Bizarro Fiction
Uno scrittore che in otto anni scrive dodici romanzi, di cui uno intitolato “Electric Jesus Corpse”, è la prova incontrovertibile che non si “diventa qualcosa o qualcuno”. Se costui invece di giocare con le macchinine, a pallone, a rincorrere le prime fellatio, scrive questi dodici romanzi proprio in quest’età, tra i dieci e i diciotto anni, si ottiene una vaga idea della parola “predestinazione”.
E questo è così tanto diverso da un codice ISBN che possa etichettare l’autore ufficialmente.
Perché se c’è un periodo della vita in cui le persone rinnegano ogni etichetta, beh, c’è anche un periodo di compensazione in cui le persone pregano per un’etichetta in grado di legittimare qualcosa.
Qualsiasi cosa. Una buona etichetta a colori, un fotomontaggio, è una via per diventare qualcuno.
E se il “fotomontato” è morto a martellate non c’è da aspettare neppure che la colla sia seccata.
Tuttavia etichetta, oggi, è la grande risposta alle domande “Chi sono? Perchè esisto?” che anche gli indiani Shawnee non avevano.
L’etichetta ti fa diventare qualcosa che tu accetti di essere, e preghi perchè tu sia obliterato.
Questo è così diverso da scrivere dodici libri dal momento in cui non sbagli la grammatica.
Questo è diventare, quello è essere.
E Carlton Mellick III, “L’autore dello Strano, o l’autore Strano”, prosegue fin quando diventa famoso con “Satan Burger”. E poi con il sequel “Punk Land“.
La cosiddetta “Bizarro Fiction”, fatta di personaggi come Mellick III, Jeremy Robert Johnson, Chris Genoa e Steve Aylett, è ancora qualcosa che qui non esiste. Qui, nella “PressapocoLand”, dove Laura Pausini viene definita Rock e dove purtroppo ci vuole Cecchetto per avere una versione per lo meno attinente di un rap e un punk commerciale oltreoceano, in questo paese di treni in ritardo, di evasioni fiscali, di omicidi irrisolvibili, di questo glorioso paese che per farsi ricordare con ammirazione e timore deve pronunciare la parola ‘Cosanostra’, siamo tutti troppo occupati a parlare di lune piene, di balli caraibici, di bel canto, di pelle splendida.
Amore post-trenta e pre-teen. Crisi e sindromi. Dottoresse Giò.
C’è ancora troppa poca gente che si fa di Dilaudid, di Demerol, e troppa poca che usa l’amfetamina per scrivere “Meno di zero” in due settimane.
Così, mentre voi penserete che questo sia un invito a tradurre e/o imitare qualsiasi opera trash, o di provare assolutamente a prendere steroidi in modo da poter raccontare che un paio di pantaloni da ciclista non si possono più indossare a meno di non sorridere e dire che la tua borraccia la tieni proprio lì, in mezzo alle gambe, a me viene in mente la parola “Leash“. Guinzaglio.
Perché la vera domanda del post è quanto danno sia l’avere una storia, rispetto al non averla per nulla.
I secoli che hanno preceduto e solidificato questo timore riverenziale nel meccanismo creativo, e conseguente la necessità di altari, quanto valore neutralizzante hanno.
Quanto l’avere qualcosa sia più dannoso del non avere nulla.
Credo che sia per questo che a volte entro in libreria e non trovo quasi nulla. Forse è per la mia ultima indigestione di cui dovrei scrivere una mezza dozzina di post su Pynchon e Dick e Sartre, o forse è: “Sto cercando qualcosa di sghembo da leggere” che non trova [facile] soddisfazione negli scaffali.
In verità, non è il mio gusto a non trovare cibo.
E’ che qualche calcio nelle balle in più, qualche azzardo, io dico ci vorrebbe.





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