Sei su disturbivulvari.it
Probabilmente se sei arrivata su queste pagine è perché hai un problema.
Magari sei una giovane donna, ed i medici ti hanno detto che sei semplicemente “depressa”. Forse ti senti davvero triste, sconsolata, hai perso fiducia in te stessa. Può anche darsi che tu da mesi non riesca a dormire bene, tutti segnali, in effetti, della depressione.
Ma nel frattempo hai sofferto, e soffri, di disturbi fisici come bruciore, arrossamenti, prurito e sensazioni di “punture” nella zona vulvare. Ti hanno fatto fare mille esami per la candida, per la cistite e centinaia di altre analisi.
Tutte negative.
Oppure, dopo la cura, i problemi si sono sempre ripresentati.
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Il sito in questione è serio. Non uno scherzo, ma un reale sito di assistenza per disagi e malattie di tipo sessuale.
Ho cannibalizzato questo “incipit” perchè è così dritto e veloce e bello che non se ne trovano tanti in giro.
Però, ripeto, è una cosa seria.
E sono sorpreso che possa essere scambiata per l’inizio di un racconto, di una confessione.
Come se gli autori fossero consci che ogni malattia è una storia, o come se si fossero resi conto che ogni cosa non può che essere un racconto con un capo ed una coda, un protagonista e un nemico.
E’ la testimonianza che la narrazione è un continuo sviluppo e che la tua attenzione vada rapita, senza i mezzucci di tre secoli fa.
Che sono come le scarpe di tre secoli fa. Come le donne di tre secoli fa. Come la musica di tre secoli fa.
Assorbite, amate, adorate.
Santificate, immortalate, elevate all’eccelso.
Ma passate.
Questo post riprende un discorso finito malamente, se no nsbaglio.
Ora, specificando questo e quindi specificando che non ho mica voglia di insultare e prendere insulti (dato il finale del discorso che ho citato), voglio dire una cosa.
La musica di tre secoli fa ti può benissimo rapire (e lo fa), con i “mezzucci” di tre secoli fa, appunto.
Stessa cosa per le scarpe e tutti gli altri vestiti, specie in questi anni che il vintage viene seguito da un gran numero di persone; tanto seguito che alcuni hanno usato la parola “fenomeno”.
E anche per le donne; credo che un po’ tutti siano affascinati dalla femme fatale di un secolo fa, per fare un esempio.
Credo che il punto sia nel non eclissarsi, nel non fermarsi su qualcosa.
Se il cinema avesse presentato solamente, per un intero secolo da quando esiste, la figura della femme fatale, ci starebbe stato tutto un bel “mìcoglioni, mò basta!”; ma non l’ha fatto (per fortuna), ha proposto una miriade di cose creando così una vasta scelta.
La vasta scelta, ecco cosa è importante.
Gli sparatutto in prima persona (per riprendere un esempio che avevi fatto tu, mi pare) in questi anni vanno abbastanza bene e infatti ne hanno prodotto di diversi, molti di buona qualità. Ma non è finita la produzione di giochi in terza persona, anzi sono sempre numerosi, questo perchè vendono sempre parecchio.
Senza contare che lo stesso sparatutto in prima persona è un “modo” di giocare ormai vecchio, non ha nulla di innovativo.
il tuo punto di vista è corretto, caliscetta. e vai tranquillo che io non scado nell’insulto facile o nella sfida a chi fa più citazioni, soprattutto nell’epoca di google, wikipedia e wikiquote.
Siamo in un’era dove non conta il sapere, ma il quanto in fretta riesci a ottenere informazioni.
Stiamo sopraffando il nozionismo con la logica.
Le storie hanno a che fare con la perpendicolarità.
il paragone è strano, ma pensaci.
Il tuo compito è cercare di disegnare la linea che si interseca l’asse temporale formando un angolo di 90°.
madame bovary era perfettamente perpendicolare nel 1856, molto meno oggi.
il ritratto di dorian gray è tutt’ora molto prossimo alla perpendicolarità, ma se la bellezza “ad ogni costo” a inizio secolo era un illusione, oggi è più vicina alla realtà.
questo non vuol dire che siano meno belli, anzi. L’invecchiamento è un processo nobile.
Gli sparatutto in prima persona invece continuano a rimanere perpendicolari, odierni.
Stiamo parlando di rette perpendicolari, di sintomi di un arco temporale.
Per quanto tu possa ancorarti a mezzucci passati, e per “mezzuccio” non intendo un dispregiativo, tu non fai altro che scrivere del tuo tempo.
Disegni linee perpendicolari con questo momento.
Ma quanto sono brutte delle linee perpendicolari storte, che ammiccano ad altre linee passate?
Forse potrebbero diventare stupende, magari potresti disegnare una linea magnificamente contorta, piena di rimandi e citazioni, tuttavia è la strada più complessa.
Stai cercando di vincere una corsa con un cavallo stanco, sperando che i fantini dell’epoca non li abbiano portati al limite.
Puoi paragonarti a Sartre o a Borges? Puoi sfidarli in quello che hanno inventato? Puoi attrarre il pubblico sperando di non risultare un nostalgico?
Il sogno è quello di scrivere libri che non soffrano limiti mentre la società, gli usi, i costumi, i sogni, sono portati a modificarsi, ad evolvere.
vogliamo fare una foto “a fuoco” mentre stiamo andando su un treno da 576km/h. E noi non abbiamo pellicole così veloci. Otturazioni lampo.
Per me, il modo di raccontare deve essere una continua ricerca, senza andare a disprezzare quello che è stato ma semplicemente prendendone atto, imparando, evolvendo.
E’ tutta roba che devi mettere sotto i tuoi piedi per arrivare più in alto.
Sei libero di fare quello che ti pare quando scrivi, quando racconti, ma sei obbligato a chiederti qual è il modo migliore per raccontarmi qualcosa.
E sei obbligato a tenere presente chi sono, dove sono e quando sono.
Questo è quello che faresti con tuo figlio per farlo dormire.
Con il tuo capo per non andare a lavorare.
In una pubblicità per vendere un deodorante, o ad una porta per vendere un aspirapolvere.
Ora, nella vita hai sempre mille scelte.
Ma non crogiolarti nella possibilità di scelta.
Prendine una e perseguila. Estinguila. Consumala.
Sbaglia piuttosto, ma non stare fermo a contare tutte le opzioni che hai di fronte.
p.s. ci saranno vari errori di battitura, di revisioni sbagliate. che ci vuoi fare. è un commento.
è una roba seria, sì.
Il modo migliore nel raccontare una storia che racconta il tempo in cui vivo, può essere anche quello di usare lo stile di tre secoli fa.
Non sei solo obbligato a tenere presente chi sono, dove sono e quando sono. Sei anche obbligato a chiederti che storia vuoi effettivamente raccontare. Se per la storia “A” va benissimo lo stile “A”, per la storia “B” lo stesso stile non va bene e per la storia “C”, ancora di meno. E le diverse storie possono benissimo parlare del tempo in cui viviamo. Se non fosse così, tutti i libri pubblicati in questi anni sarebbero tutti simili, come tutti i libri di inizo ‘900 sarebbero tutti simili e via così dicendo.
La stessa cosa anche per qualcosa di semplice, senza nessuno “sfondo” artistico: se mando una lettera ad un mio amico per chiedergli di restituimi un libro, posso tranquillamente utilizzare un lessico basso e farcirlo pure con qualche volgarità; se devo mandare una lettera al Rettore per chiedere la stessa cosa, sono costretto ad usare un lessico alto con parole anche un po’ datate, che in un contesto quotidiano fanno pure ridere.
Questo, a parere mio, evidenzia anche il fatto che non c’è un unico tipo di pubblico; la storia che il sogno e l’ obiettivo di uno scrittore è “far leggere ai non lettori” è una stupidaggine a parere mio, il sogno di uno scrittore è di far leggere il suo libro e punto, meglio ancore se riesce a far leggere il suo libro al pubblico che aveva in mente (anche non consciamente) mentre lo scriveva. E questo non solo per i libri, ma per ogni arte.
Questo intendevo per l’ importanza della vasta scelta. La vasta scelta si compone anche di vecchi stili.
Il cubismo è vecchio di cent’ anni, ma può essermi benissimo utile anche ora nel raccontare qualcosa nel mio quadro. E questo non vuol dire che imito Picasso o che lo cito, semplicemente significa che il cubismo l’ ho studiato pure io, so che cosa può dare e so come usarlo.
Si vede quando qualcosa è solo una triste copia quando ricalca alla perfezione qualcosa già esistente, lo sa pure lo stesso autore; ma usare uno stile non vuol dire copiare un altro artista. La bravura di una persona è saper usare come vuole i “punti” (diciamo così) di quello stile e, se è veramente bravo, aggiungerne anche qualche nuovo “punto” che viene da tutti riconosciuto come valido e preso in considerazione e magari, facendo così, creare un nuovo stile.
Hai fatto l’ esempio della pubblicità: ci sono tre o quattro pubblicità, che vanno in onda in questo periodo, che come musica hanno delle canzoni degli anni ‘60-’70; e queste pubblicità presentano merce di natura completamente diversa l’ uno dall’ altra. Non hanno preso le canzoni per poi modificarle in qualche maniera, no; le hanno proprio prese come sono state registrate e le hanno piazzate lì. Per dire qualcosa a noi, hanno utilizzato musiche vecchie di 30 anni. Poi vedi un’ altra pubblicità che presenta un prodotto similissimo e la musica è completamente diversa, magari techno.
E di solito per far dormire tuo figlio, non fai altro che leggere qualche vecchia storia dei fratelli Grimm o Cappuccetto Rosso.
Sono d’ accordo con te nella continua ricerca, sono del parere che per iniziare una vera ricerca si dovrebbero conoscere le “regole accademiche”, ma la ricerca non consiste solo nel sapere che “dice” quello stile per poi mettertelo sotto i piedi, la ricerca consiste nello sporcarsi le mani con quello stile, capire ciò che ti va bene e ciò che non ti va bene e avanzare.
p.s. scusami se continuo con questo discorso, ma ci tenevo e lo trovo molto interessante. E non preoccuparti per errori e cose del genere, non sono qui a fare il professore di italiano.
ti dirò che lo stile di trecento anni fa, o qualsiasi stile tu voglia usare, sarà comunque innestato sul presente.
non ci sarà la stessa spontaneità e le stesse motivazioni.
è questo che lo rende “contemporaneo”, è la differenza del terreno in cui viene impiantato. è la storia che si porta dietro che ne fa perdere efficacia e motivazione.
usa dei sonetti, uno scrittore che interviene nella propria storia, scrivi storie alla jules verne. va tutto bene.
quello che puoi scrivere sarà “novità” o “revival”, al 90% dei casi.
ma c’è una bella differenza tra le due cose.
e io non cerco il revival.
e il revival, come dici tu, a volte fa persino ridere.
“far leggere i non lettori” non è inteso per come l’hai capito tu.
“far leggere i non lettori” vuol dire scrivere e prendere coscienza della scrittura come strumento di comunicazione rivolto a tutti, non solo agli specialisti di settore. vuol dire scrivere per tutti e vuol dire costruire enormi cavalli di troia scintillanti, dorati, argentati, travestiti da veline e calciatori, ma che contengano violente metafore.
non è il senso letterale che tu ne hai percepito, te l’assicuro.
non considero nulla di quanto dici sbagliato, ma è parallelo o laterale, o comunque in una prospettiva che non vede esattamente con quale luce sto illuminando gli argomenti.
altre risposte sparse:
-l’obbligo di sapere cosa raccontare: non è un obbligo.
“Si trova nella situazione di obbligo colui verso il quale si esercita una pretesa di adempimento di un diritto soggettivo.”
Tu stai scrivendo una storia ed hai degli obblighi.
Se raccontare una storia fosse l’obbligo, quale sarebbe l’adempimento che pretendi di esercitare?
-sul cubismo, niente da dire.
- pubblicità. chiediti perchè usano musiche così vecchie per raccontarci qualcosa. e chiediti perchè i film di boldi, con le musichette nuove, sono così vacui.
le pubblicità sono la miglior forma di narrazione che esista oggi.
p.s. non mi dispiace continuarlo, anzi. se vuoi scrivimi per email, possiamo continuare per i prossimi cent’anni.