Potrei riuscire a non amarti più, Jonathan.
Ho capito che ti sei ammazzato di Dick, di musica e chissà di cos’altro. Ne “La fortezza della solitudine” hai fatto ben più che raccontare una storia. Hai raccontato vite e intersezioni, hai elaborato la musica come colonna sonora di un libro, oltre che nodo di raccordo di tutti protagonisti.
In “You Don’t Love Me Yet ” mi hai fustigato sui coglioni. Mi hai fatto navigare 220 pagine con un’idiota di teenager che scopro alla fine che in realtà ha ventinove anni. Che a turno si è scopata il cantante, un cinquantenne pubblicitario, quasi il chitarrista e poi di nuovo il cantante. Mi hai descritto peli pubici maschili, note di basso pulsanti e chitarristi che suonano seduti.
Seduti? Ma seduti ’sto cazzo. Manco Keith Richards.
E per di più tutto questo succede in una realtà playmobile-style. Macchine che si schiantano e nessuno che impreca.
Questo libro dovrebbe essere veloce e romantico nella misura di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
Forse non capivo un cazzo, ma almeno Brizzi toccò qualcosa che non erano i miei nervi.
Dite quello che vi pare, una buona tortura è leggere un pessimo libro, ostinarsi a finirlo, e averlo pagato 15 euro.
Ci facciamo sempre male da soli.
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