“Dimitri, Dimitri! Cazzo! te lo dicevo della disciplina!”
Non è possibile, e non in quel modo, dico. “Dimitri, passano gli anni ma mica le cose rimangono uguali”
Si. Forse non siamo nella stessa routine, dico. E forse non siamo per davvero nello stesso loop do/while. Dico. Ma allora dove cazzo siamo? “Ci vuole più stomaco e risonanza. Dimitri, ci vuole passione e coraggio e quella cosa che ti fissi e non molli più. Ma non che non molli più chennesò, per due mesi o per due anni, ci vuole quella roba che ti incolli e non te la levi per due millenni. Tipo il catrame.”
Due milleni, manco delle tette in silicone, dico. Manco quelle durano. “Appunto Dimitri, pensa a due milleni. Almeno anche se duri una piccola frazione la tua vita è andata e passata. Tu sei carbonio 14 analizzato nel futuro remoto e la tua roba, quella roba che ti devi fissare, quella forse ha prodotto qualcosa.”
Quant’è vero che mi chiamo Dimitri, no, io non ci credo. “Disciplina Dimitri!”
E stomaco, dico. “E gola, e cuore.”
E culo. “Un film porno del cazzo, questa vita. Eh Dimitri?”
Chris Cornell quel giorno si era svegliato con una sigaretta in bocca accesa. Prima di tirarsi su dal divano, la seconda gli stava per bruciare le labbra. Il bicchiere sporco lo guardava dal lavandino e il rottweiler abbaiava. Il postino o un venditore porta a porta o chissà chi cazzo altro.
Quella settimana qualche giornalista di Billboard ha definito Ben Shepher l’uomo più depresso della terra. Kim Thayil passa le giornate al tavolo da biliardo e la Guild continua a prendere polvere. Matt Cameron è in sala prove a parlare con Eddie Vedder e sembra fantascienza. Oppure con i Temple of the Dog, sembra il lato A di una cassetta suonata male.
Il 9 febbraio del 1997 Chris Cornell è ad Honolulu e il concerto non arriva neppure alla frutta. Ben lancia il basso contro le casse e si leva dai coglioni. Thayil dice che è troppo vecchio [per 'ste cazzate] o oppure che è troppo giovane [per fare pop].
Un giorno di aprile del 1997 rotola via come una testa in una ghigliottina.
E loro sono finiti. “Le band sono come fidanzate.”
“Bleed together” va a definire, insieme a “Karaoke”, il testamento dei Soundgarden. E’ nato in quei giorni, ha assunto un senso in quei giorni. Le tracce erano state registrate anche un anno prima.
Non è un pezzo autocelebrativo, non è romantico, non è tecnico e non è un clone di vecchi successi. Diventa la B-side di “Ty Cobb”, una roba romantica che recita testualmente “sono una testa di cazzo, andatevene a fanculo tutti”. Ty Cobb era un giocatore di baseball.
Anche “Karaoke” si infila come b-side, ma in “Burden in my hand”, dove nel video il gruppo si disperde in fila indiana nel deserto, tra allucinazioni e scritte profetiche. E’ un pezzo di rock orientale suonato dentro un Orange da quattro boscaioli di Seattle. C’è il riverbero emotivo delle stesse atmosfere incise su “Fast stories…. from a kid coma” dei Truly, inciso qualche anno prima dall’ex-bassista della band, Hiro Yamamoto.
Nel tentare di leggere la storia dei Soundgarden al contrario, come se fosse un annuale di sport o una guida ai ristoranti della tua città, è possibile trovare tutte le sfumature della band, così compresse ed evolute da aver trovato delle nuove forme.
Così ci ritroviamo undici anni dopo, magari di fronte a “Guitar Hero” per Playstation, e che sia a PIccadilly o a Roma non importa, a guardare qualche ragazzino intento ad emulare la chitarra di uno dei pezzi più simbolici dei Soundgarden.
Un pezzo fatto di premonizioni dei fan e della band ["I know you're half afraid / Half amazed, all insane / I know it's all a cage / And all the rage / And all together gone"].
La batteria entra in quattro quarti, la chitarra strappa un bending su due corde e Cornell non puoi far altro che immaginarlo come sulla copertina di Superunknown.
Vita urlante.
Più potenti dell’amore.
UltramegaOk.
E se all’urlo di Cornell non ti vengono i capezzoli duri, allora sei troppo giovane.
E se non ti chiedi mai cosa sarebbe stato, allora sei un illuso.
Torni indietro consumato. Torni indietro vintage. Splittato come un humbucker.
Torni indietro che sai di cannella e smog e cajun. Le narici che per quanto le pulisci sono piene di roba nera. Anche se non puzza l’aria, anche se non vedi il pulviscolo della tua città, ti pulisci il naso con le dita e sembra che hai smontato la batteria della tua moto.
Torni indietro e ti fanno male le gambe, la schiena, i piedi, il culo, il dito più grosso del piede che ti si blocca in un barrè. Ti fa male il cuore. E la testa e lo stomaco e anche il tuo apparato digerente non sta bene.
Era William Gibson che diceva che nei viaggi l’anima torna indietro in ritardo?
La mia è laggiù, con la tua, e ci stiamo facendo di cannella.
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