato all’apertura del post, tradotto come “Demoni personali” in italiano, uno sceneggiatore si trova nella disperazione di non riuscire a scrivere “qualcosa di veramente originale” da almeno vent’anni. Successivamente, mentre è di fronte alla propria macchina e osserva dei bambini, spunta un nanetto sfigurato, incappucciatto e con unghie disumane. Il protagonista scappa, ma il nanetto si moltiplica e iniziano a dargli la caccia. Lui urla e si dispera e nessuno vede i mostri che gli stanno rovinando la vita.
I nanetti distruggono qualsiasi cosa gli appartenga.
I nanetti ridono e prendono di mira la sua macchina, il suo divano di casa, tutti i suoi manoscritti.
Con i loro artigli e le vene varicose sui palmi delle mani.
Alla fine dell’episodio, 12 minuti e qualche secondo, il protagonista si ritrova costretto ad arrendersi.
Chiede: “Cosa volete da me?”
E il nanetto dice che per fare in modo che scompaiano, lui deve scrrivere una storia su di loro.
La scrittura è ancora questo.
Ossessione allo stato solido.
Isolamento, ma soprattutto ripetizione.

John Zorn è il Salvatore.

1 Luglio 2008 Caino Lascia un commento

http://www.telegraph.co.uk/arts/graphics/2008/04/04/bffunny.jpg

“Il nuovo Arancia Meccanica” è un filmetto riducibile in un riassuntino di cinque minuti, basato su una singola idea, interpretato da un Tim Roth lagnoso, un Michael Pitt misofobico e una Naomi Watts che sembra un Richard Ginori per l’intera durata del film.
Mentre Arancia Meccanica si basa su un ventaglio di metafore, quei due o trecento messaggi complessi, un pizzico di surrealismo, su un regista che tre anni prima aveva scritto quella “cagatina” di 2001: Odissea nello Spazio, Funny Games è bello i primi venti secondi e gli ultimi venti.
E questo è per i Naked City di John Zorn.
Okay, vi dico la verità. La parte bella del film è quella delle uova e finisce al momento della gambizzazione del marito.
Detto questo  siete di fronte ad una figata di film imbastito sull’America contro l’America, la borghesia contro la borghesia, il sadismo dello spettatore contro il sadismo dello spettatore.
Quel grandissimo Genio di Edoardo Vianello direbbe: Stessa spiaggia, stesso mare.
E’ un film che vuole mettere in pellicola gli stessi risultati ottenuti con l’esperimento Milgram o l’esperimento carcerario di Stanford. Ma probabilmente sarete troppo estasiati per informarvi.
Ora, fate una cosa, scrivete sui vostri blog che è una grandissima figata di film.
Che vedere la Watts che fa finta di non riuscire a rimettersi in piedi con le caviglie legate è divertente. Che le inquadrature che indugiano sul nulla sono artistiche. Che Roth è davvero realistico magari e che una gamba rotta può bastare a renderti inerme mentre ti inculano la famigliola. Che la scena del telecomando è veramente da sballo.
Poi, visto che ci siete, andate in un museo di arte contemporanea e anche se non capite un cazzo indossate quell’espressione di pura estasi che non sfoggiate mai.
Urlate che è l’unico film che può toccare il vostro punto G.

Categories: cinema, rigurgito