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Archive for Aprile 2007

Le cose che devi evitare quando scrivi. [Pt.4]

30 Aprile 2007 Caino 3 commenti

I racconti sono una rottura di scatole.
Questo vale per i lettori comuni, non per gli amatori dei racconti.
Non si affezioneranno al protagonista, se non nell’ultima pagina. Non sapranno mai bene davvero come funziona quel mondo.
Se un libro è una porta a finestre, il racconto è un oblò.
Piccolo, vetro spesso e con effetto lenticolare.
E quindi dimmi le cose.
Tutte quelle che servono.
Quello che puoi evitare, e devi evitare, sono le descrizioni troppo precise.
Le sfumature delle situazioni, se non sono fondamentali, evitale. Lasciami giocare con poche cose.
Se dici troppo non fai partecipare il lettore.
Ma non funziona per gli avvenimenti. Se hanno una rilevanza, allora parlane.
Non farmi immaginare cosa sia successo al protagonista dopo un determinato fatto, o cosa abbia fatto prima di un certo evento che l’hanno portato ad essere così.
Non osare i flashback monchi.
Non pretendere che da un oblò io sia in grado di riconoscere un tiglio da una betulla.
La verità è che del protagonista di un racconto non interessa neppure il nome.
Figuriamoci se qualcuno sarà disposto a trastullarsi su una cosa di poche pagine.
Perché poche pagine è poco tempo.
Poco tempo è sette minuti. O al massimo quindici.
E’ il tempo in cui puoi leggere il tuo raccontino davanti a qualche persona.
Per un romanzo, beh, allora può diventare un punto di forza non spiegare alcuni fatti.
Tanto è un finestrone enorme, il romanzo, e quasi puoi scommetterci che il lettore è abbastanza furbo da riconoscere un pino da un salice piangente.
Un racconto è veloce e mirato. E’ una miniatura ben definita.
Dì tutto quello che serve e dillo per un motivo.

Categories: scrittura

I Pastori della Chiesa del Blog e lo ZenaCamp.

29 Aprile 2007 Caino 13 commenti

 

Nella sala quasi fai fatica ad entrare.
E se entri ti metti in coda, come se tu stesso fossi un commento.
Guardi là davanti e vedi di cosa parlano, esattamente come leggeresti i commenti che ti hanno preceduto e che magari hanno stabilito una relazione e un dibattito.
In verità, non senti.
Molte persone sono pesci, “ablah-ablah-ablah”. E neppure rossi.
Anche questa è un sala con il soffitto a volta lunettata, quella che nasce dall’incrocio di due cilindri sezionati perpendicolarmente. E’ la stessa che ospita GenovaInedita.
Tutti, ma tutti, hanno sulle ginocchia qualcosa in garanzia e che hanno pagato tra un terzo e il doppio del loro stipendio.
Per un attimo, ma poi con il nome “Caino” sul petto mi son detto “meglio di no, Johnny”, anche se Johnny non è il mio vero nome, altrimenti mi incazzerei non poco con i miei genitori che almeno potevano chiamarmi Actarus oppure Venusia se fossi stato donna, insomma per un attimo io stavo per venirvi a chiedervi gli scontrini.
E poi dirvi: “Huè che si scoloriscono in meno di tre mesi.”
C’è chi dice: “Ah, allora esisti per davvero.”
C’è chi dice: “Ma chi è Pudo?”
C’è chi non contiene la gioia per aver trovato il suo blogger preferito.
Là fuori, fuori da questo pascolo di duecento persone, c’è una piazza così grande e così piena di gente che ignora cosa sia questo luogo, questo raduno. Questa riunione.
Ci sono spruzzi d’acqua, sole, pelle scoperta e noi ce la stiamo a raccontare.
Più tardi qualcuno che srotola idee robuste come la sua costituzione, dice: “C’è un blogger ogni duemila, e forse in tutto il resto di Genova adesso non ci sono altri blogger, statisticamente parlando.”
Altri alzano la mano e dicono che quello è il loro terzo, quarto o quinto BarCamp. E lasciano moglie, figli, amici, parenti, la macchina nuova in garage, la bozza di un progetto da completare e si sparano anche trecento chilometri.
Chi ha sorpassato quella soglia, è ben oltre la semplice partecipazione per adesione.
Tutti quelli che passano guardano la spilla che ti sei sparato al capezzolo.
Quella che dice chi sei e quale posto ti sei creato per provenire.
Con lo stesso tipo di soffitto, a volta lunettata, ci sono tre sale, pesto-focaccia-farinata, e dozzine di spunti e di argomenti.
Voi li chiamate interventi, ma sono solo post orali.
Repliche con lingua, saliva che schizza, alito pesante, incomprensibilità degli accenti regionali ma sempre “post”.
E quando finiscono gli interventi, ecco le domande e le riflessioni. I commenti.
Tutto quanto dura il tempo medio che dedichi a leggere e commentare. Mezz’ora.
Qualcuno riflette sul futuro, pensa all’evoluzione di questi Barcamp, getta l’idea del “tutto virtuale-tutto in rete”.
Campers che prima si esaltavano di uscire dalle loro tastiere per vedersi in faccia e che ora vogliono tornarci, dietro quelle tastiere, magari questa volta usando una webcam.
E forse perché le troie gotiche dark di splinder non esistono davvero.
Forse perché il livello di ferormoni è da omosessualità tra carcerati.
Ci sono grafici terrificanti di emorroidi verdi e marroni collegati da tratti di matita.
Quelli verdi non sono i blog, gli altri lo sono e le righe sono i link. E BeppeGrillo non linka un cazzo di nessuno. I Barcamp hanno il senso di ogni manifestazione fatta di aggregazioni spontanee basate su interessi comuni.
Non è corretto definirli brainstorming.
E’ corretto definirli brainstorming personali.
Nella massa di idee e persone ci puoi vedere quello che ti pare. Puoi vedere chi posta via wi-fi, chi controlla se è ripreso dalle telecamere, chi si fa il bicchiere di vino davanti al suo decimo link del blogroll in carne ed ossa. C’è chi salta da una sala all’altra per mangiare e combattere ogni argomento.
Qualsiasi cosa tu non possa comprendere per davvero, gestirla come il cubo di test delle Direct-X, contenertela e girartela in testa, allora puoi solo amputarla, rimodellarla. E finalmente assumerla.
Ingoiarla, tirare giù un post e ri-iniziare.
In mezzo a tante persone che ci credono, ti senti parte di qualcosa che farà cambiare tutto il resto.
E non solo della rete.
Allo ZenaCamp il bello che percepisco è soprattutto questo.
Anche se un Barcamp si vive per attimi, nelle occhiate, nei brevi momenti in cui ci si sfiora.
Mi sono perso il 90% delle vostre parole e non l’ho fatto di proposito.
Enormi sorrisi di persone che vorrebbero dire “E ora che cazzo ti dico?”.
Occhi che sbarellano all’indietro, posseduti, per concentrarsi su dove hanno letto Tizio o cosa aveva scritto Caio.
Quelli che dicono: “Domani ti vado a leggere!”
Quelli che dicono: “Ah si, ti conosco di nome, bello il tuo blog.”
Una delle persone che mi iniziarono alla blogosfera mi disse: “Se nel web c’è vita, è nei blog.”
Al prossimo BarCamp ci sarà quel tizio che non ti linka, quello che gli ha telefonato Mitnik in casa per chiedergli come si formattano i floppy da 2mb, quella che pensavi fosse una psicopatica e che invece è solo una rottura di palle.
C’è quello che non puoi vedere perché secondo te non capisce un cazzo. O quello che diventerà qualcuno.
C’è chi dice: “I Bloggers hanno un livello culturale e intellettuale superiore alla media.”
Senza snocciolare troppo su di me, sono finito almeno in tre o quattro “tipologie” di aggregazione standard definite intellettualmente superiori alla media.
Sono un cazzo di genio, allora.
Oppure, e invidio la lingua inglese che permette questo modo di dire, non sono mai stato “dentro” nessuna di queste.
O forse abbiamo sempre questa convinzione. Questa fissa per essere unici e sopra la media.

p.s. Non ho linkato nessun, di proposito. Sarebbe un torto a tutti gli altri partecipanti. Grazie di cuore a tutti.

Categories: scrittura, zenacamp

Dell’header, e di vecchi merletti. [Secondo tempo]

28 Aprile 2007 Caino Lascia un commento

Lui aveva trovato questa schiuma sotto una pietra.
Questa schiuma si chiama “ooteca”.
Mi dice che l’aveva letto su un libro, e questa roba sono le uova di una mantide religiosa.
“Per la precisione”, mi racconta, “contiene dalle cinquanta alle duecento uova.
Quel giorno prende la pietra, la avvolge in un fazzoletto e se la porta a casa. La infila nel terrario vuoto che usava per le tartarughe. Ci mette il coperchio e non lo dice a nessuno.
Passa così tanto tempo che si dimentica di quella pietra. Forse era solo muffa.
L’ora precisa in cui successe non se la ricorda, mi dice.
Magari era quella di italiano, di disegno o storia dell’arte, ma il Preside della sua scuola lo chiama e lui deve tornare a casa di corsa, perché è successo un casino in casa.
E’ un casino così grosso che sei giustificato persino per andartene da scuola.
Hai meno di dieci anni e persino tu fai fatica a respirare dal caldo. Non esistono ancora i condizionatori, non in certe case.
E’ giugno, l’asfalto brilla che sembra scivolare sotto i suoi piedi e gli dicono che sua madre lo vuole di corsa.
A casa. I marciapiedi sudano. Il sole preme.
Quando arriva a casa, lei è in piedi e manco lo guarda che gli dice di correre al terrario.
Dice: “Io non tocco niente”
Lui che ormai ricorda questa storia come se fosse un’altra vita, si mette a ridere e mi dice: “E’ una cosa pazzesca”.
Oltre alla pietra e al pietrisco dentro il terrario non c’è niente.
Solo una nuvola di mantidi religiose, perfette e minuscole. Versioni miniaturizzate. Sembrano un migliaio.
E’ un’orgia.
Mentre una si pulisce le tenaglie, l’altra le divora la zampa posteriore.
Mentre due mantidi si dividono il corpo di un altro insetto, una che la tira per le antenne, altre rimangono appollaiate sopra i due contendenti. Alcune camminano sopra altre, alcune dondolano a tempo, come se ballassero.
Come se ci fosse vento.
Dentro un terrario non c’è vento.
C’è chi divora una mantide che ne divora un’altra che sta addentando un pezzo di pietra.
E quel pezzo di pietra è l’addome di un insetto morto.
Là dentro c’è la fine del mondo e nessuno sa cosa sia il dolore.
Dopo averne scelto un paio, prende il terrario e lo capovolge sui gerani rossi del suo giardino.
Piovono insetti che pregano.
Anche se questa è ormai storia, mi guarda e dice: “Da lì in poi, non ho mai visto dei fiori così puliti e belli e senza parassiti.”

Categories: racconti, scrittura

Dell’header, e di vecchi merletti. [Primo tempo]

27 Aprile 2007 Caino Lascia un commento

La tenevo chiusa dentro un bicchiere di carta, e di sicuro non ricordo se dentro quel bicchiere c’avessi anche bevuto, prima.
Magari era solo acqua, o magari era sporco di succo di frutta.
Per tapparlo avevo fregato un pezzo di pellicola trasparente dal mobiletto della cucina. Almeno non scappava. E’ proprio la pellicola che si usa per fasciare un panino o un tramezzino.
Quella che con i fanghi anticellulite devi usarla per avvolgerci il culo, le cosce e la pancia. O almeno questo è quello che ti direbbero di fare in farmacia.
Mi ricordo che portavo questa canottiera blu, sformata, e che avevo le tette e questi pantaloncini blu scuro.
Piccoli che mi segnavano le cosce.
Le mie ghiandole non avevano ancora iniziato a fare odore di cipolla, quando sudavo.
Fuori dal bagno l’avevo trovata sul muro. Eretta. Parallela al suolo, solo mezzo un metro e mezzo più in alto. Come se la forza di gravità fosse un’opzione da checkare in un videogioco.
In mezzo ai grilli è l’unico insetto che non fa rumore.
Mio padre dice: “Lasciala stare che mangia le zanzare.”
Il verde sul bianco lo vedresti a cento metri di distanza. In un campeggio non ci sono molti muri bianchi.
Ad oggi capisco che là dentro, al sole, non doveva stare così bene.
Dentro una scatola bianca, cilindrica, di plastica illuminata che acceca. Sopra la testa una lastra di plastica che non lascia entrare e uscire aria.
Ora non mi ricordo davvero se c’avevo bevuto o no, ma metti che lì dentro c’è anche lo zucchero colloso dei resti di un succo di arancia rossa o di ananas.
Ecco perché dico che non doveva starci molto bene.
La guardo, ci gioco, me la metto su un dito, la lascio arrampicare. Sulla pelle si muove in modo strano.
Penso che è solo più grossa di una formica. E’ pesante.
Quindi la lancio, la richiudo, la mischio dentro il bicchiere come se fosse un cocktail.
Da bambino c’è chi faceva di peggio.
C’era stato un periodo che urlavo: “E ora cammini anche tu!”, subito dopo aver tagliato le ali ad una mosca.
Alla mia mantide do qualche pezzo di buccia di mela. La guardo pregare.
Quando scappa dal bicchiere si mette in questa posizione che qua sopra fa sorridere.
Sembra dire “Mani in alto mi arrendo”.
E non assomiglia proprio per un cazzo ad una formica.
E’ la prima volta che vedo una cosa del genere e se sapessi andare in bicicletta non me ne starei fossilizzato dentro le mie ciabatte.
Non sapevo avesse le ali.
Non immaginavo che le zampe si aprissero come schiaccianoci.
E quando due giorni dopo ne trovo un’altra, che invece di essere verde è grigia, non la sfioro neppure.
Perché se qui sopra fa ridere, da bambino sono morbido e caldo e immobile.
Solo. Un animaletto alto sei centimetri con due forellini al posto degli occhi. Non calda, non suda, non flette.
Ancheggia simulando il vento.
Ed io che sono grassottello e abbronzato e pulito non capisco neppure cosa stia fissando.
Ho i miei capelli morbidi e sono solo e non mi muovo.
Sono mordibo e caldo e tutto il resto.
E quell’istante, io che guardo i suoi piccoli punti neri che sono i suoi occhi e lei che domina la scena ad ali aperte, non è mai finito per davvero.

Categories: racconti, scrittura

Muscle Writing [pt.2]

24 Aprile 2007 Caino 5 commenti

Quel giorno mi ritrovo nel minuto e mezzo di riposo, con il cuore intorno ai centoquaranta.
I miei battiti ormai li riconosco ad orecchio, come i batteristi con il loro metronomo.
Per una quarantina di secondi, prima di dover iniziare un’altra serie da otto ripetizioni, leggo questo:

“Mi sono strappato via da almeno una dozzina di relazioni. Questo è un sport solitario.
Solo quando mangio, quando mi alleno, e quando finalmente sto in posa sotto i riflettori.

Essere parte di questo grande sport, essere grandi in questo sport, richiede egoismo.
E’ una richiesta continua di te stesso, come lo sono i sacrifici.
Ma quell’egoismo non è per i soldi o per il piacere, ma per un risultato personale.
E’ qualcosa che ho bisogno di realizzare e niente si può mettere in mezzo.
Niente.”

Qualche giorno dopo succede che leggo quest’altro.
Se non fosse per l’uomo immenso nella copertina in bianco e nero, questa rivista che ha qualche nome contenente una parola a caso e poi “Body” o “Mass” potrebbe parlare di tutt’altro.
Mi piacciono queste due pubblicità di integratori e mi piace molto come sono scritte.
E’ come se in libreria mettessero una panca piana o una smith machine per pubblicizzare un libro.
Quando chiudo il giornale, in copertina c’è ancora quest’uomo con una “vascolarità” spaventosa.
La pelle fa l’effetto delle mappe che ha usato Colombo per trovare l’America.
Per vascolarità si intende l’esposizione della ramificazione delle vene subito sotto lo strato di derma.
Nelle gare, mezz’ora prima di salire sul palco si può usare del cioccolato amaro al 99% per incrementare l’effetto. Serve a indurire le pareti venose, a inturgidirle come capezzoli. Sei disidratato, ed in più mastichi la roba più pastosa che si possa trovare in una pasticceria. Mezz’ora prima di una gara è l’unica cosa non dietetica che ti permetti dopo mesi di alimentazione controllata.
L’icona del bodybuilder è l’uomo senza cervello, quello con il bicipite più grosso di qualsiasi libro abbia mai letto.
Sono fuori e a me, questo, ricorda scrivere.
Mettere massa è come scrivere una quantità di pagine enorme, una prima bozza piena di idee e di poca qualità.
La definizione, riscrivere e organizzare la quantità di pagine per un risultato.
I riflettore, soltanto la pila centrale di una libreria.
E lo scopo.
Lo scopo è di mettersi in contatto con le persone, con gli occhi delle persone, senza interagire per davvero.
Da “Chiedi alla polvere” mi viene la frase: “Uno scrittore fa il massimo con il minimo”.
Chi scrive fa vivere nei libri cose che non ha potuto fare.
Che non ha avuto il tempo di fare.
Se sei davanti ad un pc, non puoi essere ad un party, a bere vodka, a mettere olive nell’ombelico di qualcuna.
Mentre hai la moleskina in mano sull’autobus e ti segni un idea, non vedi quello che succede dai finistrini.
E tutte le recensioni di Gambero Rosso, le guide di Gusto, quella crema catalana di cui tutti ti parlano, o il piccione del Fattore, tu non puoi mangiare nulla perché sei a 4000Kcal al giorno ed hai un Due Torri la settimana dopo.
Immaginati 4000Kcal di riso in bianco e pollo ai ferri.
E’ come leggere “La recherche” a botte di cinquecento pagine al giorno.
Come comprare i sette libri sulla violenza di Vollman e scoppiarteli in una settimana.
Forse non hanno nulla in comune, ma sono perfettamente simmetrici, questo sport e la scrittura.
Non vuoi far altro che impressionare.
Stare zitto e fare squat.
Essere letto e guardato.

…tu puoi osservare gli altri, la vita, con il naso schiacciato contro il vetro.
Oppure aprire la porta e fare un passo dentro.”

p.s.
Quello in foto è Oliver Burke.
Coma dopo l’operazione chirurgica al gomito e tricipite infortunati in allenamento.

Categories: scrittura

Gastronomia e Letteratura.

23 Aprile 2007 Caino 4 commenti

Tra le cose che devi evitare quando scrivi c’è quella di non aver paura dei binomi strani.
Allora tra il cibo e la scrittura nasce questo mio racconto che trovate pubblicato su Letteratura Gastronomica a cura di Loredana Limone.
Ecco a voi la prima e la seconda parte.



Categories: scrittura

Le cose che devi evitare quando scrivi. [Pt.3]

21 Aprile 2007 Caino 3 commenti

Sul ritmo, e di conseguenza sull’interpunzione, ho letto un fantastico libro new age della DeAgostini.

Io ve la faccio dannatamente corta e semplice.
Tenere il tempo delle battute principali, il ritmo delle vostre frasi deve essere questo.

meshuggah – shed

O questo.

aphex twin – vordhosbn

Categories: scrittura

Dammi inediti, dammi attenzione.

20 Aprile 2007 Caino 1 commento

Mi aggancio a GenovaInedita abbastanza tardi da essermi perso un po’ di serate.
A trenta metri da una fontana che tenta di affogare periodicamente i tifosi di un derby o di un mondiale, mai di uno scudetto, c’è una manifestazione promossa da Mentelocale che sa di casalingo, di vintage e di caffè letterario.
Arrivi, guardi i soffitti a volta lunettata, aspetti che ci sia abbastanza gente per ascoltare.
I soffiti sono abbastanza bassi da essere imbottiti.
La luce abbastanza tenue che se vuoi puoi chiudere gli occhi.
Di solito ci sono amici, parenti, organizzatori, qualcuno passato per caso e che decide che in fin dei conti c’è qualcos’altro oltre che la pila centrale delle librerie in centro.
Ne ho sentiti due, di autori, e le domande non parlano di scrittura e letteratura.
Chiedono dell’autore.
Perché trentenne, perché finanza, perché giallo e non thriller.
Letto a voce alta, qualsiasi cosa non è altro che un significato che perde la forma e la tecnica che ha su carta.
Le corde vocali dello scrittore diventano determinanti per raggiungere gli ascoltatori.
Ci sono sempre i soliti individui molesti, con le solite domande che hanno tenuto in tasca o in frigorifero.
Che hanno una diarrea orale.

E poi c’è questa che mi rimbomba in testa da ieri sera:
“E’ vero che uno scrittore deve scrivere solo quando ha qualcosa da dire?”
Ed io direi di no, non è vero.
Perchè se non scrive, anche quando non ha altro che la lista delle cose da mettere in valigia per un viaggio, quando avrà qualcosa da dire, se mai ce l’avrà, non saprà comunicarla.
Perché se non scrive, ancora più facilmente, non è uno scrittore.
Parlare troppo, scrivere troppo, alla fine è aprire un rubinetto.
Credo sia sbagliato stare zitti fin quando non si trova qualcosa di memorabile, non comporre una canzone intera fin quando non si hanno tutte le doti tecniche.
L’ispirazione è come la fame, e viene mangiando.

Categories: scrittura

Fobia

18 Aprile 2007 Caino 6 commenti

Caro Diario,
non penso che la paura più grande che si possa avere nell’arte sia “non farcela”.
Penso sempre, e soprattutto quando cerco qualcuno di poco conosciuto, di poco distribuito, magari che per me ha un valore così elevato da riuscire a ispirarmi, magari a farmi ammettere che non sarò mai a quel livello, quello che penso sempre è “cazzo“.
Perché non trovo molte parole per definire quello stupore fatto di delusione, quella paura di farcela e trovarti con la copertina schiacciata in un angolo, persino troppo lontano per le offerte.
O di fare un cd, come non auguro a chi conosco, e finire solo tra le recensioni di uno o due portali.
Mi spaventa non riuscire a trovare quello che cerco tra 3×2, nei 9.99euro.
Non è questione di farcela per “essere”.
E’ questione di essere e cercare di essere “non troppo poco”.
Perché al poco preferisco il niente.

Stranger than Fiction

17 Aprile 2007 Caino Lascia un commento

“Si stava autoflagellando per strada con la cinghia dei pantaloni quale punizione per essere stato tanto sciocco da aver acquistato quella che credeva una dose di eroina, ma che si è rivelata in realtà borotalco.”

Categories: Senza Categoria