Numero 6: Dove sono? Numero 2: Nel Villaggio. Numero 6: Che cosa volete? Numero 2: Informazioni. Numero 6: Da che parte state? Numero 2: Non posso dirlo. Vogliamo informazioni. Informazioni. Informazioni. Numero 6: Non le avrete! Numero 2: Con le buone o con le cattive, le avremo! Numero 6: Chi è lei? Numero 2: Sono il nuovo Numero 2. Numero 6: Chi è il Numero 1? Numero 2: Lei è il Numero 6. Numero 6: Io non sono un numero! Sono un uomo libero! Numero 2: (Risate di scherno)
Potrei riuscire a non amarti più, Jonathan.
Ho capito che ti sei ammazzato di Dick, di musica e chissà di cos’altro. Ne “La fortezza della solitudine” hai fatto ben più che raccontare una storia. Hai raccontato vite e intersezioni, hai elaborato la musica come colonna sonora di un libro, oltre che nodo di raccordo di tutti protagonisti.
In “You Don’t Love Me Yet ” mi hai fustigato sui coglioni. Mi hai fatto navigare 220 pagine con un’idiota di teenager che scopro alla fine che in realtà ha ventinove anni. Che a turno si è scopata il cantante, un cinquantenne pubblicitario, quasi il chitarrista e poi di nuovo il cantante. Mi hai descritto peli pubici maschili, note di basso pulsanti e chitarristi che suonano seduti.
Seduti? Ma seduti ’sto cazzo. Manco Keith Richards.
E per di più tutto questo succede in una realtà playmobile-style. Macchine che si schiantano e nessuno che impreca.
Questo libro dovrebbe essere veloce e romantico nella misura di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
Forse non capivo un cazzo, ma almeno Brizzi toccò qualcosa che non erano i miei nervi.
Dite quello che vi pare, una buona tortura è leggere un pessimo libro, ostinarsi a finirlo, e averlo pagato 15 euro.
Ci facciamo sempre male da soli.
“Dimitri, Dimitri! Cazzo! te lo dicevo della disciplina!”
Non è possibile, e non in quel modo, dico. “Dimitri, passano gli anni ma mica le cose rimangono uguali”
Si. Forse non siamo nella stessa routine, dico. E forse non siamo per davvero nello stesso loop do/while. Dico. Ma allora dove cazzo siamo? “Ci vuole più stomaco e risonanza. Dimitri, ci vuole passione e coraggio e quella cosa che ti fissi e non molli più. Ma non che non molli più chennesò, per due mesi o per due anni, ci vuole quella roba che ti incolli e non te la levi per due millenni. Tipo il catrame.”
Due milleni, manco delle tette in silicone, dico. Manco quelle durano. “Appunto Dimitri, pensa a due milleni. Almeno anche se duri una piccola frazione la tua vita è andata e passata. Tu sei carbonio 14 analizzato nel futuro remoto e la tua roba, quella roba che ti devi fissare, quella forse ha prodotto qualcosa.”
Quant’è vero che mi chiamo Dimitri, no, io non ci credo. “Disciplina Dimitri!”
E stomaco, dico. “E gola, e cuore.”
E culo. “Un film porno del cazzo, questa vita. Eh Dimitri?”
Chris Cornell quel giorno si era svegliato con una sigaretta in bocca accesa. Prima di tirarsi su dal divano, la seconda gli stava per bruciare le labbra. Il bicchiere sporco lo guardava dal lavandino e il rottweiler abbaiava. Il postino o un venditore porta a porta o chissà chi cazzo altro.
Quella settimana qualche giornalista di Billboard ha definito Ben Shepher l’uomo più depresso della terra. Kim Thayil passa le giornate al tavolo da biliardo e la Guild continua a prendere polvere. Matt Cameron è in sala prove a parlare con Eddie Vedder e sembra fantascienza. Oppure con i Temple of the Dog, sembra il lato A di una cassetta suonata male.
Il 9 febbraio del 1997 Chris Cornell è ad Honolulu e il concerto non arriva neppure alla frutta. Ben lancia il basso contro le casse e si leva dai coglioni. Thayil dice che è troppo vecchio [per 'ste cazzate] o oppure che è troppo giovane [per fare pop].
Un giorno di aprile del 1997 rotola via come una testa in una ghigliottina.
E loro sono finiti. “Le band sono come fidanzate.”
“Bleed together” va a definire, insieme a “Karaoke”, il testamento dei Soundgarden. E’ nato in quei giorni, ha assunto un senso in quei giorni. Le tracce erano state registrate anche un anno prima.
Non è un pezzo autocelebrativo, non è romantico, non è tecnico e non è un clone di vecchi successi. Diventa la B-side di “Ty Cobb”, una roba romantica che recita testualmente “sono una testa di cazzo, andatevene a fanculo tutti”. Ty Cobb era un giocatore di baseball.
Anche “Karaoke” si infila come b-side, ma in “Burden in my hand”, dove nel video il gruppo si disperde in fila indiana nel deserto, tra allucinazioni e scritte profetiche. E’ un pezzo di rock orientale suonato dentro un Orange da quattro boscaioli di Seattle. C’è il riverbero emotivo delle stesse atmosfere incise su “Fast stories…. from a kid coma” dei Truly, inciso qualche anno prima dall’ex-bassista della band, Hiro Yamamoto.
Nel tentare di leggere la storia dei Soundgarden al contrario, come se fosse un annuale di sport o una guida ai ristoranti della tua città, è possibile trovare tutte le sfumature della band, così compresse ed evolute da aver trovato delle nuove forme.
Così ci ritroviamo undici anni dopo, magari di fronte a “Guitar Hero” per Playstation, e che sia a PIccadilly o a Roma non importa, a guardare qualche ragazzino intento ad emulare la chitarra di uno dei pezzi più simbolici dei Soundgarden.
Un pezzo fatto di premonizioni dei fan e della band ["I know you're half afraid / Half amazed, all insane / I know it's all a cage / And all the rage / And all together gone"].
La batteria entra in quattro quarti, la chitarra strappa un bending su due corde e Cornell non puoi far altro che immaginarlo come sulla copertina di Superunknown.
Vita urlante.
Più potenti dell’amore.
UltramegaOk.
E se all’urlo di Cornell non ti vengono i capezzoli duri, allora sei troppo giovane.
E se non ti chiedi mai cosa sarebbe stato, allora sei un illuso.
Torni indietro consumato. Torni indietro vintage. Splittato come un humbucker.
Torni indietro che sai di cannella e smog e cajun. Le narici che per quanto le pulisci sono piene di roba nera. Anche se non puzza l’aria, anche se non vedi il pulviscolo della tua città, ti pulisci il naso con le dita e sembra che hai smontato la batteria della tua moto.
Torni indietro e ti fanno male le gambe, la schiena, i piedi, il culo, il dito più grosso del piede che ti si blocca in un barrè. Ti fa male il cuore. E la testa e lo stomaco e anche il tuo apparato digerente non sta bene.
Era William Gibson che diceva che nei viaggi l’anima torna indietro in ritardo?
La mia è laggiù, con la tua, e ci stiamo facendo di cannella.
In osservanza di questo, saltando una recensione che deve essere obbligatoriamente saltata dopo l’ammissione di antipatia dell’autore, perchè non ha nessun valore una recensione negativa non oggettiva, così come non lo hanno le recensioni positive non oggetive [motivo per il quale questo blog si rifiuterà di spappardellarvi realmente Ghost I-IV, evitandovi facili citazioni ai Aphex Twin ma piuttosto recuperando robacce come Front242, Godflesh e quei cazzo di Killing Joke], e così come non lo hanno recensioni prive di coscienza del “vettore” rappresentato dalla band e dal movimento industrial, insomma, io vorrei segnalere queste famose quattro righe:
“ha cominciato a suonare meglio, a produrre un suono che Trent Reznor non aveva mai creato prima d’ora. Era il suono dei miei cazzo di soldi che non andavano a pagare la benzina della Lamborghini di Gigi D’Alessio. Ed era un suono bellissimo”
Facendo due conti, le 2500 copie da 300 dollari, ma anche queste versioni cheap&easy e pseudo-comuniste da 5$ dollari fanno un suono molto ben definito.
Questo suono bellissimo è la Porsche argentata da 100.000$ di Trent Reznor.
Ora, a me spaventerebbe se fosse stato il suono della Lamborghini di Gigi d’Alessio.
Ma di macchine e inquinamento stiamo sempre parlando.
Sappiate però che Trent Reznor non è la sua macchina, non è il suo lavoro del cazzo e non è neppure la benzina che gli abbiamo pagato.