Resuscito, quindi sono.

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Yet another useless writer.

In breve, su Brooks, Guerre Mondiali e Zombie

Warld War Z è un libro che ho letto per un terzo ma sbrodola da ogni pagina potenza, visionarierà, intelligenza che da anni nulla mi colpisce così tanto.
Posso fregarmene di arrivare in fondo prima di dire quello che penso. E questo mi è capitato al massimo un paio di volte.
Gli zombi diventano contenuto e metafora, acquistando piena dignità narrativa senza venir trattate come macchiette comiche al pari dell’uomo lupo e del Dracula di turno.
Il 2009 è un anno poco zombificato, causa la moda vampiresca che si è diffusa con Twilight, ma il libro di Brooks risplende in qualsiasi scaffale si possa mettere.
E’ troppo bello e troppo intelligente.
Mi fa vergognare di essere una mezza calzetta.
E quindi è un libro perfetto.

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Goodbye dot com!

Resuscito perde il dominio.
caino@resuscito.com non esisterà più dalla mezzanotte di oggi.
Resuscito rimane vivo, per un tempo indeterminato e indeterminabile, all’indirizzo standard http://resuscito.wordpress.com e non più su http://resuscito.com

Poi vedremo che fare.

Ed ora un po’ di Giappone.


Maximum The Hormone – Buiikikaesu

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Le cose che non capisco

[...] questo non toglie che io spesso ami incondizionatamente cose che non capisco. Forse è perchè intuisco lo spessore, o forse non lo intuisco affatto, forse perchè non accetto di aver capito tutto e mi costringo a pensare a certi libri, dischi, film, quadri, sculture come nascondingli di concetti tra concetti superficiali.
Un po’ come “Stipo antropomorfico” o “Giraffa in fiamme” di Dalì.
I film di zombie.
Ci sono cassetti e io non li vedo.
Per questo molti mi dicono che amo solo i film “girati al contrario”. I libri senza soggetti. Trame criptiche, inaccessibili, poco voyeuristiche.
Per questo scrivo e spesso non capite.
Perchè tutto sta diventando digitale.
Perchè sono cresciuto ascoltando dischi che non mi piacevano fin quando non ne trovavo un senso,  non scaricandone mille gratuitamente, accatastandoli, infilandoli come scarafaggi dentro un cesso di hard disk da duemila tera.
La bellezza è nel pubblico, non nell’opera.
Il capolavoro è il pubblico nel momento che cede attenzione e interesse.
La Guernica è un impiastro verde di facce storte. E’ il pubblico e la storia che l’hanno resa “qualcosa”.
Le cose che non capisco meritano attenzione.
Le cose complicate meritano attenzione.
Quando hai poche cose, dedichi loro maggiore attenzione.
Sarei un uomo migliore con poche cose incomprensibili.
[...]

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Contro il giorno

Non so se sentirmi idiota subito per aver speso 32 euro per un libro, roba che ho sterminato almeno un albero tutto da solo visto le mille e quasi duecento pagine, oppure se sentirmi in colpa perchè nello stesso paese dove ho portato via un albero con 32 euro avrei potuto diventare Berlusconi.
E poi essere anche libero di amare “carne fresca”.
Comunque sono un feticista di Pynchon.
Sicuro che non capirò un cazzo, sicuro di aver trovato  i miei Converge in letteratura, sicuro che quest’opera enciclopedica mi lascerà atterrito, spaventato, inutile come una banana al polo sud.
Sudato come Batman.
Sicuro che sto preparando l’Estante Pynchoniana 2009, e la Total Global Dance Compilation 2009.

Scusate, ora torno ad accarezzarlo.

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A proposito di anticristi

Corre il ‘94 e il capolavoro massimo non è arrivato. Antichrist Superstar è ancora nelle balle del reverendo, un gioiello feticista così vivido che avrebbe appannato la musica a favore dell’immagine.
Seppure Marylin Manson dichiarò che all’inizio sembravano una brutta copia degli Slayer, di musica ne ha sempre fatta poca e male. Antichrist Superstar era un concetto a tutto tondo, un concetto fatto di protesi, apparecchi odontoiatrici, lacci emostatici, sedie da barbiere, corsetti, larve e farfalle, confusioni sessuali multiple ed un Willy Wonka scappato dalla sua fabbrica di cioccolato al latex.
Con “High End of a Low” Marilyn Manson è diventato un cake face*, e tutti i suoi dischi sono dei cake date**.
Incasellato, ordinato e predetto.
Ma prima che tutto fosse Reznor-izzato, prima che Antichrist Superstar venisse prodotto e prima che Brian Warner iniziasse a scendere la china con Dita Von Teese, c’era un ritratto americano, di una famiglia americana, che è andato perduto.
Persino per il sottoscritto che venne affascinato da Beautiful People, quando ai tempi Silvestrin aveva i capelli lunghi e viveva a Londra e su MTV passavano persino i Soungarden e i P.U.S.A., persino il sottoscritto non riuscì a tracciare la rotta e il significato dei primi due dischi di Marilyn Manson.
La cosa bella della musica alternativa dei primi anni 90 era che potevi amarla senza capirci un cazzo di come avrebbe suonato il disco o la canzone successiva.  Sarebbe stata più country, più lenta, più elettronica, magari rubata da un disco dei Killing Joke o da uno di Morrisey. Ti sarebbe piaciuta al settimo e sudato ascolto e ne avresti capito il significato.
Se Antichrist Superstar è un caso completo, studiato in tutte le sue sfumature morbose,Portrait of An American Family è solo naturale: suonato come un disco punk più lento e porno da un band glam lobotomizzata [e Twiggy Ramirez non stava neanche tanto in piedi e non portava neppure i pantaloni].
Portrait è un disco che non restituisce un’immagine finta, è un disco seviziato, preso in giro, legato e allucinato. E’ mansoniano prima che Manson venne generato, è Brian Hugh Warner da bambino.
E’ la larva che diventa la misera farfalla di Holy Wood o Eat me, Drink.
Gli unici che hanno ascoltato questo disco nel 1994  sono quelli che l’hanno comprato per errore. Un metallaro l’avrebbe trovato ridicolo, un punk l’avrebbe trovato noioso, le persone normali l’avrebbero trovato rumoroso.
Eppure è un caso di spontaneità musicale e di contenuti fantastico.
E’ un disco per umanisti, filosofi, ma soprattutto per sociologi.
Get your Gun, Lunchbox, Cake and Sodomy predicono Columbine e massacri correlati. Non perchè traumatizzano giovani menti in fase di crescita, ma perchè fotografano quelle menti.
In “Ritorno dal nulla” , anno 1995 tratto da Basketball Diaries di Jim Carroll [a suo volta scrittore e musicista "punk"], DiCaprio entra nella sua classe con un Remington 870 e mentre sorride trasforma la sua classe in intonaco vermiglio.
Nel 2005 è uscito l’inguardabile “Super Columbine Massacre RPG!”, simpatico gioco per ascoltare Manson in pace senza commettere reati involontari.
E se Columbine è il caso più famoso, beh, pensate che ci sono stati solo 13 morti [autori esclusi].
In Virginia nel 2007 i morti sono stati 33.
Se vi state chiedendo se è una cosa “moderna” allora nel 1966 ad Austin, in Texas, i morti furono 14.
Pare che il cielo sia blu, che l’acqua sia bagnata, che le donne abbiano i loro segreti e che due fucilate in una scuola facciano così tanto ritratto americano.
Non è tanto colpa di Manson se questo “Portrait of An American Family” riflette la realtà.
E’ colpa sua se in fondo ha fatto un disco musicalmente così mediocre per raccontare qualcosa di importante.
Però negli anni ‘90 ascoltavi un disco quindici volte, perchè ogni canzone era così dannatamente diversa dall’altra.
Alla fine te lo facevi piacere.
E così mi piace. Tanto.

“You can not sedate all the things you hate”,
Dogma, Portrait fo An American Family [1994], Marilyn Manson.

* cake face si dice di persona troppo truccata, il cui viso di squaglierebbe al contatto con l’acqua.
** cake date
si dice di appuntamento dove c’è solo la torta [in pubblico] e niente sesso.

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Il martirio dello spettatore, Martyrs.

Se nella mia vita ho usato il concetto di “disturbante”, allora scusate. Ho sbagliato.
Come voi avrete sbagliato a dire “sono triste” prima di avere un lutto in casa, come avrete sbagliato a dire “sono senza soldi” prima che la banca vi telefonasse a casa, come avrete sbagliato a dire “ci sto uscendo di testa” senza aver mai preso citalopram, paroxetina, prozac, zoloft, fevarin, seropram, elopram, sereupin, seroxat, dumirox, maveral, cipralex .
Eccediamo nelle espressioni per essere sicuri di attirare l’attenzione.
Esageriamo cosicchè le nostre storie non passino inosservate.
Quando avremo storie degne di una definizione allora alzeremo le mani come se spingessimo via il nostro passato e ci scuseremo.
“Questo” è disturbante, e lo è in tutti i modi.

Tutto il resto di quello che ho visto, che non sia categorizzabile come “mondo movie” o “snuff”, non è sufficientemente disturbato, morboso, cattivo e alienante. E se avessi visto uno snuff non sarei di certo qui a dirvelo a meno che non voglia rischiare la galera.
Però l’idea non è quella.
Martyrs non è sangue, torture, budella, scuoiamenti. E’ quello, ma concettualmente è tutt’altro.
Non impantatevi sull’emoglobina, le piastrine, i glubuli rossi, bianchi, i trigliceridi, il ferro ecc.ecc.
Il risultato finale non è Saw, non è L’esorcista, non è Venerdì 13. Non è ribrezzo o paranoia. Se per voi è quello, allora siete un caso patologico di totale assenza di empatia ed emozione.
Se l’unico scopo dell’Arte, in qualsiasi forma, fosse quello di portare a riflettere, a scuotere il pubblico, Martyrs sarebbe un capolavoro.
Ma è una storia capace di danneggiare il pubblico.
Se avete da smerigliare una ringhiera, la ruggine che la sta divorando, fatelo.
Se dovete levarvi dei punti neri, germi di miglio, brufoli bianchi, peli incarniti, è meglio che mettervi a guardare Martyrs.
E non perchè Martyrs è brutto.
Perchè Martyrs è troppo bello per non poterlo ammirare. E come me, dopo starete male. Con lo stomaco rivoltato, masticando cibo e senza sentirne il gusto, con qualcuno che magari poi vi chiede “Che c’è” e tu sei troppo frastornato per spiegare in che modo possa averti stuprato un film.
Tutto quello che vedrete è in qualche modo esistito e per motivazioni molto più futili e meno nobili.
I concetti sono reali. E dopo aver visto Martyrs sono i concetti che vi perseguitano.

Come nuda e cruda esperienza narrativa, come storia, come cinema, Martyrs spezza la banalità narrativa in tre tronconi. E’ obbligato a fare l’occhiolino al clichet, obbligato a richiamarlo, per spazzarlo completamente via. Questo è un grande limite.
Per difendersi, il film sente l’obbligo di citare il banale per dimostrare di non esserlo.
Si mette sulle punte dei piedi per dimostrare la sua altezza, quando era già alto a sufficienza.
Martyrs in questo fallisce. Fallisce nella necessità di voler essere troppo esplicito.
Fallisce nell’essere troppo poco “Sartre”, nell’essere troppo poco “una storia che dovrebbe far vergognare il lettore” per essere troppo “una storia che fa vomitare il lettore”.

Tuttavia il cinema europeo ancora una volta sbeffeggia gli americani.
Attendo beffardo il prossimo remake con i soliti Charlize Theron, Naomi Watts ebblablablablabla.

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Not an inutility: Yooouuutuuube

Motivi pratici per cui questa cazzata non è una cazzata.
Durante una narrazione in genere l’ascoltatore salta da un paletto all’altro. Attende il momento propizio per far saltare la propria attenzione da un momento all’istante successivo. E’ un processo comune, dovuto al fatto che non si considerano vere parole e veri concetti un buon 50% di quello che viene scritto, suonato o filmato.
Il processo narrativo è molto meno liquido di quanto si possa pensare per cui in tutte le narrazioni c’è un sacco di brodo di dado, e noi saltiamo da un tortellino all’altro per sentirnee il gusto.
Se il brodo è piacevole è già tanto.
Non ricordiamo un film nella sua interezza perchè ci concentriamo in determinati momenti narrativi.
Yooouuutuuube non è una cazzata per questo.
Perchè mentre sta raccontando ti permette di seguire quello che ti interessa, riproponendolo fin quando gli occhi non vengono catturati da qualcos’altro.
Prima guardi in alto a destra, poi in basso, poi a sinistra, poi di nuovo a destra.
La tua attenzione è massimizzata dalla presenza, a volte, di più istanti narrativi significativi nello stesso attimo, cosa che non può accadare in una singola narrazione sequenziale.
E’ narrazione “multitasking”.
E’ un caso di arte involontaria, generata da qualche riga di codice.
E alcuni esperimenti sono semplicemente meravigliosi.
Aphex Twin – Come to Daddy
Converge – No Heroes
Elvis Presley – Jailhouse Rock

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Non solo per le maschere antigas

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Dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota.

Se la Coca-Cola è uno strumento di seduzione, un indispensabile strumento che  ha saputo farci immaginare le profondità orali di Cameron Diaz, riuscendo peralto a farci fantasticare  sul suo diaframma e sulle sue capacità di apnea legata alla sua capienza polmonare, le carote non lo sono.
Non è tanto una questione del fatto che la Coca-Cola ha creato Babbo Natale, regalandoci anche l’atmosfera natalizia della nostra infazia e accompagnadoci fino alla nostra prima sbronza di cuba libre – perchè d’altronde quale mentecatto potrebbe bere rhum liscio da 10.000 lire a bottiglia al sabato sera – ma la nostra fantomatica azienda con il logo rosso ha sì rovinato la vita ad un barista [americano[ che ha venduto la ricetta per pochi dollari ma ha anche salvato centinaia di cubani e le loro canne da zucchero, alla faccia dell'embargo americano e di Fidel Castro.
La Coca Cola è uno strumento di Dio.
Ha esplorato Cameron Diaz, mentre le carote no.
Le carote, le 49 carote che si è infilata in bocca Glenn Close, sono l'ortaggio del demonio. E questa convinzione non è una convinzione ottocentesca secondo la quale i cosidetti "pel di carota" sono dei figli di puttana, vedesi "Rosso Malpelo", ma è per il fatto che la carota è un alimento indegno alla cottura. Forse nelle torte e forse per i conigli.
Ma le carote - e parlo anche per voi, carote - fanno anche ingrassare.
E la Coca Cola [37cal/10cl] è stata in grado di diventare Light [0cal/10cl] e poi Zero [0cal/10cl + vari stimolanti tumorali]. Non ingrasserete, ma almeno avrete il dono del rutto.
Così ammetto l’elasticità facciale di Glenn Close mi spinge alla repulsione.
Se Cameron Diaz si fosse messa 49 lattine di Coca Cola in bocca, in gola, sarebbe un altro discorso. Dopo “il principio dell’alesaggio” al quale ho pensato dopo il sonoro rutto della biondina, dove per alesaggio si intende appunto il diametro interno di un cilindro o pistone, avrei pensato al concetto di elasticità.
Ma Cameron Diaz sa che le carote sono out e cehe 49 lattine di Coca Cola sono inarrivabili.
La lattina è Sex in the city, la carota è disperazione solitaria campagnola.
In America hanno le carote piccole.
In Giappone hanno i piselli piccoli.
In Italia abbiamo Berlusconi che è un po’ un cazzone [pisello], un po’ lampadato [carota ] e  per quanto fondotinta possa mettersi nelle scarpe rimane piccolo.
Glenn Close si mette 49 carote piccole in bocca e io me la immagino in casa, da sola, che tenta di battere il suo record di 48 carote piccole. Dopodichè al primo momento possibile dice al suo agente: “Fa che nella prossima intervista ci siano almeno 49 carote piccole ad aspettarmi insieme al microfono.”
Immagino Glenn Close che si spacca un labbro la prima volta che arriva a 20 carote.
Immagino Glenn Close che deve rispondere al telefono, con suo marito che la chiama, ed ha 32 carote in bocca.
Immagino che starnutisce con 38 carote e i suoi occhi si iniettano di sangue come in 28 Giorni Dopo.
La Coca Cola racconta storie migliori. Ci ha illuso sulla fantomatica vita di aspirazione e sacrifici di Cameron Diaz per aumentare il suo alesaggio.
Le mail che riceveva. “Increase your BORE.”
Le amiche che la deridevano perchè i suoi rutti erano dei flebili Do di petto.
Ma ora non ditemi che tutto questo è normale e non è perchè Cameron Diaz è gnocca e Glenn Close no.

Glenn, dimmi 49 volte scusa perchè mi hai rovinato il concetto di Carota. Non scherzo.

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Il nuovo giardino del suono è sul pianeta degli insetti


Amplifier – “Planet of insects”

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