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Alcune tazzine in porcellana stile Liberty, un piatto Zildjian da 18″, due valvole Golden Dragon 6L6, tre paia di calzini Burlington a quadri rosaviola e bluverdi, un bisturi della valigetta da pronto soccorso da 15 dollari e 99, otto litri di ammoniaca, del mascara recuperato dal divano, un rossetto Dior Ultra Nude, tre gonne plissettate con tre magliette coordinate.
Una scatola da due etti e rotti di spille da balia.
Della vasellina.
Due uova sode.
Gettato tutto a caso in macchina, oggetti che parlano tra di loro. Bisturi che portano il rossetto e tazzine che scappano con la gonna. Incrociati, casuali, invecchiati.
Rinfusizzati.
Cose f/in-utili.
Il portabagagli della station wagon che diventa un bagnasciuga di oggetti, una marea informe con il mal di mare dettato dal mio tacco da dieci. Ogni stop, ogni verde, ogni vecchietta, la macchina rolla sul suo asse verticale, la mia testa becca l’aria e la mia nuca rimbalza all’indietro. La mia saliva dondola lunga e lucida fin quasi all’ombelico. Altra saliva secca che mi incrosta l’angolo della bocca.
Alla radio c’è Charlie Byrd e Scott Hamilton. La chitarra suona così secca e metallica che sembra usata per frustare il legno. Il sassofono struscia l’aria come moquette. Stanno usando un piatto Zildjian come quello che ho in macchina.
C’è del vomito sul sedile posteriore. Secco.
Spingo l’acceleratore. Le persone iniziano a sdraiarsi per terra. L’aria sta diventando di nuovo rosa.
Inchiodo. Una bambino con un dito nel naso si addormenta di colpo, sbatte per terra saltando via dal marciapiede, sbatte il gomito, il naso si rompe, il dito sembra un piercing che buca la cartilagine. Non urla, non si muove, non si rialza. Sto inchiodata la gomma sinistra a due metri dal suo berretto.
Io sono un po’ sul marciapiede ma lui è molto sulla strada. E con il naso intasato da un dito e da sangue e dal cemento che gli preme la faccia, il bambino russa.
Giro il volante, faccio urlare i pneumatici. Il pianoforte di Grant Green salta sul suo ciddì. Non era la radio, non esiste più radio, non esiste più internet, tv, telefono.
Tutti cadono come un domino.
E finische che ho sonno anche io. Spengo il motore perchè potrei svegliarmi domani ed essere senza benzina.
Quello che vedo è che sono scappata di duecento metri. Forse duecentodieci.
Spellbinder di Lee Ritnour inizia a tremare dalle casse. Qualche suono denso di una Gibson prodotto da qualche valvola. Magari le Golden Dragon che ho lì dietro.
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